Francesco Mattioli, sociologo

Avrei volentieri glissato, dopo aver espresso le mie valutazioni sul caso Silvia Romano, invitando ad attendere, prima di dare giudizi, ricordando le complicate dinamiche della sindrome di Stoccolma che avvengono quando un a persona è rapita, segregata e minacciata per diciotto mesi. 

Il caso di Silvia Romano si presta a due criteri di valutazione: quello personale e psicologico, e quello politico. Naturalmente chiunque ha il diritto di dire la sua sulla vicenda – c’è chi lo fa in salotto, chi conversando (a un metro di distanza…) sulla panchina di un giardino pubblico, chi sulla “terza pagina” dei quotidiani, chi pestando sulla tastiera di un pc o di uno smartphone e accedendo così alle supreme vette della comunicazione multimediale, chi in Parlamento su mandato di un elettorato. 

Tuttavia è chiaro che le valutazioni di ordine  psicosociologico sarebbe opportuno lasciarle agli esperti, cioè a chi per decenni ha studiato certi fenomeni, mentre le valutazioni politiche  e morali sono alla portata di tutti, almeno in democrazia, e allora lì valgono solo l’intelligenza, l’esperienza, il buon senso e il buon gusto. 

I giudizi politici sulla vicenda implicano peraltro valutazioni sui meccanismi internazionali, anche di intelligence, che qui non starò a considerare.

Leggo su “La Città” del 14 maggio due interventi che richiamano a Silva Romano.

Il primo è quello di Paolo D’Arpini, come al solito elegante anche se un po’ troppo burbero verso la società di oggi e gli impegni che essa richiede; egli lega correttamente l’adesione a certo islamismo sia al bisogno di appartenenza, di coesione dell’individuo, sia alla semplificazione gerarchica, risolta purtroppo in termini di differenza di genere.

D’Arpini sostiene che di fronte all’incertezza e alla confusione della società postmoderna molti si rifugiano in queste semplicistiche certezze. Insomma D’Arpini tuona contro la modernità occidentale con gli stessi argomenti dei vecchi critici della società di massa (Horkheimer, Adorno, Fromm, Marcuse),  che paventavano lo sviluppo di poteri occulti e manipolatori capaci di governare una umanità di individui imbambolati ed eterodiretti.

Questi studiosi, di origine marxista, ma terrorizzati dall’esperienza nazista e delusi da quella comunista, fecero fortuna – guarda caso – nell’occidente democratico (Usa e Regno Unito, soprattutto) che bene o male la parola la lasciava libera di prevalere in  una logica di libero mercato letterario e  filosofico.   

Per tutto ciò, ritengo che l’incertezza, offerta dal pluralismo democratico e religioso, sia non un danno per la democrazia e la libera espressione dell’individuo, ma piuttosto una risorsa, considerato che, come scrive Bauman – è da essa che possono nascere nuove idee e nuovi slanci per l’umanità e per lo spirito prometeico (non  solo contemplativo e intimista/naturalista, caro amico D’Arpini) che anima l’Uomo. 

Finisco con un amichevole rimprovero a D’Arpini (quando si è stati professori, lo si è per tutta la vita…): i sociologi non sono appiattiti su una logica economica, anche se ovviamente ne riconoscono la funzione fondamentale nello scambio relazionale e nelle dinamiche organizzative della società. 

Una delle intuizioni di Max Weber, che pure era di formazione un economista,  riconfermata poi da Talcott Parsons, è stata quella di descrivere la “costruzione sociale di senso” che anima la società umana, processo che tiene conto di modelli culturali di carattere morale, religioso, filosofico che non si legano necessariamente e spesso nemmeno prevalentemente ad una logica economica e che costituiscono uno degli oggetti privilegiati di studio della sociologia.  

Sul secondo intervento dedicato a Silvia Romano spendo pochissime parole, non meritando altro che di essere dimenticato per il poco che lo ispira.  Ometto quindi di citare il nome dell’autore. Quando su un fenomeno scarsamente conosciuto nei dettagli si impone una visione estremista, superficiale e bacchettona, il rischio è quello di esibire una cospicua dose di provincialismo culturale, travisando i fatti probabilmente per colpevole disinformazione o forse per una animosità rumorosa che merita le tribune di certe piazze di bocca buona, piuttosto che il consesso culturale di un giornale online. Ma ci sta; persino in Parlamento – che dovrebbe esser tribuna di persone votate a governarci, quindi di prudente e responsabile cultura – sono rintronate parole di indicibile superficialità.

Chiudo con un ulteriore considerazione su Silvia Romano.

Non è la prima volta che i terroristi islamici – e i fondamentalisti in genere, di ogni settario credo – lavorano sulla pressione psicologica, specie contro le donne. Purtroppo sta anche scritto nel Corano che il  nemico che si converte si salva, mentre l’altro può essere eliminato. Di passata, dirò che certo Cristianesimo a cui sembrano ispirarsi taluni cristiani conservatori e illiberali, in passato ha operato allo stesso modo. E’ nelle cose della Storia, che è Storia di uomini (spesso di maschi), quindi di santi, eroi, navigatori ma anche di sporchi delinquenti. 

Occorre prendere tempo prima di giudicare, e soprattutto occorre avere rispetto per una persona che ha passato una esperienza tragica. Se la è cercata? Se è per questo, se la sono cercata anche Salvo d’Acquisto, Santo Stefano, Ayrton Senna o Paolo Dall’Oglio, ma a nessuno di questi sono state rivolte tante critiche…

Il sorriso di Silvia appare a qualcuno una provocazione?

Facciamo così: ispirandoci ad un vecchio detto pellirosse, cerchiamo di camminare a lungo sulle orme delle persone, prima di dare frettolosi giudizi morali.