Mariella Zadro

Ormai il termine lockdown (il confinamento) nella traduzione letteraria, lo usiamo giornalmente e ci sta condizionando.
E’ la prima volta nella storia della nostra Repubblica, che viene applicata una misura di tale portata.

Stiamo però sottovalutando che, dietro a questa situazione, si annida un’emergenza psichiatrica, di cui pochi parlano, ma per la maggior parte dei cittadini è totalmente sconosciuta.

Molte persone, vivono questo disturbo, in isolamento, soprattutto gli adolescenti, ai quali è stato tolto ogni contatto della vita giornaliera, potrebbero soffrire della “sindrome della capanna”…per la paura di uscire, dopo tanto tempo, dalla propria casa.

A tale proposito, raggiungo al telefono la Psicologa Psicoterapeuta dott.ssa Mariagrazia Mari e le chiedo di illustrarmi le problematiche che dovranno affrontare molti ragazzi. 

Dalle sue riflessioni, frutto dell’esperienza di terapeuta, ha seguito e sta seguendo, bambini e ragazzi in età evolutiva:

Tanti giovani a casa stanno abbastanza bene, hanno tutte le comodità a portata di mano: play station, internet, social network. Tra le mura domestiche hanno la possibilità di divertirsi on line, incontrare amici, socializzare e comprare ciò che vogliono.

Molti hanno a disposizione una carta di credito per fare acquisti, la tv per guardare la loro serie preferita e comodi divani per oziare.

Capitava anche prima del Covid che alcuni non avessero voglia di uscire, prendere freddo, stare sotto la pioggia. Se potevano sceglievano di stare caldi e comodi a casa, senza fare a meno di niente o quasi.

Una grande quantità di giovani possiede tante cose ma sente anche apatia, demotivazione, vuoto, noia, assenza di obiettivi e progettualità.

Alcuni di loro non percepiscono la voglia di autonomia, ad esempio la smania di prendere il motorino per provare il senso di libertà, quel brivido che, qualche generazione fa, si rincorreva con tanto entusiasmo.

Non è rarissimo che qualche adolescente consideri la propria casa e la propria stanza come uno scudo, un posto protetto per difendersi dal mondo esterno. Quest’ultimo può essere percepito (oggi più che mai) come ostile, pericoloso, un posto da cui scappare per prendere le distanze da esperienze negative, traumatiche, frustranti.

In certi casi la situazione può anche sfuggire di mano fino a farti chiudere a riccio, isolare sempre più senza che tu te ne renda conto e senza che questo possa essere considerato un problema.

Ad alcuni il Covid ha cambiato poche abitudini, ad altri ha fatto scoprire che la comodità non è poi così male. Stare tra le quattro mura domestiche può aiutare a sfuggire dalle difficoltà con i coetanei o nel gestire emozioni e sensazioni, soprattutto quelle spiacevoli, come il disagio, la vergogna, la frustrazione, il senso di inadeguatezza, la paura del rifiuto e tanto altro.

Una parte delle problematiche e degli stati d’animo precedentemente inespressi ora si sono amplificati, sono esplosi con tutta la loro forza.

Una situazione obiettivamente pericolosa e ingestibile ci ha colto impreparati, ci ha colpiti in modo improvviso, inaspettato e ha messo ancor più in evidenza malesseri lasciati precedentemente inascoltati.

I giovani si sono trovati ad affrontare l’allerta Covid  in uno stato di fragilità preesistente. Molti di loro vanno in tilt di fronte a piccole problematiche, percepite come insormontabili, e allora perché non proteggersi (quando è possibile) in quel guscio che ci fa sentire al sicuro? In quel nido in cui tutto è più facile e risolvibile? Posso illudermi che sia l’esterno ad essere sbagliato, aggressivo, malato, contro di me e contro l’umanità, così posso scappare e rifugiarmi in un mondo illusorio. Mi chiudo dentro ad un involucro protettivo in cui sento che vado bene, sono perfetto, non sono soggetto a critiche ma dove resto imprigionato, immaturo, incapace e dipendente.

La casa non dovrebbe diventare la trappola infernale ma accompagnare il passaggio verso l’ambiente esterno.

Dovrebbe aiutare a percepire le soddisfazione personali, a raggiungere i propri traguardi, a superare le inevitabili difficoltà della vita, ad avere stima di sé per avercela fatta e a sentirsi forti e coraggiosi per aver messo in campo le proprie potenzialità.

La fragilità non è casuale ma il frutto di anni ed anni di troppe cose materiali, di tutto e subito e di poco tempo significativo disponibile.

Non è una lettura catastrofica e negativa delle nuove generazioni ma un invito a considerarle molto più competenti di quello che crediamo che siano, a dare loro fiducia e allo stesso tempo dare loro modo di riconoscersela attraverso il rispecchiamento di noi adulti.

La resilienza non si trova dietro l’angolo ma va costruita passo dopo passo, partendo molto precocemente, con gradualità, coerenza e costanza.

In questa “distanza forzata” non saranno poche neanche le persone che si saranno rese conto dell’aspetto fondamentale e insostituibile della relazione e del contatto, due fattori fondamentali per l’esistenza umana.

L’uomo è un essere sociale e senza la vicinanza con un altro essere vivente non potrebbe sopravvivere. Non c’è virtuale che può sostituire il reale e non c’è isolamento che non nasconda sofferenza e malessere.

Dott.ssa Mariagrazia Mari

Pedagogisti, filosofi e sociologhi, cercano di spiegare come relazionarsi con questi problemi, soprattutto per dare strumenti concreti e positivi al superamento delle difficoltà.
Tanto per citarne uno, Umberto Galimberti, nel libro “I nostri figli crescono grazie alla partecipazione: è la Greta Generation” rivolto ai ragazzi, ricco di consigli, propone di leggere Platone, perché nella sua filosofia potrebbero trovare risposte sul: senso della vita, sul valore della morale, sulla natura che ci circonda, sul linguaggio che usiamo e sull’esistenza di un Altrove.
Il filosofo suggerisce consigli anche ai genitori.

In una intervista di Francesca Amè su Costumi e Società, Salute e Psicologia, alla domanda di come i genitori, dovrebbero entrare in comunicazione con i figli, Galimberti risponde:

“I ragazzi abitano un altro mondo. Io, e anche lei, abbiamo vissuto la maggior parte della nostra esistenza solamente nel mondo reale. Loro no: per i giovani il virtuale è predominante. Ci guardano con l’aria di sapere già che cosa vogliamo dire loro e questo crea un grosso problema di fiducia nei nostri confronti: è disarmante. Ai genitori allora consiglio di approfittare di ogni minima finestra di dialogo: ascoltino i loro figli senza controbattere o senza fornire subito la loro visione del mondo ma mostrandosi davvero curiosi per le loro parole ed esperienze. Solo così il dialogo può procedere”.

Auguriamoci che tutto questo periodo di isolamento forzato, abbiano veramente fatto cogliere ai responsabili del mondo della scuola, dello sport, della musica, delle arti; l’elenco sarebbe molto lungo, rischiando di dimenticarne qualcuno, le emozioni che questa esperienza ci sta facendo vivere.