Enrico Clementi - Networking, Imprenditoria sociale, Tutoring, Formazione 

Sono già 10 anni dall’uscita del mio L’educatore professionale e il lavoro di “secondo livello” (1^ ed. anno 2011), che aveva come sottotitolo: Per un ampliamento del lavoro socio-educativo in prospettiva organizzativa, formativa e di consulenza. https://www.unilibro.it/libro/clementi-enrico/educatore-professionale-lavoro-secondo-livello-ampliamento-socio-educativo-prospettiva-organizzativa-formativa-consulenza/9788896732328

In quel libro, a partire dalle competenze che caratterizzano l’educatore professionale (le c.d. core competence), facevo un lavoro di comparazione tra le stesse e le competenze di figure “alte” del mercato del lavoro, quelle del consulente, del formatore, del supervisore, del ricercatore, del coordinatore.

Proponevo in fine una figura “di sintesi” tra le professionalità anzidette, che chiamavo ECP o Educatore Consulente di Processo, in virtù del fatto che la distinzione tra le figure di “secondo livello”, ancorché funzionale sul piano teorico, nella prassi è sfumata e poco consistente.

Negli anni ho verificato sul campo questa ipotesi, sostenuta a suo tempo da evidenze scientifiche, rilevandone potenzialità e limiti.

Nonostante le buone premesse che accompagnarono la pubblicazione di questo libro, che ebbe riscontro positivo in ambito accademico, il mondo professionale degli educatori sembrò poco disponibile ad essere “traghettato” – come scrivevo all’ora – dalle secche nelle quali sembrava incagliato, sia a livello economico, che in termini di riconoscimento professionale. Salvo però continuare a lamentare impasse di questo genere, aggravate fino ad anni recenti da forme contrattuali anomale, oggi superate, almeno nella forma, grazie al decreto attuativo del Jobs Act (n. 81/2015).

Oggi si vorrebbe procedere a “tutelare” gli educatori spingendo la professione – varie associazioni nazionali si muovono in questo senso - nelle maglie della Sanità, così come avvenuto nel 2017 per gli psicologi (conversione in legge del Ddl Lorenzin); in qualche modo cancellando d’un sol colpo il retaggio umanistico, filosofico, ancor prima che pedagogico, dell’educazione. Ho già scritto sull’insensatezza di questo orientamento che andrebbe non solo a limitare la versatilità dell’educatore sul piano degli interventi, ma ad appiattire il mondo delle professioni d’aiuto, a quel punto tutte ricomprese nell’ambito sanitario. http://www.lacitta.eu/cronaca/44902-l-educatore-davvero-imperfetto.html

C’è inoltre l’insidia della creazione di albi professionali per counselor, coach, consulenti, mediatori e altri, che oltre a generare inutile confusione sul piano delle specificità, creano sovrastrutture di sistema, alimentando mercati paralleli sia in ingresso (formazione), che in uscita (servizi).

Torno al tema della consulenza educativa, ancorché illustrare, le precedenti righe, un panorama inquietante che meriterebbe maggiore attenzione, senso critico da parte degli educatori, approfondimenti, provvedimenti.    

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Enrico Clementi - Networking, Imprenditoria sociale, Tutoring, Formazione 

Il termine “consulenza” è la traduzione dei termini counseling, o counselling. Entrambi corretti, ma il primo è la dicitura proveniente dagli Stati Uniti, mentre l'altro è di derivazione anglosassone.

Il counseling è un intervento di tipo pedagogico educativo (o secondo altri psico-pedagogico) atto a promuovere la salute ed operare sulla normalità, più che sulla patologia. Il suo fine è dunque non curativo, ma preventivo.

Parlare di psicoterapia significa riferirsi ad un intervento mirato, fondamentalmente, ad agire in modo terapeutico su disturbi o connotazioni ritenute patologiche o quanto meno necessitanti una “terapia”, che possa   portare ad un miglioramento o a un superamento della situazione problema. L’intervento dello psicologo, quindi, perché inscritto nell’area sanitaria, è un intervento di tipo medico, che si avvale di determinati strumenti e procedure (psicometria).

