
Pietro Angelone – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
È troppo e superfluo
Mio nonno parlava l’essenziale e così mia nonna: per capirsi e amarsi non servono tante parole, basta l’essenziale.
Come per vivere: basta l’essenziale.
L’essenziale è sostanziale.
Il troppo è vanità e presunzione.
Siamo immersi e affoghiamo in un oceano di parole che non hanno più senso, se non quello di voler comparire e citare per citare, emettere suoni e con questi credere di esprimere concetti universali.
La presunzione ignorante fa da padrona e ognuno si crede docente di linguistica.
Siamo immersi e affoghiamo in un oceano di parole insensate.
Si dovrebbe ascoltare di più e intervenire al momento opportuno, si dovrebbe leggere con intelligenza e scrivere meno sciocchezze, si dovrebbe, insomma, rifiutare il niente, affidandoci al valore della ragione.
La presunzione ignorante rende chiacchieroni.
E così le parole “vagano, vagano…”, come dice il personaggio di Giudizio in Amarcord, con riferimento alle “manine”, senza scomodare l’evangelista Giovanni “la parola era Dio” o “la parola era un dio”.
Comunque sia, espressione del pensiero: restituiamole il valore, come fosse pane, il primo degli alimenti.
Se ne capiva l’importanza quando scarseggiava o era sudato.
Eh, le parole “manine” che vagano, vagano senza sapere dove e perché.
E non hanno giovamento dall’eccessivo ricorso ad aggettivi, concettualmente/grammaticalmente superlativi, vacuità della sostanza del discorso.
Come per noi: esteriorità aggettivale senza sostanza.
Come per noi: vaghiamo senza sapere perché e dove.
