Francesco Mattioli, sociologo
Ho letto con interesse l’intervento di D’Arpini sull’”invasione musulmana” dell’Europa e sui motivi che salverebbero l’Italia dalla violenza jihadista.
Avrei da soffermarmi su molti dei punti affrontati, ma preferisco fare il mio mestiere e intervenire nel merito delle questioni di carattere prettamente “sociale”.
Solo due incisi, che non riesco a mettere da parte.
Il primo: mi ha sorpreso la vis polemica, di netta caratura politica – anche abbastanza estremista - delle argomentazioni di un pensatore aduso alla meditazione, alla introspezione spiritualista, attento soprattutto alla dimensione bionaturalista di ispirazione orientale. Benvenuto in questa valle di lacrime.
Il secondo: la lettura di un grande esperto di queste cose, come Giorgio Galli, mi avverte che anche il nazismo e il fascismo – sulla scorta di un fantasioso arianesimo e del naturalismo völkisch razzista - si abbeverarono alla filosofia spiritualista orientale, producendo mostri ideologici. Sottovalutare la deriva populista e sostanzialmente razzista di certi partiti - oggi al governo in alcuni stati europei e alla fresca opposizione in Italia – mi fa capire da che parte sta D’Arpini e certi suoi accenni di stampo no vax mi fanno anche capire che, rispetto a quei partiti, le sue posizioni sono ancor più estremiste.
Ma vabbè, la democrazia è bella proprio per questo, perché dà voce a tutti, anche a gente pericolosa per la democrazia stessa.
Ma torniamo a noi. Perché il jihadismo non fa danni in Italia? Fatti i debiti scongiuri di non essere sconfessati domani, informo D’Arpini che numerose ricerche sociologiche hanno fornito una risposta credibile, un po’ diversa, meno ideologica e abborracciata di quella affacciata dal D’Arpini stesso.
Non esistono studi “sociologici” che prefigurerebbero la presa di potere islamica in Italia a partire da una presenza attiva del 25-30% (25 o 30? la sociologia è una scienza, quindi dà valori precisi). Se per caso facesse riferimento alle asserzioni di un Magdi Allam, la informo che non è accreditato come sociologo.
Dunque, il jihadismo non attecchisce in Italia per vari motivi. Intanto, perché l’intelligence italiana funziona molto bene, “grazie” all’esperienza brigatista; inoltre, perché la presenza militare italiana in Medio Oriente è sempre stata scarsamente belligerante e piuttosto di tipo socioassistenziale, generando minore risentimento tra la popolazione; in terzo luogo perché la guerra contro i “crociati” per lo più riguarda i paesi colonialisti per eccellenza, come Francia, Regno Unito (che hanno a lungo sfruttato Iraq e Siria, oltre che il Nordafrica), Spagna e Belgio (In Africa), a cui si aggiungono gli Stati Uniti (la guida della civiltà occidentale, il diavolo evocato in Iran) e la Germania, per il ruolo economico preponderante di questo Paese nell’economia internazionale.
Va anche ricordato che la Francia è satura di banlieu abitate da francesi d’outremer emarginati, oltre che di clandestini, che la percentuale di musulmani è di gran lunga superiore a quella italiana e che agisce un irresponsabile e licenziosa (piuttosto che libertaria) satira politico-religiosa che non risparmia nessuno. Tutte micce pronte ad essere accese. L’Italia pullula di clandestini, la mafia nigeriana fa affari fuori delle discoteche e con il lavoro nero dei falsi di moda, spesso in allegra combutta con quella nostrana, e quindi conviene “quieta non movere”.
Non sono mai stato tenero con la religione islamica, e l’ho scritto recentissimamente su questo quotidiano: è essa stessa razzista, violenta, divisiva, nel suo stesso Libro, e quindi sa essere anche intrinsecamente aggressiva. Diversamente dal Cristianesimo che invece è - nella sua Parola - fede di pace, amore, uguaglianza e è storicamente degenerato solo quando è stato usato come strumento politico di potere e sopraffazione. I cristiani possono essere buoni cittadini di una democrazia (forse perché hanno contribuito a concepire quella moderna), i musulmani possono non esserlo, o non fino in fondo, specie nel chiuso delle loro case.
Con tutto ciò, la democrazia ha una caratteristica fondamentale e un punto debole: la caratteristica fondamentale è che non può essere razzista, divisiva, opprimente; il punto debole, che per essere tale, rischia continuamente che qualcuno se ne approfitti. Accade anche al Cristianesimo: la sua caratteristica fondamentale è l’amore, l’accoglienza, la solidarietà verso il prossimo; il punto debole è che qualcuno se ne approfitta. Ma se non si vuole rinunciare alla propria identità e alle proprie qualità, è necessario correre il rischio, magari operando con saggezza, acume, perentorietà, con la forza di leggi eque che possono essere efficaci anche in presenza della libertà di pensiero e di religione.
Non sono neppure manicheo.
Di errori, la sinistra ne fatti molti, interpretando talvolta in modo assolutistico, ritualistico e ipocrita il “politicamente corretto”. E peggiori ne ha commessi l’Europa, lasciandoci spesso a fare i suoi guardiaportoni. Ma da cristiano e da democratico non posso praticare l’uno e l’altro ideale a giorni alterni o solo quando mi conviene, come fanno certi sodali del sig. Salvini. E neppure barattare l’attenzione ad un bosco o ad un uliveto dop con la risposta responsabile alla disperazione di chi fugge una guerra, la povertà, la fame, la sete o la malattia. Perché non arrivano solo jihadisti o avanguardie dell’Islam su quelle barche. Forse mancherò di introspezione spirituale, ma mi sento più operosamente civile.