Nel processo di Consulenza l'elemento "patologico" non è rilevante come nel processo psicoterapeutico: qualora presente, infatti, è su un piano diverso rispetto al problema portato dal cliente (e avrà quindi spazi e tempi ad esso dedicati, ad es. i settings psicoterapeutico o psichiatrico) o al bisogno colto come centrale nella richiesta d’aiuto.

C’è in questa impostazione anche una valenza “politica”, riconoscendo alla persona portatrice di un disagio di rilevanza medica, pari dignità e diritto nell’esprimere un bisogno che, nel nostro caso, non è preceduto o sopraffatto dal disagio stesso, dalla malattia. Il disagio mentale, con Binswenger, viene qui letto come una via, un rischio possibile dell’esistenza, che consiste proprio nello smarrirsi nel processo umano del “dare forma a se stessi”.

L'obiettivo della Consulenza è far sì che la persona riesca a potenziare le proprie risorse e a creare le condizioni relazionali ed ambientali che contribuiscano al suo benessere. In altre parole, il lavoro di supporto educativo favorisce in questi casi la presa di coscienza di quei meccanismi affatto personali, espressi in termini di “preferenze cognitive”, che spesso spingono a reiterare comportamenti poco costruttivi, a dubbio persistente e immobilità, a difficoltà di pianificazione e progettazione del proprio futuro anche prossimo.

Non mira solo a cercare l'origine delle difficoltà, ma anche a far sperimentare a chi fruisce di questo genere di supporto nuove soluzioni (pensiero divergente), a stimolare un adattamento creativo della persona al contesto relazionale-sociale.

Si può considerare l’intervento educativo di consulenza come una strategia di promozione della salute e di prevenzione degli stati di disagio e quindi della malattia.

La ricerca pedagogica solo recentemente ha posto l’attenzione sulla consulenza educativa concepita come modalità di sostegno alla persona, alla coppia e alla famiglia in difficoltà, nei modi del Counseling (ad indirizzo filosofico, piuttosto umanistico o artistico).

Come indicato nella premessa, già nel 2001 - ma il libro nasceva da esperienze pregresse, il mio intento professionale è quello di spostare l’asse delle risorse, dalla prevenzione c.d. “secondaria” o “terziaria”, dove il disagio o il gap sociale è conclamato, a quella “primaria”.

Di più, il lavoro di Consulenza - come da me inteso – si estende all’ambito consulenziale stricto sensu (quello aziendale, per capirci) rivolto ad organismi pubblici o privati, come pure ad enti che operano in campo educativo, formativo, socio-educativo. Per indicarne alcuni con i quali negli anni ho collaborato: cooperative sociali e consorzi di cooperative, associazioni di volontariato e associazioni sportive, scuole pubbliche, uffici provinciali e comunali (politiche pubbliche e servizi sociali) e simili.

Infatti, i soggetti indicati, come già ipotizzavo nel libro che ha dato lo spunto a questa nota (cit.), al pari di quelli aziendali, sono sempre più orientati al processo, non possono prescindere da una programmazione e progettazione efficaci e quindi dalla raccolta dati, dal far valere la leadership più che il potere gerarchico- funzionale, da un’oculata valutazione e gestione delle risorse, dalla soddisfazione del cliente, sia esso committente (ad es. enti pubblici per le cooperative) o utente intermedio e finale.

L’Educatore Consulente di Processo (ECP) da me ipotizzato, appunto, accorpava a sé questi ambiti di competenza, essendo il punto di raccordo tra figure istituzionali e professionali diverse, a tratti distanti tra loro e con rare occasioni di reale scambio e sinergia, sovente impigliate nelle maglie di procedure rigide, dove il linguaggio ufficiale è quello degli Atti: si dice spesso che l’Ente pubblico “parla per Atti”.

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Nel corso della vita, ognuno di noi può vivere momenti di difficoltà e confusione non necessariamente legati a fenomeni patologici, ma causati da eventi critici, dovuti al passaggio da una fase all’altra del ciclo vitale, oppure a fatti inattesi, i quali mettono a dura prova la capacità di adattamento e organizzazione personali.

Utilizzare modalità operative che muovono dalle potenzialità della persona (si parte dai “punti di forza”, per implementare quelli “di debolezza”) e che mirano ad attivare processi di cambiamento, porta ad individuare nella consulenza molti elementi propri delle teorie pedagogiche e delle prassi educative attuali.

