Francesco Mattioli

Francesco Mattioli, sociologo

C’è il personale ospedaliero che si fa in quattro e ci rimette la vita per fare il proprio dovere; e ci sono i balordi miserabili che svaligiano le case mentre i proprietari piangono ai funerali.

Ci sono quelli che curano i bambini affamati in Siria e in Africa; e quelli che fanno saltare chiese, moschee e mercati pieni di donne  e bambini. 

C’è chi scrive libri per affratellare i popoli;  e chi ne scrive per esortare alla guerra e al razzismo.

C’è chi crede  a un Dio pietoso; e chi officia sacrifici a un Dio guerriero.

C’è chi apre una fabbrica per offrire  lavoro e dignità; e chi recluta manovalanza a un euro all’ora in nero.

C’è chi intende la politica come un impegno di alto valore morale; e chi usa la politica per speculare e soddisfare le proprie bassezze personali. 

C’è chi impegna la sua vita per realizzare libertà e democrazia; e chi agisce per creare una feroce dittatura personale. 

C’è chi  cerca l’amicizia, la cordialità, la solidarietà e il rispetto reciproco; e chi vive praticando l’invidia, l’egoismo la prepotenza e la violenza.  Viene allora il dubbio che convivano su questa Terra due diverse “razze”.

Un termine che il politicamente corretto vorrebbe abolire, ma che in questo caso servirebbe a distinguere due categorie umane troppo diverse fra loro: i buoni e i cattivi, i terrestri e i marziani, I figli della Luce e i figli delle Tenebre.

Perché accade tutto questo?

I sociologi hanno una risposta che può apparire semplicistica o scontata.

Noi siamo determinati dai nostri bisogni, che vanno da quelli della sopravvivenza a quelli del godimento fisico e spirituale; così, se siamo educati ad una convivenza costruttiva, se facciamo esperienze positive, siamo disposti a crescere assieme agli altri e a condividere con loro il nostro benessere, mentre se siamo educati all’odio, alla lotta per la sopravvivenza vediamo negli altri solo dei competitori da eliminare.

Non si nasce buoni o cattivi, ci si diventa.

Generalmente il nostro carattere si forma nel corso dell’infanzia e in misura minore nell’adolescenza (Piaget), e si tratta di “marchi” difficili da rimuovere del tutto, nel bene e nel male. Ma anche le vicende dell’età adulta possono essere determinanti nell’intraprendere una strada piuttosto che un’altra. 

Tutto ciò testimonia dell’importanza dell’educazione, sia quella che avviene in famiglia, sia quella che fornisce la scuola; di quanto sia determinante il ruolo degli educatori, genitori, insegnanti o altri adulti che siano. Ma anche dell’importanza dei modelli culturali presenti nella società, che sono il prodotto del confronto strutturale tra classi e ceti sociali.

La Storia, intesa come susseguirsi di eventi e di cambiamenti - e quindi come prodotto ultimo dei rapporti sociali - assume allora un ruolo determinante. 

L’etica cristiana deriva da un dispiegarsi dell’ellenismo e dell’ebraismo, e al suo interno il protestantesimo dall’avvento del capitalismo borghese; democrazia e libertà politiche provengono dallo sviluppo del liberismo e del socialismo, che a loro volta derivano dall’industrializzazione; l’Islam sorge dai bisogni di un popolo nomade; la filosofia orientale dal distacco dalle vicende politiche ed economiche di un continente di gigantesche proporzioni.

Se questi fenomeni li riduciamo al vissuto e alle esperienze personali, si spiega come un individuo possa divenire cinico o solidale, violento o mite, pragmatico o spirituale. E quindi, a chiudere il cerchio, perché si possa rischiare la vita dedicandosi ai pazienti Covid in ospedale oppure si possa approfittare di un funerale per svaligiare un’abitazione incustodita.

“L’occasione fa l’uomo ladro” è un adagio popolare che lega i comportamenti alle influenza di certe esperienze sociali; ma non è del tutto valido, perché di fronte ad una solida educazione dell’animo le tentazioni passeggere vengono vinte, ed è proprio allora che si distinguono, come si dice, gli uomini dai caporali, l’onestà vera, quella messa alla prova, da quella meramente ostentata a parole.

Noi abbiamo il diritto, ma anche il dovere, di condurre una lotta senza quartiere a chi non rispetta gli altri, le leggi, la convivenza in nome del proprio io; ma occorre essere consapevoli che i malvagi non piovono da Marte, sono il prodotto di una società, della quale siamo anche noi in qualche modo responsabili e che siamo chiamati a migliorare attivamente.

Non possiamo crogiolarci in una onestà personale autoreferenziale che ci ponga sopra qualche confortevole piedistallo.

Se vediamo compiere il male, l’esclusione, l’odio senza intervenire, senza contribuire a combatterlo e ad eliminarlo nel rispetto dei nostri simili, e ci limiteremo a criticarlo e a detestarlo, a tuonare contro di esso dall’alto di un piedistallo, di una personale comfort zone, ne saremo comunque complici.

Occorre invece opporsi dando l’esempio, educando, partecipando, agendo, intervenendo, insomma contribuendo a rafforzare la convivenza e il reciproco rispetto.

Un lavoro lungo, una semina che esige l’attesa paziente che la pianta germogli, evitando di spargere, con il grano del bene, anche il loglio del male; ma un’attesa che nel tempo sa dare i suoi giusti frutti.