Francesco Mattioli, sociologo
Francesco Mattioli
Ci sono due modi per conoscere e spiegare la realtà che ci circonda. In realtà, prioritariamente occorrerebbe chiedersi che cosa è la realtà; e anche qui ci sono due modi: l’uno, quello che dal platonismo arriva fino alla fenomenologia, suggerisce che la realtà è solo quella che appare a noi, sia sul piano percettivo che su quello concettuale.
Il cielo non è azzurro; ci appare così perché abbiamo dei recettori che si attivano in modo differenziato a seconda delle onde che emanano dal contesto atmosferico, poi noi battezziamo azzurro quella percezione e ci aggiungiamo valutazioni soggettive di natura estetica, meteorologica, ecc. Ciò significa che noi potremmo insistere molto sulla nostra funzione di “demiurghi” della realtà, a cui attribuiamo significati soggettivi, innovativi, convenzionali. D ‘altro canto, c’è chi invece – esponenti di un realismo positivista - prende atto della realtà così come è/appare e si comporta “di conseguenza”.
Ciò premesso, torniamo al discorso iniziale. Che la realtà sia interpretata e plasmata soggettivamente o che sia percepita e accettata supinamente, la sua spiegazione come dicevo ci porta su due itinerari differenti.
Nell’approccio scientifico, si cerca di stabilire innanzitutto dei significati univoci, poi si constatano relazioni di causa ed effetto verificabili e prevedibili secondo schemi interpretativi condivisi sulla base di una razionalità logica. Quindi la spiegazione scientifica di ciò che avviene intorno a noi riguarda solo ciò che è esperibile fisicamente, materialmente, misurabile e confrontabile, con coraggiose – e ovviamente discutibili- incursioni nell’ipotetico. Anche così, come osserva Popper, si tratta di verità non oggettive, ma valide “fino a prova contraria”.
L’altro approccio è di tipo spirituale. E’ materia dei filosofi e dei fondatori di religioni, perché non si basa su una “evidenza” condivisa, ma su una intuizione, su un “modo di vedere” espresso da individui considerati “saggi”, “illuminati” o “ispirati”. In questo caso, la silloge logica parte da presupposti non verificati e non verificabili fisicamente, proprio perché appartengono alla sfera dello spirito, e si arricchisce di valutazioni etiche volte a dare un significato particolare, soggettivo, spesso finalistico alla realtà.
Questo secondo approccio ha prodotto le religioni, che si fondano su una “fede” che parte da presupposti morali “dati”. Le religioni tentano di spiegare l’immateriale, l’inspiegabile, l’incontrollabile facendo riferimento ad una dimensione conoscibile solo attraverso l’illuminazione della fede.
Spesso perdono alcune battaglie con l’ateismo, quando la scienza dimostra che un fenomeno è spiegabile fisicamente e non dipende dalla decisione di un demiurgo divino; ma siccome la stessa scienza riconosce ambiti esplicativi in cui neppure l’evidenza funziona, resta immutata la possibilità per le religioni di possedere una diversa chiave interpretativa della realtà. Accanto alle religioni ci sono le filosofie e le ideologie. Non prevedono necessariamente un Dio superiore e/o creatore, piuttosto dei principi etici per lo più di tipo critico, ma anche giustificativo, dell’ordine del modo (le filosofie) o dell’ordine sociale (le ideologie).
Se le filosofie restano sostanzialmente una suggestiva interpretazione personale di ciò che ci circonda, che le produca Platone, Kant o Schopenauer, nel caso delle ideologie – che devono essere applicate alla politica e quindi ad un approccio di “dover essere così” - i loro principi vengono facilmente trasformati in dogmi, e qualche volta in religioni. Così ad esempio il marxismo considera la nascita e il bisogno di avere una religione, come strumento di mantenimento dell’ordine sociale e quindi del potere; peccato che poi il comunismo abbia creato la religione di Mao o di Lenin, ci tanto di templi, miti e rituali…
Ma torniamo al dualismo tra spiegazione scientifica basata sull’evidenza e spiegazione spiritualista basata su intuizioni. Le critiche avanzate all’approccio scientifico si limitano a verificare se il dato empirico è stato adeguatamente misurato e se il processo esplicativo di carattere induttivo/deduttivo ha rispettato la consequenzialità logica.
Le critiche avanzate alle spiegazioni filosofiche e spiritualiste della realtà invece possono essere pesanti; del tipo: e a te chi te lo dice che le cose stanno così? Come fai a dimostrare un asserto del tipo: “l’esperienza di "risveglio" alla propria natura è conseguenza di una particolare condizione di apertura in cui la pura Consapevolezza del Sè può manifestarsi ed impartire la conoscenza di quel che sempre siamo stati e sempre saremo”; oppure “l’Uomo torna a Dio dopo un lungo cammino di purificazione dell’anima grazie all’opera di Cristo Redentore”?
Posso essere d’accordo con l’una, con l’altra, o con ambedue, ma solo in linea emotiva e soggettiva, non c’é nulla di dimostrabile e condivisibile sulla base delle evidenze. Ciò che viene detto, viene detto o raccontato per convinzione personale o per fede. Da questo punto di vista sia una religione rivelata, sia una religione intimista o animista, sia una serie di principi spirituali e morali che intendono spiegare la realtà sono simili fra loro, partono da presupposti indimostrabili, soltanto argomentabili e ciascuna pretende di essere depositaria della verità, screditando le altre su basi esclusivamente soggettive o, appunto, di fede.
C’è chi sta da un parte, chi dall’altra e c’è chi rifiuta una qualunque posizione del genere. Io ho una fede, tu ne hai un’altra, lui non ce l’ha e crede solo a quel che vede. Certo, almeno il Cristianesimo parte dalla testimonianza di osservatori oculari – se Cristo non è risorto, la nostra fede è vana, sentenzia Paolo - mentre alcune religioni orientali asseriscono senza alcun riscontro se non quello che proviene dall’anima interiore di questo o quel maestro di virtù.
Non a caso il Cristianesimo è sopravvissuto in una cultura occidentale sempre più fondata sull’evidenza, perché ha insistito anche sulle vicende storiche e, soprattutto, sull’impegno civile per un miglioramento collettivo, di popolo, della società. Le religioni orientali invece sono spesso rimaste una opzione filosofica, un percorso individuale intimista, che non ha né interesse a “dimostrare” dei fatti, né ad uscire dalla crescita interiore del singolo per sfociare in un impegno ”storico”.
Si può optare per l’una o per l’altra posizione, come dicevo. Tuttavia non si può lasciare tutta l’argomentazione soltanto ad una descrizione fantasiosa o ad un wishful thinking indimostrabile, appetibile quanto si vuole, persino condivisibile in linea morale, ma fondato solo sulle parole o sui sentimenti.
