
La giuria del Premio Cardarelli anni Sessanta: da sinistra Tieste Valdi, Michele Ceniti direttore Ept. Viterbo, Giuseppe Benigni presidente Ept Viterbo, Giuseppe Ungaretti, Bonaventura Tecchi, Francesco Boneschi, Leonardo Sinisgalli

Vincenzo Ceniti Console Touring
Viterbo - Giuseppe Ungaretti, Bonaventura Tecchi, Leonardo Sinisgalli e Francesco Boneschi.
Quaterna di eccellenza per una delle giurie storiche del Premio di Poesia “Vincenzo Cardarelli” avviato nei primi anni Sessanta a Tarquinia su iniziativa del sindaco di allora Bruno Blasi (sua madre era cugina del Poeta) con il sostegno dell’Ente Provinciale per il Turismo di Viterbo, a quei tempi presieduto da Giuseppe Benigni, e la collaborazione di alcuni intellettuali del posto fra cui Tieste Valdi e Paolo Mattioli.
In altre edizioni, sempre di quel periodo, la giuria si è anche avvalsa di Salvatore Quasimodo, Maria Luisa Spaziani Leonida Repaci, Libero Bigiaretti, Luciano Luisi, Leone Piccioni. E scusate se è poco. Da quegli inizi ad oggi sono sessant’anni sonati, ma di Premi si contano solo una ventina. Non vennero dunque celebrati ogni anno come avrebbero voluto i suoi fondatori che non avevano messo in conto le interferenze politiche o la mancanza di fondi.
Ricordo le manifestazioni dei primi anni.
La presentazione avveniva presso l’Hotel Flora di via Veneto a Roma, il fantastico scenario della Dolce Vita che includeva di diritto Vincenzo Cardarelli seduto al tavolo del Caffè Strega col suo cappotto invernale, anche d’estate, il bastone e la lobbia, elementi-look fissati sulla tela, per nostro fortuna, da Lorenzo Balduini, altro personaggio di buona prosapia maremmana. In quegli anni Sessanta Tarquinia vantava un direttore del Museo Nazionale, Leonida Marchese, di rara sapienza e umanità, grande esperto degli etruschi.
La ristorazione, da parte sua, era nelle mani estrose di Giulio Giudizi, il re dei tradizionali “rigatoni all’etrusca”
Cardarelli (1887-1959), scontroso ma timido, lasciò presto il paese natìo per approdare a Roma come tutti i nemo propheta in patria. Francesco Boneschi, suo badante-letterario degli ultimi anni, diceva che Tarquinia non gli aveva dato nulla. Come può non avergli dato nulla se ha scritto il “Sole a picco” e se l’incipit di una delle sue liriche più vibranti “Passaggio notturno” recita “Giace lassù la mia infanzia”?
Piuttosto si sentiva come un “traditore” poiché era fuggito dalle sue mura per non farvi più ritorno, salvo fugaci apparizioni.
Per i suoi concittadini era intellettualmente diverso e quindi non aveva ascolto e considerazione. Bruno Blasi sindaco colto di un paese a quel tempo rude, come l’incedere polveroso dei suoi butteri, cercò il giusto riscatto con un Premio per ricordarlo e per sostenere la poesia in un Paese come l’Italia che l’aveva persa di vista. In parte c’è riuscito se ancora oggi siamo qui a parlarne, grazie soprattutto a nuovi mecenati che si sono succeduti alla guida del Premio e ad una cordata di giovani letterati guidati da Massimo Onofri.
Tarquinia che ha sempre vantato nel suo forziere preziosi gioielli, lo annovera con orgoglio e rispetto tra le rare eccellenze, insieme alla fanciulla bellissima dei Velca fissata da mano ignota sulla parete della tomba dell’Orco e le asciutte navate di Santa Maria in Castello..
