Viterbo PENSIERI IN LIBERTA'
a cura di Barbara Pasqualini

                                (foto di Enrico Pasqualini) 

 

Pensieri in libertà Agosto 2020

Questo mese, per me è un po’ speciale, perché il giorno 29 il mio adorato papà avrebbe compiuto 71 anni.

Sovente lo ricordo tramite le sue foto, grazie all’amichevole disponibilità e spiccata sensibilità del nostro direttore Mauro Galeotti, che ospita le mie divagazioni in libertà. Ne segue che anche questo mio piccolo pensiero mensile è particolarmente caro al mio cuore: lo dedico al mio papà, che non può più festeggiare con noi questa ricorrenza da undici anni: mia mamma ed io lo ricordiamo con tutto il nostro amore.

L’argomento sul quale mi sono soffermata è leggero e spensierato; vorrei regalarvi qualche minuto di evasione dalla quotidianità che ci mette troppo spesso a dura prova.

Ho deciso di viaggiare “a braccio”…

Si dice spesso ma…che significa?

Seguitemi e scoveremo qualche curiosità in merito!

In primis, lasciamo spazio ad una definizione autorevole: quella del vocabolario. Ne riporto un paio, ad emblema dei dizionari come nostra fonte.

http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/parlare-a-braccio/

Per estens., parlare, predicare, far lezione, poetare a braccia (oppure a braccio), improvvisando.

[a. La lunghezza del braccio è assunta talvolta come termine di misura: era a poche braccia da me; è anche misura approssimativa di lunghezza, praticamente di uso sempre più raro, corrispondente press’a poco a 60 cm.

  1. Con valore più determinato, unità di misura di lunghezza in uso in molte città italiane prima dell’adozione del sistema metrico decimale (a Bologna valeva 0,64 m; a Milano 0,595 m; a Venezia 0,683 m).]

https://dizionari.corriere.it/dizionario-modi-di-dire/B/braccio.shtml?refresh_ce-cp#1

a braccio

Con una certa approssimazione. Legato di solito a verbi come “misurare, valutare, vendere” e ad altri come “andare, procedere”, fa riferimento al braccio inteso come unità di misura.

https://www.facebook.com/FulvioRedCesario/posts/andare-a-braccio... 

Andare a braccio:

L’espressione “andare a braccio” si usa per riferirsi ad un’azione, un discorso, fatti in maniera approssimativa, non organizzati. Un discorso a braccio è un discorso non preparato, improvvisato. Il modo di dire trae origine dal “braccio”, un’antica unità di misura lineare pari a circa 60 cm. L’approssimazione di questa unità di misura rendeva le misurazioni non precise. Da qui il motivo per cui “andare a braccio” si usa per indicare un discorso o un’azione svolta in maniera non precisa, approssimativa.

(Fonte Almanacco)

Ma questo modo di dire a me ne ha ricordato un altro, la cui origine era, per me, avvolta da fitto mistero (a dire il vero, ero in imbarazzo anche circa il modo corretto di scriverla!).

Che significa fare qualcosa alla sans façon?

http://www.treccani.it/vocabolario/sans-facon_%28Sinonimi-e-Contrari%29/

sans façon /sãfa’sõ/, it. /sanfa’sɔn/ locuz. avv., fr. (propr. “senza atto cerimonioso”), usata in ital. come avv. - [senza cerimonie, quasi solo nella locuz. alla sans façon] ▲ Locuz. prep.: alla sans façon 1. [in modo non cerimonioso] ≈ alla buona, semplicemente, senza complimenti. 2. [in modo sciatto, senza cura: un lavoro fatto alla sans façon] ≈ (fam.) alla carlona, approssimativamente, (pop.) come viene viene, sbrigativamente, senza cura. ↔ accuratamente, meticolosamente.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/sanfason

Sanfason

sanfasòn

Quasi solo nella locuzione avverbiale “alla sanfason”, alla buona, senza cerimonie, in modo poco curato. dal francese sans-façon, ‘sprezzo delle convenienze’, composto da sans ‘senza’ e façon ‘modo, maniera’.

