

La copertina del primo numero (1973) e quella dell’ultimo numero (1999)
Vincenzo Ceniti
Il primo numero della rivista Tuscia (40 pagg), ideata e realizzata dall’allora Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo presieduto da Italo Arieti che ne fu un convinto assertore, porta la data di dicembre 1973.
La direzione responsabile venne affidata a Sandro Alessandro Vismara, membro del consiglio di amministrazione dell’Ept e la segreteria di redazione al sottoscritto a quel tempo direttore dell’ente.
Provvedevo al reperimento degli articoli e delle foto, all’idea di copertina, alla correzione delle bozze, al progetto di impaginazione, ai titoli, ai sommari, agli occhielli, al controllo delle traduzioni in inglese, sempre in accordo con il direttore responsabile che, bontà sua, mi lasciava molta carta bianca. La copertina di quel primo numero riportava l’immagine a due colori della “Fanciulla Velca” (tomba dell’Orco di Tarquinia). Prezzo di copertina £ 500, abbonamento ordinario £ 2.000, benemerito £ 10.000.
Il sommario di quel primo numero conteneva articoli di A Vismara “La Tuscia, questa sconosciuta”, V. Ceniti “Una gita a Bomarzo”, P. Giannini “Ricordo di un sincero amico di Viterbo”, M. Munari “Edilizia programmata del Seicento: Castel Cellesi”, F Aquilanti “Luca Signorelli e la Cappella di San Brizio”, P. Giannini “San Giovenale, 2500 anni di storia”, F. Bigonzoni “Follie d’inverno nella capitale dei Cimini”, I. Arieti “I dolci sotto l’albero”, M. Petroselli “Vive ancora l’arte della terracotta”, E. Delle Monache “I pugni d’oro di un popolano viterbese: Giggetto Malè”. Oltre a rubriche di poesia, fotografia, fumetti, bibliografia.
Per la stampa, la confezione e la spedizione l’Ept si rivolse inizialmente alla Tipografia Archimede Quatrini e figli di Viterbo il cui stabilimento era ricavato in un capannone gelido d’inverno e caldo d’estate che si trovava lungo il viale Trieste.
Alla composizione era addetto Igino Quatrini alle prese in quei primi anni Settanta con una macchinosa linotype che sfornava listelle con caratteri di piombo pronte ad essere legate fra di loro con uno spago e sistemate su una superficie piana per l’impaginazione.
Per le foto si procedeva alla realizzazione di un cliché in bianco e nero che veniva poi incollato su uno zoccolo di legno. Alla stampa, con una macchina monocolore, era il patron Archimede aiutato dal figlio Mario. Il terzo fratello, Gabriele, si occupava della confezione e della spedizione.
La rivista veniva inviata a tutti gli enti turistici d’Italia (Enti Provinciali per il Turismo e Aziende Autonome di Cura, Soggiorno e Turismo), agli amministratori pubblici e privati della provincia di Viterbo, agli uffici stampa dei ministeri, agli assessorati al Turismo delle regioni, alle Camere di Commercio, alle Università, alle agenzie di viaggio e agli alberghi delle regioni Lazio, Toscana e Umbria, alle biblioteche provinciali, alle delegazioni estere dell’Enit, alle Ambasciate d’Italia all’estero, agli abbonati, alle testate giornalistiche di Viterbo ed altri. Inizialmente la periodicità era trimestrale.
Nel sommario figuravano alcune rubriche fisse tra cui “Una gita a…”, Personaggi, Artigianato, Cucina, Storia, Ambiente, Arte, Archeologia, Natura, Poesia, Tuscia libri. Si aggiunsero in seguito il notiziario sulle attività dell’Ept, le grandi famiglie viterbesi, le foto d’epoca, le foto d’autore e gli inserti sulla cucina viterbese, curati da Italo Arieti, che vennero poi raccolti in un volume di successo dal titolo”Tuscia a tavola”.
In quegli anni di pionierismo turistico, la rivista Tuscia rappresentava nel Viterbese un “unicum” e per questo molto apprezzata. L’Ept di Viterbo era in Italia uno dei pochi enti turistici a vantarne una. E non era da poco. Grazie a questo mezzo di comunicazione, si affermò intanto il nome Tuscia (che in seguito caratterizzò l’immagine del nostro territorio) e, poi, si dette modo a molti viterbesi e non solo di conoscere aspetti e particolari storici, folclorici, artistici e di costume per lo più ignoti. In sostanza faceva molta più promozione di normali brochure o depliants.
Con il passare degli anni la rivista venne migliorata nei testi, nelle foto e nell’impaginazione, fino alla rivoluzione dell’offset e alla composizione al computer che le fecero fare una grande salto di qualità. Vi hanno scritto decine di giornalisti, tutti animati da un comune amore per le nostre zone. L’Ept ricambiava i loro contributi gratuiti con una cena di fine anno cui partecipavano tutti i collaboratori a vari livelli.
Alla morte di Sandro Vismara, nel 1987, la rivista conobbe una crisi tecnica, fino a quando la direzione responsabile fu ripresa da Bruno Barbini (con il sottoscritto sempre alla segreteria di redazione) che avviò un secondo ciclo di successi.
La “bella avventura” durò fino al 1997 quando l’Ept, per sopraggiunte difficoltà finanziare, fu costretto a cedere la testata a privati che nel 1998-1999 per fronteggiare le spese di produzione dovettero “aprire” alla pubblicità e al territorio regionale (esteso anche ad altre realtà del Lazio) con il risultato di snaturare la primitiva impostazione data dall’Ept. In totale sono stati pubblicati 70 numeri, dal 1973 al 1999, con una ventina di supplementi ed una decina di dispense sulla cucina viterbese.
Poi l’inevitabile declino. Oggi sarebbe impensabile riproporre una simile iniziativa editoriale. Sia perché non ci sarebbero più le condizioni finanziarie, sia perché non si avverte più il bisogno di una rivista cartacea, stanti le varie forme di comunicazione online.
