Francesco Mattioli, sociologo
Per chi studia da trent’anni la sociologia della scienza e da poco meno la sociologia del rischio, alcune delle cose che passano sui media sono scientificamente, oltre che eticamente, intollerabili. Mi permetterò quindi di proporre alcune nozioni e qualche precisazione.
L’applicazione del sapere scientifico al governo della cosa pubblica ha sempre costituito un problema, e per due ragioni.
La prima. Se il sapere della scienza viene considerato come “oggettivo” c’è il rischio di far passare come “oggettive” e “indiscutibili” scelte politiche che invece sono di carattere ideologico, opportunistico, comunque soggettivo. Scrivevo anni fa che ci si può opporre alla dittatura politica scegliendo valori diversi, ci si può opporre alla dittatura della religione negando una fede, ma è difficile opporsi alla dittatura della scienza se si fanno passare per “scientifiche” cioè “oggettive” le scelte di governanti scienziati. Non a caso parecchi scrittori di fantascienza hanno narrato di un futuro distopico in cui in nome di una scienza che non guarda in faccia nessuno si compiono i peggiori misfatti.
La seconda ragione. La scienza in realtà è un bagaglio di conoscenze sostenute da un robusto impianto teorico-metodolgico fondato sulla ricerca e sulla sperimentazione, ma in continuo cambiamento e perfezionamento. Non è in grado di dare una verità assoluta, anche se certamente si pone come più attendibile rispetto ad altri criteri di valutazione, umorali, fideistici o di parte.
La pandemia ha fatto conoscere il problema all’uomo della strada, il quale magari è convinto che la scienza sa tutto e può tutto: la gente si aspettava che la scienza, come nei film a lieto fine, offrisse in tempi brevi la risposta giusta al covid-19, sbaragliando il nemico. Tutto questo non è avvenuto o non è ancora avvenuto.
In tal caso, anche la politica non sa più che pesci pigliare. E' chiamata a dare risposte. Se la scienza gliene dà di vaghe, è costretta ad assumersi la responsabilità di certe scelte "politiche" che si prestano facilmente ad essere contestate (chi fa sbaglia, chi non fa non sbaglia mai...).
Così, di fronte ad una scienza giustamente prudente (lo imponeva Popper, lo riconoscevano Heisenberg e Einstein fra i tanti) figurarsi se non sono volate le fake news, le interpretazioni fasulle, la distorsione dei fatti, le asserzioni di comodo.
Il fatto è che la gente non conosce come funziona veramente la scienza; e non solo l’uomo delle quattro chiacchiere al bar o la casalinga di Voghera, ma anche ad esempio certi magistrati, come quello che –ergendosi a geologo - aveva posto il prof. Boschi e i suoi colleghi sotto processo per aver sottovalutato il terremoto de L’Aquila o l’altro che al contrario aveva accusato l’allora direttore della Protezione Civile Zamberletti di procurato allarme per aver messo in strada la gente della Garfagnana in vista di un possibile tragico sisma che poi era risultato di modesta entità. Peccato che la sismologia non sia in grado di prevedere i terremoti.
Le scienze sociali hanno dimostrato che l’individuo tende a sottoscrivere quelle “verità” che sorreggono le sue credenze; si chiama riduzione della dissonanza cognitiva. Se io penso “bianco”, ci possono essere dieci fonti che dicono nero, ma se ce ne è una che dice bianco a me basta per confermarmi nella mia linea; anzi, esalterò quella fonte che dice bianco e screditerò le dieci che dicono nero. Naturalmente questo non accade sempre: accade presso gli ignoranti del materia (nel senso che non sanno) o presso coloro che sono fermamente convinti delle proprie idee e magari non si arrendono neppure di fronte all’evidenza, come il famoso generale Buttiglione del vecchio film di Guerrini.
Sia chiaro: è questa caparbia fede in sé stessi, nelle proprie credenze che guida gli innovatori e i profeti. Tutto sta nel cogliere la differenza tra resistenza al conformismo, che è condizione storica del cambiamento, e un anticonformismo di comodo, prodotto da una occhiuta scelta di ideologismo strategico o da un istinto alla asocialità. La storia della scienza è caratterizzata da questo procedere, tra la necessità di creare un sapere collettivo condiviso come garanzia di verità scientifica intersoggettiva, secondo la visione di Popper e Merton, e le aperture ad una visione “diversa” della realtà che consente le rivoluzioni scientifiche come le ha chiamate Thomas Kuhn.
Tutto ciò per dire che nel caso del coronavirus certe affermazioni possono andare ad alimentare il mulino del terrore o, al contrario, quello dell’incosciente serenità.
L’Istituto Superiore di Sanità, composto da studiosi che hanno raggiunto una posizione di vertice lavorando brillantemente nei laboratori e nelle corsie (e quindi non, come talvolta si millanta, facendo i funzionari carrieristi) ha supportato una strategia di governo contro il covid-19 improntata al massimo rigore, quella che ha portato al lockdown e che ancora oggi, ripeto: ancora oggi, consiglia (in democrazia pare che neppure sulla salute pubblica si possa intimare, mano male che non si arriva ad invitare cortesemente i cittadini a non spararsi tra loro…) di indossare mascherine, di rispettare la distanza e di disinfettarsi le mani nei luoghi pubblici.