Questa parola vive quasi esclusivamente nella simpatica locuzione avverbiale ‘alla sanfason’. Ora, va fatto qualche appunto.

Una certa ricercatezza di stile vorrebbe che si mantenesse la grafia francese, scrivendo quindi ‘alla sans façon’. Ma non si tratta di un’espressione aulica, anzi trova largo impiego in registri colloquiali, addirittura familiari; quindi si può rivelare una ricercatezza affettata, fuori luogo, e ci possiamo pure sbilanciare dicendo che è preferibile una grafia italianizzata che segua piacevolmente il contesto informale in cui è usata. Tale grafia italianizzata è di solito registrata nei dizionari come ‘sanfason’, ma anche ‘sanfasò’ può essere una scelta gradevole, da non disprezzare.

Il significato di ‘alla sanfason’ è semplice: dall’originale sprezzo delle convenienze, dal nucleo del ‘senza cerimonie’, passa garbatamente a significare ‘alla buona’, ‘fatto in modo poco attento’ o ‘fatto in modo poco curato’. Ci si scusa con l’ospite per l’apparecchiatura alla sanfason (abbiamo tutti i piatti nella lavastoviglie), l’insegnante si lamenta per il lavoro alla sanfason che gli abbiamo portato, e l’organizzazione alla sanfason del viaggio crea qualche disagio ma apre anche qualche sorpresa.

In realtà, mi sembrava di ricordare che questa espressione avesse anche qualche affinità con la città di Napoli: se non erro, la impiega anche il poliedrico artista Massimo Ranieri. Di seguito ho trovato una piccola conferma al mio “sospetto”…

https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/societa/54294-sanfaso-origine-significato-dellespressione-napoletana/

Alla sanfasò: quante volte abbiamo sentito gli anziani napoletani pronunciare questa espressione curiosa? Molti, soprattutto tra i più giovani, non sanno cosa significhi e tanti non se lo chiedono neppure, sintomo di svogliatezza e del perso interesse verso la Lingua Napoletana, la quale grazie a una battente propaganda è stata additata come volgare e rozza. “Parla bene” dicono i genitori ai propri figli, non rendendosi conto che nel Napoletano ci sono le nostre radici, la nostra storia, la nostra identità, e che quando il bambino parla il Napoletano in realtà parla bene, poiché è proprio come se parlasse Italiano, Inglese, Francese, Giapponese, Tedesco: se conoscere e parlare più lingue è una cosa lodevole e positiva, perché non si dovrebbe conoscere e parlare il Napoletano?

Dedichiamoci ora alla nostra espressione, che significa “alla buona”, “alla bell’ e meglio”, “a come viene”, riferito a tutte quelle azioni od opere compiute senza formalismi e senza precisione. Essa consiste in una corruzione del francese sans façon, il quale letteralmente sta per “senza maniere”, dunque senza cerimonie, spicciativo; il Napoletano altro non ha fatto che unire le due parole facendo cadere la seconda esse di sans e la enne finale. A seconda di dove ci si trova si possono trovare delle varianti, quali “sanfrasò” o anche jonfajò e simili.

Mi sorge un altro interrogativo…io ho sentito anche spesso usare, come sinonimo della precedente espressione, “alla carlona”…ma è un impiego corretto? Che significa è perché si usa?

http://www.treccani.it/vocabolario/carlona/

Carlo Magno

carlóna s. f. [da Carlone, adattam. ital. del fr. ant. Charlon, caso obliquo di Charles, Carlomagno, rappresentato nei tardi poemi cavallereschi come uomo bonario e semplice], invar. – Nella locuz. avv. alla c., in fretta e male, come viene viene, in modo trascurato e grossolano: fare, vestire, scrivere alla c.; lavoro tirato giù alla c.; se vossignoria vuol prendersi il divertimento di sentir questa povera gente ragionar su alla c., potrà fargli raccontar la storia a lui, e sentirà (Manzoni).

