Francesco Mattioli, sociologo

Eh, già, caro D’Arpini: il termine religione deriva da re-ligere, legare assieme, perché in effetti una religione è un insieme di persone che credono in un set di valori, ma non solo; essa costruisce una comunità sociale, dotata di norme, regole, organizzazione, divisone dei compiti, autorità, gerarchie, simboli, riti. 

Ecco perché – lei mi insegna – talune “fedi” orientali non sono religioni, perché restano messaggi, sistemi filosofici che l’individuo vive singolarmente, non collettivamente, mostrando una compassione per gli altri che resta solo dentro l’animo e non trasmigra in un intervento sociale. Ma nella maggior parte del mondo, Asia compresa, le religioni si producono nella società e ne ereditano tutte le dinamiche, evolvendosi su piano storico, diventando – per dirla con Durkheim – “fatti sociali”.

Che il Cristianesimo nella sua organizzazione conservi lacerti di autoritarismo è nelle cose del mondo; càpita nell’applicazione di molti sistemi di valori – pensi alla Dichiarazione d’Indipendenza americana, che non escludeva lo schiavismo; o alla triade libertè, egalité, fraternité che non escludeva di tagliare il collo ai dissenzienti: o ancora all’assolutismo degli imperi cino-giapponesi – ma è altresì vero che il papa lo eleggono i  cardinali e  che i cardinali diventano tali attraverso  meccanismi ben più complessi, politicamente e culturalmente, di quanto  accadesse al tempo dei papi re, o prima ancora nella lotta per le investiture. 

Anche nelle democrazie più illuminate peraltro esiste la rappresentatività, che ovviamente segue tortuosi sentieri politici; e persino il Dalai Lama è scelto da un consesso di illuminati signori ai quali è demandata l’interpretazione di segni. Bisognerebbe essere inguaribilmente ingenui per credere che anche questa pur modesta gerarchia di ruoli e di poteri non sia influenzata dalle circostanze,  dalla temperie storica o semplicemente dalla soggettività dei protagonisti. Può anche darsi che sia la divinità ad ispirare il processo di designazione, ma se si ammette questo, occorre anche concedere che ciò possa avvenire anche in occasione dell’elezione di un papa.  Se no, il dialogo diventa una chiacchiericcio tra sordi.

Così, mi sorprende che D’Arpini argomenti  contro la Chiesa cattolica con stereotipi che  potrei attendermi nelle parole di un sanfedista conservatore, fondamentalista e poco avvezzo alle scienze sociali e ad un ragionare a livelli  culturalmente più elevati.   

Tirare fuori le crociate o la Santa Inquisizione mi sembra fuori luogo, roba che attiene alla politica e solo strumentalmente ad un Cristianesimo che si basa sul Vangelo,  non sul trattato della guerra di Sunzi; se si leggono pressoché tutte le encicliche a partire dal Concilio Vaticano II, o si ricordano- che so -le azioni di una Madre Teresa di Calcutta, mi sembra di poter dire che i messaggi che provengono da San Pietro siano di notevole impegno etico. Specie da quando Francesco è papa, se mi si consente.

Certi attacchi incrociati, da chi considera Francesco troppo a sinistra e da chi lo considera troppo a destra, tanto per usare l’accetta nel classificare le posizioni critiche nei suoi confronti, mi rafforza nell’idea che Papa Bergoglio sia nel giusto, cioè che esprima una sua linea  e che non debba fare la riverenza a nessuna ideologia, a nessun interesse economico, a nessun portatore esclusivo di verità.

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L'articolo di Paolo D'Arpini

Il grande inganno ecclesiastico... (eppure c'è gente che ancora ci crede)