Enrico Clementi – Educatore, Formatore, Consulente e trainer educativo https://about.me/enricoclementi
Founder “L’altra educazione – Perspectives in Educational Work”
 https://educationaltutoring.wordpress.com/ 

In questi ultimi tempi alcune persona mi hanno contattato, in qualità di educatore, perché notano, dopo il lockdown imposto dal coronavirus, cambiamenti significativi nei comportamenti dei loro figli, principalmente in termini di irritabilità.

In alcuni casi il cambiamento è stato così evidente che alcune famiglie, non avendo spazi esterni dove poter far giocare i propri figli, si sono ingegnate utilizzando aree condominiali comuni (ad esempio terrazzi), oppure affittando abitazioni con un piccolo giardino.

Numerosi studi hanno dimostrato i benefici sia mentali che fisici del trascorrere del tempo in natura, ma per molti è servito lo stato di emergenza – per altro non ancora concluso – per tornare a valorizzare le attività all’aperto.

«Ironia della sorte – scrive Richard Louv, autore di "Last Child in the Woods: Saving Our Children from Nature-Deficit Disorder" (2005) - la pandemia di coronavirus del 2020, per quanto tragica, ha sensibilmente aumentato la consapevolezza pubblica del profondo bisogno umano di connessione con la natura e sta aggiungendo un maggiore senso di urgenza al movimento per collegare i bambini, le famiglie e le comunità alla natura.»

Louv indica che poiché molte persone hanno uno stile di vita urbano o domestico, sono maggiormente esposte ad un restringimento di alcune abilità, sia sul piano fisico che mentale. Egli ha coniato il termine di “disturbo da deficit di natura”, una condizione non medica, che suggerisce che passare poco tempo in natura può contribuire all’insorgere di disturbi comportamentali.

Questo “disturbo” è evidente nei bambini, ma anche nei ragazzi più grandi e negli adulti, che in parte hanno perso, con la vita urbanizzata, l’abitudine di sperimentarsi in natura.

È stato ad esempio dimostrato che la semplice aggiunta di vegetazione ai cortili scolastici, aumenta il comportamento prosociale nei bambini, che implementano azioni cooperative, di condivisione e supporto. Uno studio del 2013 indica che anche la semplice visualizzazione di scenari naturali, ha effetti benefici sul sistema cardio-circolatorio, regolando l’omeostasi.

Ma vengono anche rilevati benefici sul piano immunitario e nel caso di disturbi specifici del comportamento, come deficit di attenzione e iperattività.

Louis Chawla (Università del Colorado), che studia gli effetti della natura e degli spazi urbani sui bambini, ha ribadito – se mai ce ne fosse bisogno - come uno dei bisogni dell’infanzia sia l’autonomia, e il gioco libero in natura è un modo per soddisfare tale bisogno: «Se esplori una zona boscosa nel parco, c'è qualcosa per ogni età. Ci sono rocce di pesi diversi, ceppi di dimensioni diverse, bastoncini più leggeri e più pesanti. Qualunque sia l'attuale livello di abilità di un bambino, può lavorare per gestire il livello successivo di sfida». In questo modo egli sta arricchendo il proprio bagaglio di competenze fisiche e cognitivo-emotive.

Il termine coniato da Louv - “disturbo da deficit di natura” - intende essere una descrizione dei costi umani dell'alienazione dalla natura, e non vuole essere un termine diagnostico di tipo medico.

La definizione ha avuto un certo successo ed è ora lo slogan di un movimento internazionale per tornare a porta i bambini in natura. Dal 2005 questo movimento si è ampliato per includere adulti e intere comunità.

Studi recenti si concentrano non tanto su ciò che si perde quando ci si aliena dalle esperienze in natura, ma su ciò che si ottiene attraverso una maggiore esposizione agli ambienti naturali, inclusi gli spazi verdi dei luoghi urbani.

Gli abstract di questi studi, che spesso rimandano alle ricerche originali, sono reperibili al link https://www.childrenandnature.org/oldlearn/research-resources/

In seguito alla pubblicazione di "Last Child in the Woods", è stata creata la rete “Children & Nature”, per incoraggiare e sostenere le persone e le organizzazioni che lavorano in ambito educativo e socio-educativo a ricondurre i bambini in natura.

L’augurio è che noi adulti si sia appreso qualche cosa di diverso dalla “lezione” appena avuta, riprogrammando, per noi e i nostri figli, tempi e modi per stare all’aperto.

Ora sappiamo, non solo intellettualmente, ma sulla base della recente esperienza vissuta, che non tutte le attività si equivalgono quando si tratta del benessere dei nostri figli. Dare la priorità al tempo in natura, all'esercizio fisico e anche all’inattività o ad attività non strutturate, ha analogie con il dare priorità alla salute mentale di quei bambini, che saranno gli adulti e i genitori di domani.