
Francesco Mattioli, sociologo
Ho letto con interesse l’ultimo contributo di D’Arpini su internet e il futuro della nostra Società. Così, mi permetto di integrare le sue riflessioni con alcune osservazioni.
Internet.
Si tratta di un arricchimento del processo di comunicazione interumana. La storia dell’Essere Umano ha avuto altri “scossoni” del genere, con l’avvento della scrittura, con la diffusione della stampa, l’invenzione della fotografia, del cinema, del telefono, della radio e della televisione. Come si vede, con una accelerazione tecnologica negli ultimi due secoli.
Più la comunicazione è ricca più è efficace nell’allargare l’informazione e la competenza comunicativa; tuttavia non necessariamente è anche efficiente, nel senso che la complessità che genera comporta anche cortocircuiti, come le fake news, gli hater, gli hacker, ecc.
Di qui, a volte, la nostalgia per un sistema di comunicazione più semplice, o addirittura per certi silenzi; ma sarebbe un errore cedere a questa visione, perché la comunicazione nel genere umano è fondamentale: è strumento di scambio, di crescita, di cambiamento. Proprio per questo è “critica”, nel senso che esige partecipazione, consapevolezza, responsabilità.
Peraltro, mentre all’inizio, in una lettura superficiale, riduttiva e ideologica della globalizzazione si credeva che internet fosse strumento di controllo e di omogeneizzazione delle persone, quindi di pensiero unico e di mero consumismo, oggi vediamo che la sua natura interattiva genera un sistema di glocalizzazione che valorizza la diversità e la molteplicità, stimolando quindi l’eterogeneità creatrice dell’Uomo.
Nel bene e, ovviamente, nel male: sta a noi far prevalere la parte migliore di noi. Oggi, come mille o diecimila anni fa.
Il futuro della nostra società
La crisi ambientale è sotto gli occhi di tutti, ed è considerata l’effetto perverso di una falsa idea di progresso. Scorrendo la letteratura futurologica, specie in chiave fantascientifica, vediamo che nell’Uomo in questi ultimi cento anni si sono prodotte tre diverse idee catastrofiste. A seguito delle dittature moderne, nere e rosse, si sono disegnati futuri distopici di regimi autoritari, come in Orwell o Bradbury. La paura del conflitto nucleare ha condotto ad immaginare le varie “cronache del dopobomba”.
Oggi, la constatazione dei danni inferti alla Natura, induce ad immaginare e temere cataclismi naturali capaci di spazzare via l’Uomo dalla Terra come avvenne con i dinosauri. Che non si possa “andare avanti così” va in realtà declinato in modi diversi.
Non si può andare avanti con questo inquinamento ambientale ma, a ben vedere, non si può regredire sul piano di una decrescita felice, che è inattuabile e ci proietterebbe indietro di due secoli, con tutti gli annessi del caso: semmai, proprio la crescita tecnologica può condurre ad un intervento risolutore contro il degrado ambientale, migliorando tecniche, materiali, processi di consumo, riciclo, nuove fonti energetiche.
Da questo punto di vista, il fronte del no che plaude all’auto elettrica, ma poi considera offensivi per l‘estetica ambientale e il paesaggio il fotovoltaico, l’eolico, il riciclo, il geotermico, l’idroelettrico, i gasdotti, ecc. costituisce una schizofrenia politica e intellettuale che può solo ritardare la vera cura dell’ambiente in prospettiva futura e in presenza di sette miliardi di persone con i loro diritti.
Ancora: viviamo in una società che sembra schiava dei media e dei persuasori occulti, ma mai come oggi è diffusa la consapevolezza di ciò che può e deve essere fatto. Piuttosto che demonizzare i consumi, che hanno comunque a che fare con la sensazione di una migliore qualità della vita anche in senso privato, questi vanno indirizzati verso comportamenti socialmente virtuosi. E si sta facendo, come non accadeva venti o trenta anni fa.
Una rivoluzione culturale è in atto, ma è molto lenta, perché il mondo oggi è più complesso e più articolato di ieri, nel bene e nel male come dicevo.
Ma il processo cammina. E’ solo necessario insistere, ma senza spaventare il soggetto consumatore (che sia un individuo o uno Stato) prospettandogli di essere privato di questo o quel bene, reale o simbolico che sia; piuttosto il soggetto consumatore va coinvolto in una strategia che alla fine conduca ad un benessere nuovo, migliore, non meno attraente per la propria individualità e per la collettività. Possibilmente senza vistose rinunce. Si è visto anche per la crisi pandemica.
E’ una legge della psicologia, prima ancora che del mercato.