La consulenza educativa, dunque, può essere definita come un percorso volto ad aiutare il soggetto ad elaborare un progetto educativo su di sé e/o sulle persone a lui prossime nel sistema di vita familiare, diventando egli stesso risorse attiva all’interno del nucleo.

La “relazione d’aiuto”, pedagogicamente intesa, si basa su un rapporto tra due soggetti (il consulente e il cliente), che a sua volta è fondato su processi di scambio che abbiano i requisiti dell’efficacia (si lavora per obietti definiti in modo partecipato) e dell’efficienza: si tiene conto delle risorse disponibile, materiali e immateriali, e si definiscono obiettivi in relazione ad esse.

In tal senso questo tipo di rapporto viene considerato come un’opportunità per stimolare ed incrementare il “rafforzamento” (o empowerment) della persona in situazione di difficoltà. Dove l’empowerment indica il processo di ampliamento delle potenzialità del soggetto, in modo da aumentare le abilità personali e la possibilità di controllare attivamente la propria vita, divenendo risorsa per il contesto.

Il cambiamento va considerato come “la componente empirica dell’educazione” (Demetrio), cioè quella componente che rende evidente, perché manifesto, l’avvenuto apprendimento. Educarsi al cambiamento significa quindi impegnarsi attivamente per essere parte attiva del proprio divenire, così come lo si immagina o lo si desidera.

Ecco dunque che la consulenza educativa si presenta come un sostegno offerto alla persona per la sua piena realizzazione, come percorso formativo, volto ad aumentare l’autonomia del soggetto attraverso lo sviluppo delle sue potenzialità e abilità. In questo senso, esso, è anche un processo conoscitivo e di ricerca, che implica l’acquisizione di categorie concettuali e strumenti linguistici funzionali al processo stesso.

L’impostazione del mio lavoro è di tipo “costruttivista” e muove dal presupposto che il linguaggio, non ha solamente una valenza descrittiva, ma costruttiva, permettendoci di articolare la realtà in modi affatto omogenei e personali.  

Sempre in prospettiva costruttivista, la centralità della persona è un aspetto caratteristico sia della consulenza, che del processo educativo, al fine di promuovere apprendimenti significativi e autodirezione negli apprendimenti.

La Pedagogia preventiva ci chiede di dotarci per tempo di idee ben chiare, in modo da non farci cogliere impreparati, quando la necessità di interventi educativi si presenterà (e, ne siamo certi, si presenterà).

La Pedagogia positiva vuole analizzare tali idee, vedere brevemente quelle che sono “negative” (nel senso di non costruttive per la persona, non evolutive e a tratti “regressive”) e fissare quelle utili e buone. Sono, infatti, le nostre convinzioni che al momento del bisogno ci porteranno a proporre con autorevolezza e chiarezza comportamenti “adeguati”, perché “convenienti” sul piano dei risultati.

Difficoltà a programmare, progettare, definire obiettivi personali (di studio, di lavoro, ecc.), come pure difficoltà relazionali, affettive tra coniugi, scelte poco chiare con i figli e mancanza di coerenza interna nel proporre regole (autonomia vs. autorità, libertà vs. regole, aggressività latente o manifesta, forme più o meno evidenti di sopraffazione domestica, abuso di sostanze o altre forme di dipendenza, ecc.)… come comportarsi in questi casi?

Ebbene: lavoriamoci preventivamente, facciamoci un’idea chiara di quello che sta avvenendo, collochiamo correttamente problematiche e vissuti, diamo ad essi il “nome giusto” e dotiamoci di strumenti per attivare risorse personali e guidare le nostre azioni in modo positivo, perché evolutivo. A questo servono i percorsi e il lavoro in Pedagogia preventiva positiva.

A chi ci rivolgiamo: adulti o giovani adulti, nuclei familiari (estesi all’ambito parentale), ragazzi, adolescenti o preadolescenti accompagnati da genitori.

Per informazioni e contatti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure via Whatsapp (sarete richiamati) al: (+39) 349 638 4741

Incontri in presenza e in modalità remota su Skype e Zoom meeting.

 

Enrico Clementi – Educatore, Formatore, Consulente educativo