Francesco Mattioli, sociologo
La storia la scrivono i vincitori. Lo sentenziava già il pensiero greco-romano, peraltro riconoscendo che fosse giusto, ed è il leit motiv di tutto il cammino storico dell’Umanità, né probabilmente potrebbe essere diversamente.
La storiografia, con abbondante ritardo, a volte “rende giustizia a qualche ingiustizia”, ma quando lo fa il tempo è scaduto da un pezzo e cambia poco nel sentire umano: che i barbari non fossero poi così barbari, che le crociate fossero forme di espansionismo coloniale o che ad Alamo si si coprirono di (scarsa) gloria gli schiavisti, conta poco oggi. Chiunque di noi continuerà a sognare il “ al mio segnale scatenate l’inferno” del Gladiatore; a godere delle imprese di Riccardo Cuor di Leone; a infiammarsi l’animo per il sacrificio di John Wayne-Davy Crockett davanti alle truppe messicane di Santana.
Più tempestivi degli storiografi agiscono talvolta e i revisionisti e i negazionisti, ma il loro obiettivo non è tanto quello di rimpolpare il sapere storico, quanto quello di opporre una diversa ideologia con finalità culturalmente eversive. Così, in un batter d’occhio da sinistra è venuta la critica agli ideali irredentisti dell’ottocento, accusati di essere un’operazione colta che ha solo sfruttato la disperazione dei proletari e ha poi condotto alla retorica nazionalista fascista, facendo dei padri della patria da Cavour a Mazzini, da Garibaldi a Mameli degli occhiuti politicanti e di Vittorio Emanuele II un furbacchione in preda ad un delirio di onnipotente espansionismo. Mentre da destra prima non si è fatta differenza alcuna tra movimento per i diritti dei lavoratori e anarchismo bombarolo, poi – e peggio – si è cominciato a negare, a ridimensionare e persino a giustificare la Shoah.
La storia è una severa maestra e non fa sconti. Se dopo la I Guerra Mondiale a Versailles l’Italia ottenne poco o nulla, fomentando il revanscismo fascista degli anni successivi, è perché non si era guadagnata molta fiducia tra i vincitori, dopo i giri di valzer del 1914 fra Triplice Alleanza e Triplice Intesa in cerca di chi offrisse di più.
Peraltro, “pecunia non olet”, mentre la storia d’Italia ha spesso dimostrato che di fronte alla necessità, “Francia o Spagna, basta che se magna”. Inoltre le alleanze militari si fondano esclusivamente sul principio che il nemico del mio nemico è mio amico.
E’ per tutto questo che nella II Guerra Mondiale i paesi liberi occidentali accolsero con particolare gradimento l’alleanza con la dittatura sovietica.
Certamente, poiché la storia la scrivono i vincitori, potremmo ipotizzare che, se nel 1945 avesse vinto l’Asse, a Norimberga al banco degli imputati si sarebbero seduti gli americani che sganciarono le bombe atomiche sulle città giapponesi, e probabilmente avremmo atteso cinquant’anni per celebrare l’eccidio delle Fosse Ardeatine, quanto abbiamo atteso per farlo con quello di Basovizza.
Ma poi la Storia, proprio perché è severa maestra, fa giustizia. A parte certe inevitabili contraddizioni, oggetto di analisi da parte di studiosi che vivono lambiccandosi il cervello sul come fu e come poteva essere, la vittoria degli alleati nella II Guerra Mondiale ha condotto alla Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo del 1948, alla coeva Costituzione italiana, all’Unione Europea: per carità, spesso disattese, ma questo è nella natura finita dell’essere umano e non sposta di una virgola il loro valore.
Che l‘equiparazione tra nazifascismo e comunismo faccia storcere il naso allo storico e al filosofo della storia ci può stare, ma è un lavoro intellettualmente ozioso, anzi persino sospetto. Ché spesso i distinguo nascondono dei giustificazionismi. C’è chi dice che in fin dei conti il fascismo e il nazismo furono espressioni di passionali ideali nazionalisti frustrati dai Trattati internazionali, ma fecero “anche” del bene a italiani e tedeschi. E c’è chi sostiene che il comunismo fu la inevitabile conseguenza della lotta storica per l’emancipazione politica ed economica del proletariato ed era necessario per distruggere le bieche trame borghesi e capitaliste.
I motivi che stanno dietro un movimento politico ne spiegano la nascita e ne giustificano l’esistenza, in una logica di causa-effetto. Ma non si tratta di un giudizio politico o etico, solo di una constatazione: nulla nasce dal nulla. Viceversa, noi possiamo – e dobbiamo – dare un giudizio politico e etico. E allora, nazifascismo e comunismo sono identici in una cosa: che furono e sono una dittatura, un’offesa alla libertà, regimi fondati sul suprematismo e sulla violenza¸ sul soffocamento della diversità, della libertà, della democrazia, accomunati dalla sistematica strage degli oppositori. E, si badi bene: non si tratta di condannare solo i vari regimi dittatoriali che si susseguirono in Germania, in Italia, o in Russia. Perché il fascismo è rinato nell’America Latina e il comunismo continua oggi in Cina, in Corea del Nord e fece stragi in Indocina; ad essi vanno affiancati i governi liberticidi che adottano la religione di stato, come in Arabia Saudita e in Iran. Situazioni complesse e diverse? Certamente, storicamente e sociologicamente. Ma il giudizio etico e politico può essere uno solo, una condanna senza appello per gli uni e per gli altri senza sottilizzare sulle diversità, se fossero neri, rossi o di altri colore, ché saprebbe di giustificazionismo di parte. In passato ci fu chi si oppose alla condanna inderogabile degli “opposti estremismi”; erano gli stessi che distinguevano tra i morti delle Fosse Ardeatine e quelli delle Foibe.
La democrazia, la libertà, l’uguaglianza, la dignità dell’Essere Umano non sono negoziabili, non sono frazionabili a piccole dosi.
Lo dimostra la Storia, che è una severa maestra.