[L’espressione è presente anche nel capitolo XXXVIII de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni:

“Il giovine ha addosso una cattura, una specie di bando, per qualche scappatuccia che ha fatta in Milano, due anni sono, quel giorno del gran fracasso, dove s’è trovato impicciato, senza malizia, da ignorante, come un topo nella trappola: nulla di serio, veda: ragazzate, scapataggini: di far del male veramente, non è capace: e io posso dirlo, che l’ho battezzato, e l’ho veduto venir su: e poi, se vossignoria vuol prendersi il divertimento di sentir questa povera gente ragionar su alla carlona, potrà fargli raccontar la storia a lui, e sentirà.”]

L’espressione “alla carlona” è nata in riferimento ai modi di fare dell’imperatore Carlo Magno (soprannominato Carlone) che, nei poemi cavallereschi e nelle rappresentazioni del teatro rinascimentale, erano descritti come sbrigativi, rozzi, goffi, grossolani.

https://cultura.biografieonline.it/fare-le-cose-alla-carlona/

Perché si dice “fare le cose alla carlona” ?

Con il detto “fare le cose alla carlona”, usato soprattutto nell’area lombarda, si indica l’affrontare le cose in modo superficiale, alla buona, senza cura, in modo trasandato e grossolano.

L’origine di tale modo di dire risale al periodo degli anni in cui regnava l’Imperatore Carlo Magno (742-814), denominato appunto Carlone e rappresentato nei vari poemi cavallereschi come un uomo goffo, malaccorto nelle sue azioni e semplice, che amava indossare abiti non pregiati ma caratterizzati da stoffa rozza.

Si racconta che anche quando l’Imperatore Carlo Magno doveva essere ritratto, indossava sempre vestiti non alla portata del suo rango, usando uno stile non consono ad un Imperatore, ma uno stile più vicino a quello di un plebeo.

La leggenda narra che l’Imperatore Carlo Magno, ad una battuta di caccia, si presentò tra lo stupore generale dei partecipanti, che indossavano per l’occasione abiti da caccia e sfarzosi, con un abito dimesso, fatto di ruvida stoffa indossata solitamente dai contadini.

L’Imperatore, accortosi dello stupore dei presenti, disse a quel punto che il suo abbigliamento un po’ rozzo non era casuale, serviva alla bisogna. Difatti di lì a poco, si scatenò un violento temporale e Carlo Magno fu l’unico a passare indenne alla tempesta. Gli eleganti cacciatori si inzupparono tutti i loro abiti preziosi che furono ridotti in pessimo stato.

A questo punto, l’Imperatore fece notare ai partecipanti alla battuta di caccia, di essere totalmente asciutto grazie ai suoi abiti umili e di stoffa grezza. Da quel giorno in poi, si cominciò ad usare il modo di dire “essere vestiti alla carlona”.

Il termine indica inoltre altri concetti simili: fare le cose in modo veloce, sbrigativo e alla meno peggio possibile, fare qualcosa senza curarne i dettagli, essere una persona alla buona (“quello è un tipo alla carlona”) ed infine può significare anche essere troppo ingenui. 

Ho citato, “a braccio”, Massimo Ranieri, allora ho pensato di congedarmi da voi regalandoci una splendida canzone da lui magistralmente interpretata. Un ultimo momento di evasione, un arrivederci al prossimo mese, con la speranza di giorni sereni. Il mio abbraccio affettuoso a voi. Scelta “alla carlona”, forse, ma in senso buono, seguendo il cuore senza troppo riflettere!

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Immagini & fonti:

Carlo-Magno

https://cultura.biografieonline.it/wp-content/uploads/2014/01/Carlo-Magno.jpg