Pietro Angelone – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ho fatto/non faccio in tempo

A sorridere alla macchina fotografica fatta con legno, treppiede e soffietto, a vedere i panni stesi al sole lavati con sapone fatto in casa, a rabbrividire ai lamenti della morte, ultimi lai di un pianto greco antico,

a raccogliere nella strada confetti sudati dei matrimoni con coreografia di cortei e festeggiati nelle mura domestiche, a gioire per la banda musicale nei giorni di festa del Santo patrono a impaurirsi allo scoppio dei mortaretti e provare una tristezza commovente nel vedere innalzarsi in cielo il policromo pallone aerostatico che segnava la fine di quei giorni, un pallone fatto con carta velina, a rubare in gruppo frettoloso le succose pesche nell’orto vicino e le calde uova nel pollaio per barattarle con un fumetto in uno scambio complice col negoziante, alla fretta per la messa domenicale perché dopo l’elevazione non valeva più, a gridare all’arrivo della cavalleria americana contro i Sioux nella sala parrocchiale, a correre insieme al somarello del nonno visto nascere nel calore della stalla, a sporcarmi le mani d’inchiostro nella stanza senza bagno e riscaldamento ma con la severità educatrice della maestra, a godere della cioccolata pasquale nella merenda di gruppo nel prato, a imparare i primi passi di ballo al suono di una fisarmonica suonata a orecchio da un cieco, a provare tremore e timore nel sentire la desiderata carne di donna nel primo ballo di un casalingo carnevale e di vestirsi da Arlecchino nello stesso Carnevale morente in piazza, pianto tra struffoli e vino, a portare scarpe bullettate scivolando sul selciato delle strade, a bagnarmi il magro corpo nello stagno in compagnia di rane curiose, a tenere al polso un orologio Lanco regalo del compare alla cresima, a provare il dispiacere di un ceffone paterno dopo l’insufficiente richiamo verbale, a tirare le trecce alla compagna di scuola seduta nel banco davanti, a recitare il sermone di Natale e a scrivere l’immancabile letterina, a indossare l’abitino di foggia militare per l’investitura di soldato alla Cresima a sentire sulla pelle delle gambe la ruvidità del primo fantastico jeans, indossato superbamente a dieci anni, a fare pipì su una ferita causata da qualche gioco più rischioso, a pulirmi il sedere con foglie, nella fretta, alla bisogna nei canneti, di annusare il cuoio delle scarpe da indossare nei giorni festivi, a ricattare mio padre con l’astinenza per avere gli stivaletti di gomma Superga nella nevicata del 1956, a spalmare la brillantina Linetti sui capelli per una chioma unta e lucida, epigono di una brutta abitudine fascista, a godere del primo cono di gelato industriale in sostituzione di quello artigianale, a respirare l’odore di letame e fieno nella stalla del nonno, a imitare il raglio del somaro e ancora e ancora….

Ma!

Non faccio in tempo a farmi il selfie perché, come minimo, il mio viso somiglierebbe a quello di un idiota, a usare in modo maniacale lo smartphone come in preda a nevrosi incontrollabile, a sentire le cialtronerie televisive e a essere perseguitato dalla pubblicità, a soccombere per gli urli di bambini obesi che della nevrosi fanno la merendina, a provare fastidio dei biondi capelli di donne mediterranee, falsamente nordiche, ma non basta un colore per avere stile, ci vuole ben altro, care signore (!),

a continuare a odiare modelle anoressiche dai visi presuntuosamente fastidiosi, e a sopportare la retorica parolaia di stilisti filosofeggianti che dell’antiestetica fanno profitto, e l’aggettivazione pubblicitaria con sorrisi idioti e scomposti dimenamenti,

a essere perseguitato dalla visione di ventri sempre più riempiti, i pachidermi sono snelli al confronto (!), e a evitare le stupidità di teste vuote, a continuare a respirare aria tossica per i gas di scatole di latta e plastica, a non avere più spazio disponibile

e tempo, che altri vogliono impormi, a non essere coinvolto in face book wathsapp e similia.

Mah!

La mia nostalgia è evidente, ne sono malato, ma soddisfatto.

Ma può essere altrimenti?