Marco Valerio Marziale epigrammista (40-104 d.C.)


Pietro Angelone Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Con l'epigramma noi possiamo dire/ come l'uomo pensa, vive ed agisce, / così per non volerlo contraddire, / comincio per capir come finisce.   

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La musica è segnata dalle note

che giungono suonate tra la gente;

se le parole nostre sono vuote,

risuonano del vuoto della mente.

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Apriamo certo gli occhi per guardare,

chiudendoli c’è un’altra condizione:

la bocca apriamo spesso per parlare,

chiudendola facciamo riflessione.

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Col post-moderno c'è strana parola

perché non si risolve nel concetto;

l'usiamo, quindi, per restar da sola

nel dar suono moderno del diletto.

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Non si capisce come un aggettivo,

con ottimo possiamo far l'esempio,

con fare disinvolto, anzi giulivo,

in ottimale ne facciamo scempio.

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La nostra lingua dicesi italiano

e nell'antico prese lo splendore,

oggi è confusa con l'americano

e il buon parlare sembra disonore.

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Usiamo troppo il termine discorso,

semplificando io dico l'impreciso:

è strano modo a cui si fa ricorso

nel tipico parlar dell'indeciso.

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Con la metonimia si trasferisce

il senso di concetti in altre cose:

nell'oggi più nessuno si stupisce

per l' uso di parole vergognose.

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E' giusto limitare il nostro dire,

perché si può capire l'ignoranza,

ma se vogliamo sempre intervenire,

abbiamo in presunzione la costanza.

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Segno dei tempi sono le parole,

che vogliono indicare l'uomo vivo;

purtroppo ne sentiamo una gran mole

da sopportar con sforzo collettivo.

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Troppe parole sono tra la gente,

purtroppo pronunciate mai pensate

senza la convinzione della mente

e le sentiamo già dimenticate.