
Francesco Mattioli
Leggo il contributo del prof. Occhini e mi trovo sostanzialmente concorde con quanto scrive sulla religione cattolica e i suoi dogmi. Tuttavia il sociologo va un po’ oltre gli aspetti teologici e ciò mi costringe ad alcune riflessioni.
Scrive Occhini, a proposito delle verità di una religione, che talune di esse vanno “svelate”, tanto che “I Padri della Chiesa nei primi secoli del cristianesimo, e tutti i teologi delle epoche successive, si sono per secoli impegnati ad individuare e chiarire ciò che poteva sembrare oscuro e controverso anche se parte essenziale della fede religiosa. Il messaggio evangelico, le lettere degli apostoli e l’intero insieme del Nuovo Testamento lasciava infatti spazi che necessitavano d’essere colmati per evitare atteggiamenti e credenze incompatibili.”
Quindi, quelle verità che vengono chiarite dai Padri della Chiesa e dai successivi teologi diventano “dogmi”. Compresi la discussa Immacolata Concezione di Maria o l’altamente discusso dogma dell’infallibilità del Papa ex cathedra.
Qui le cose si complicano. Perché il pensiero umano è fortemente influenzato dalle condizioni storiche e socioculturali, quindi si può supporre che la spiegazione teologica di certe “verità” cristiane abbia essa stessa subìto l’influenza della storia. Non tanto nello specifico teologico dei fondamenti etici del Cristianesimo, quanto in alcune applicazioni per così dire “mondane”.
Per chiarire: nulla quaestio sul Credo niceno-costantinopolitano, che ha a che fare soprattutto con i concetti di Trinità e di Resurrezione di Cristo, cioè sui fondamenti del Cristianesimo.
Ma su altri principi si vede chiaramente l’impronta della contingenza storica. Altrimenti non si capirebbe perché la comunità cristiana nel XII secolo inneggiasse alla Guerra Santa, nella Controriforma si potesse scatenare un Torquemada, che Pio IX attendesse i piemontesi alle porte per emanare la “Pastor aeternus” sull’infallibilità papale, ma anche che sembrasse necessario il celibato dei sacerdoti e, per di più, la “maschilizzazione” del sacerdozio stesso.
Su tutto ciò pesa una interpretazione “umana” che poco ha a che vedere con Dio, con Gesù Cristo e con la lettera dei Vangeli. Sulla guerra santa, sulle persecuzioni in nome di Dio, sui tentativi di sopravvivenza di un papa-re, pesa la vocazione dell’Uomo ad imporre con le buone o con le cattive le proprie idee a supporto di un certo assetto socioeconomico e di potere. Su questo, aveva avuto buon gioco Marx nel denunciare, seppur con evidenti superficialità e omissioni, le religioni come “oppio dei popoli” asservite ai potenti.
Su altri principi “teologici” invece pesa l’evoluzione del primo Cristianesimo, sviluppatosi a partire da alcune variabili fondamentali. Intanto, l’interpretazione paolina, cioè di un apostolo che praticava la personale astinenza sessuale come strumento per avvicinarsi a Dio, opzione diffusa in alcuni movimenti medio-orientali più radicali e Paolo, sia prima quando “imperversava” contro i cristiani, sia dopo quando portava strenuamente Gesù al mondo, si è sempre distinto per la sua passionale intransigenza morale.
In secondo luogo, occorre tener conto della forte maschilizzazione del modo antico, che trova fondamento non certo nella “natura” della donna, ma nella divisione asimmetrica dei compiti sociali tra i generi. In terzo luogo, dal passaggio da una condizione di subordinazione sociale dei cristiani fino a tutto il III secolo, ad una posizione di preminenza politico-organizzativa che determinava problemi di gestione di un potere che stava diventando anche “temporale”. Tutti aspetti comprensibili dal punto di vista delle biografie personali, dal punto di vista storico e sociologico, ma che zoppicano alquanto dal punto di vista della giustificazione teologica.
Insomma tutto ciò ha poco a che vedere con dogmi di natura teologica, quanto piuttosto con una religione che non è solo fede, ma anche storia, cioè “politica”, quindi con dogmi direi “ideologici”, nel senso mannheimiano del termine, cioè come prodotto storico-culturale a seguito di una visione del mondo di natura politica.
Di qui, le polemiche sull’atteggiamento di alcuni pontefici in epoca recente, senza andare troppo indietro: dal “troppo teologo” Ratzinger, al troppo “sociale” Bergoglio. Papi, ma anche uomini, espressione di una Chiesa in evoluzione, forse disegnata da una Provvidenza che lavora su tempi lunghi, ma certo preoccupata a ragione di non farsi respingere da un mondo esso stesso in rapida evoluzione.