Tutto ciò scatena atteggiamenti contrari: chi è contro il governo, per partito preso; chi è un ideologo del libertarismo ad ogni costo perché si sente vittima di un sopruso dittatoriale e ritiene che la libertà come valore collettivo debba venire prima della tutela della salute individuale; chi non rinuncerebbe mai alla movida, perché gli impedisce di dare la stura ai suoi rituali di branco.
E allora, secondo il meccanismo di cui abbiamo detto in precedenza, via a cercare un qualsiasi sostegno alle proprie convinzioni, ai propri bisogni, anche a costo di travisare i fatti.
Montagnier, famoso premio Nobel combattente dell’HIV, asserisce che il covid-19 è il risultato in una manipolazione voluta dall’Uomo, ma lo fa su basi ideologiche e non scientifiche e viene confutato da almeno diecimila colleghi? E chissenefrega, i complottisti in servizio permanente hanno una polluzione intellettuale, sentendosi confortati nelle loro elucubrazioni.
Zangrillo, clinico esperto, dichiara che il covid-19 sta diventando irrilevante su piano clinico in Italia, magari dimenticando di aggiungere che si tratta della regressione del numero dei malati, non della remissione della contagiosità del virus, e via con quelli che non aspettano altro per gettarsi a capofitto nella movida e nei bagni di mare collettivi per potersi strusciare con tutti coloro che capitano loro a tiro.
I difensori del libertarismo gridano alla libertà offesa (dall’estrema destra, solo se non sono all’opposizione, altrimenti magari chiedono pieni poteri; all’estrema sinistra ostentando l’inveterata inclinazione anarco-insurrezionalista o nei salotti intellettuali titillando le menti con i dogmi del politicamente corretto) guardandosi bene dal contare i morti e sposando la tesi che di tratta solo di una forte sindrome influenzale che non risparmia i deboli.
Così si arriva anche ad atteggiamenti e a dichiarazioni, irresponsabili e irrispettose, ma forse solo leguleie, che distinguono cinicamente tra chi muore di virus e chi muore con il virus.
C’é però un criterio che appare scientificamente inoppugnabile e che viene normalmente – dico normalmente, non soggettivamente o saltuariamente – utilizzato nella scienza e, per fortuna, anche dalla protezione civile. E’ il principio di precauzione. Diversamente dalla prevenzione che viene giudiziosamente mirata verso un pericolo noto, la precauzione è la sola possibile risposta quando il pericolo non è noto, nel senso che non se ne sa abbastanza sulla forza e sulla direzione da cui attacca. E’ come se la prevenzione guarnisse un lato del castello sapendo che solo da lì arriveranno gli assedianti, mentre la precauzione costringe a guarnire tutta la cinta di mura perché non si sa da dove arriveranno i nemici.
La precauzione è costosa, perché deve impiegare più mezzi, più sacrifici; è efficace solo se evita il pericolo, allontanandosi da esso, è quindi impopolare perché a taluni, che sembrano sapere tutto, appare “esagerata”; è soggetta ad errori e omissioni perché non padroneggia al meglio la situazione se su questa non vi sono precedenti sufficienti per governare il pericolo. Applicata da un governo, locale o centrale, e in un paese in cui il governo è ladro per definizione, chiaramente la prevenzione si presta a tutte le critiche possibili, quasi – diventa una battuta beffarda – a sparare su di essa come sulla croce rossa…
Il covid-19 è stato, e lo è in parte ancora, ignoto sulla capacità di contagio, sugli effetti collaterali nel breve e nel lungo periodo, e soprattutto non si sono trovate risposte forti e risolutive. Di conseguenza la scienza ha consigliato caldamente di adottare il principio di precauzione. E di continuare a farlo, magari con più discrezione.
Chi pensa ad un tana libera tutti o, peggio, ad una colossale manovra di manipolazione politica e sociale della malattia da parte dei governi, rischia di farsi male e di fare del male agli altri. Peggio se cerca demagogica sponda in chi ha subito gravi danni occupazionali o esistenziali: perché il problema non è che siamo stati e siamo ancora in guerra, dove uno può anche rivalersi su chi ha deciso di “correre il rischio” di entrare in guerra; qui il problema è che il pericolo ci è piovuto addosso da solo, certo aggravato dallo stile di vita della globalizzazione, e quindi occorre innanzitutto evitarlo, renderlo innocuo. Peraltro, gente come i Bolsonaro, i Trump, lo stesso Johnson e persino gli efficienti tedeschi e svedesi, che come tradizione sembrano sempre i più organizzati in Europa, stanno scontando i danni della loro superficialità, della loro ideologica e voluta ignoranza del principio di precauzione.
Con il vaccino si passerà dalla fuga alla reazione; dalla precauzione alla prevenzione. Non prima. E anche allora, continueremo a vederne delle belle, quando i cugini dei terrapiattisti cercheranno di dimostrare che è solo una manovra delle case farmaceutiche sovranazionali per fare quattrini e magari per indurci a chissà quali conformismi, e che del vaccino non vi è bisogno alcuno…
