Francesco Mattioli

Francesco Mattioli, sociologo

Il susseguirsi su La Città di interventi sulla Chiesa cattolica sono un buon segno di effervescenza intellettuale; ovviamente, non tutti sembrano brillare di coerenza e qualche volta rivelano punti di vista difficili da accettare nel XXI secolo, specie dopo oltre due secoli di progresso delle scienze storiche e sociali che qualche punto fermo lo hanno piantato nel sapere umano.

Tralascio di commentare gli interventi di chi esprime punti di vista che sarebbero apparsi conservatori persino agli occhi del papa re, perché in questi casi si tratta non tanto di argomentazioni, quanto di invettive che offendono persino il buon gusto.    

In altri casi invece si può riflettere insieme su certe questioni.

Allora, su un punto occorre essere chiari.

Fede e  religione, seppur collegate fra loro, sono due cose diverse; non lo dice il sottoscritto perché si è svegliato di pessimo umore una mattina, ma perché almeno un secolo e mezzo di riflessioni dell’antropologia culturale e della sociologia delle religioni, da Durkheim a Boas, da Frazer a Weber, da Parsons a Eliade fino ad Habermas con il roboante sostegno della storiografia e della teologia più avanzata hanno dimostrato che la religione è un prodotto storico che adatta le manifestazioni della fede ad un contesto sociale, economico e  culturale in continua evoluzione.

Persino alcuni dogmi della dottrina cattolica, che come tali dovrebbero essere esclusivamente materia immutabile di fede, perché scritti a lettere d’oro nel Nuovo Testamento, in realtà sono emersi nella storia, direi a tempo debito, per indirizzare o rafforzare una certa lettura del messaggio cristiano: si pensi a quello dell’Immacolata Concezione o a quello dell’Infallibilità del papa. 

Senza contare le interpretazioni “politiche” del Vangelo, che hanno inteso giustificare guerre, persecuzioni, esecuzioni capitali, papi con la corazza, ma anche prerogative oligarchiche, affarismi e in qualche caso addirittura certe forme “educative” di pederastia. 

Anche i riti sono cambiati nel tempo, e non  solo per un  passaggio benedetto dal latino alla lingua corrente, che ha permesso a certi fedeli di rendersi finalmente conto di quel che stavano pregando mentre snocciolavano un improbabile  latinorum, ma perché il modo stesso di porsi del cristiano di fronte all’altare rispecchia un diverso significato del rapporto tra l’Uomo e Dio. 

Se è vero che i fondamentali comandamenti cristiani sono “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la tua mente. Questo è il massimo e il primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso”, è altresì evidente che il primo è la condicio sine qua non di una fede monoteista, mentre il secondo è la regola d’oro del comportamento “storico” dell’Uomo nel creato, fondato su pace, libertà, rispetto e soprattutto sull’uguaglianza.

Se è dal primo comandamento nuovo che noi possiamo trarre la fede nella Rivelazione e nel mistero della Resurrezione, fondamento del Cristianesimo, nel secondo emerge prepotente il principio fondativo della convivenza umana, storica, che non ammette disuguaglianze di alcuna natura, siano esse etniche, di genere, sociali, culturali o generazionali. Disuguaglianze che hanno attraversato la “storia” della Chiesa e che ancora ne travagliano la crescita in una reale prospettiva escatologica.  

La Chiesa è una istituzione a tutela della fede, perché raduna i fedeli in una feconda convivenza; ma è una istituzione che si costruisce nella Storia e che costruisce essa stessa la Storia in una processo di interazione reciproca. 

Pensare che essa sia in crisi, che stia perdendo i suoi connotati e la sua identità solo perché sta modificando il suo ruolo storico in un processo necessario di scambio con il mondo, un mondo in cui secondo i cristiani comunque agisce la Provvidenza, mi sembra un atteggiamento conservatore, miope, persino disinformato.  

Eppure, c’è chi dovrebbe rallegrarsi di certi cambiamenti, di certe innovazioni “democratiche” nella Chiesa, perché ad esempio in altri tempi meno liberi e meno cristiani, definire il nostro papa come “il sig. Bergoglio” invece che “Sua Santità” o il  “Santo Padre” avrebbe condotto immediatamente a soggiornare per un bel po’ a Castel S. Angelo.  Magari con vista sul patibolo di  Mastro Titta.