Francesco Mattioli

Sono amaramente sorpreso che Paolo D’Arpini - con il quale incrocio volentieri i miei pensieri pur da posizioni distanti sulla religione, perché condivido con lui la necessità di riconsiderare in termini ambientalistici ma anche spiritualistici lo sviluppo sociale  ed economico della nostra società  -  si affianchi al coro dei negazionisti della gravità della pandemia in corso. 

Sostiene che la proroga dello stato di emergenza in Italia è inutile, non  essendoci “evidenze cliniche né scientifiche a supporto”. E in nome e  per conto del Patto Julian Assange  aggiunge che la tutela della salute è usata come alibi “per imporre limitazioni dei diritti sociali e civili, sottoponendo i cittadini a restrizioni sempre più invasive della libertà e della privacy o ad accettare misure indegne di un Paese che si dice democratico”. 

Sono amaramente sorpreso perché D’Arpini si allinea, sul Covid-19, a personaggi negazionisti che con l’ambiente e la natura hanno poca dimestichezza, anzi operano costantemente contro di essi, come Donald Trump e Jair Bolsonaro  e in Italia come un certo Salvini, che quando era al governo espresse posizioni tutt’altro che tenere verso gli ambientalisti e addirittura contrarie al diritto alla libertà e alla vita. A mio sommesso avviso, non è una compagnia di quelle che fanno onore a chi difende ambiente, bioregionalismo e libertà; ma poi, certo, ognuno fa come crede.

Sulle evidenze cliniche e scientifiche ci andrei cauto. Perché la proporzione tra gli  scienziati che mantengono alta la guardia contro il Covid-19 e quelli che invece allegramente lo vedono in estinzione è tale da indurre a pensare che questa sparuta minoranza – che si esibisce più sui media che nei laboratori o in corsia – celi un coacervo di atteggiamenti episodici e personalisti più che scientifici.  Mi creda, D’Arpini: dopo aver condotto per vent’anni studi di sociologia della scienza, le assicuro che certe forme di conflittualità non nascono necessariamente dalla disperata reazione carbonara di pochi illuminati, ma in molti casi solo dalla rabbia, dalla gelosia per non poter governare  a proprio vantaggio la  barca, e talvolta persino da una scarsa conoscenza dei veri fondamentali della scienza stessa.

Poi ci sono i dati.  Che sono ufficiali, pubblici e riscontrabili, quindi non sono opinioni. E i dati dicono che in Italia e  intorno all’Italia – anche in  Europa – il Covid-19 non solo non è sconfitto, ma si diffonde o rialza la testa proprio in  coincidenza dell’allentamento di certe misure di precauzione; che l’età media si abbassa perché gli assembramenti li fanno soprattutto i giovani; che la mortalità è più bassa solo perché la scienza e i sistemi sanitari stanno facendo sforzi sovrumani per contrastare la pandemia e perché bene o male c’è uno stato (non mi interessa il colore di chi lo ha emanato) che cerca di imporre ai cittadini non  già un’offesa alla libertà, ma un  senso di responsabilità e di rispetto verso i diritti del prossimo.  

Il presidente Mattarella è stato chiaro: non  si può usare la libertà per ammalare gli altri. Forse faceva riferimento all’art.32 della Costituzione che vale quanto l’art. 13 e che, in regime di precauzione, può essere fatto valere senza pregiudizio per la democrazia, se si vive in un paese democratico.   E l’Italia è un paese democratico: altrimenti molte  posizioni “eccentriche” che nascono in Italia nel bene  e nel male sarebbero già state soffocate, come in Cina, in Turchia, in Iran, ma anche – guarda guarda – come stanno tentando di fare i Trump, i Bolsonaro, o più vicino a noi, in Ungheria e in Polonia.