Francesco Mattioli, sociologo

Il bello dei miei incroci di fioretto intellettuali con Paolo D’Arpini è che alla fine del discorso non solo ognuno resta delle sue opinioni, ma queste si rafforzano.

Eppure, queste differenti vedute tra di noi sembrano costituire due diversi binari, non connessi ma che, pur superando ostacoli e curve differenti, conducono il treno della conoscenza nella medesima direzione. La direzione è quella di rispondere all’eterna domanda dell’Uomo: chi sono, di dove vengo e dove vado?

Poi ciascuno inclina a rispondere in modo diverso: chi scrollando le spalle e restando attento alle sensazioni interiori che la nostra, irripetibile, intelligenza (intelligere: leggere dentro…) umana ci offre; chi tentando di plasmare il suo destino, magari solo partecipando a quell’impresa collettiva più grande di lui che è la Storia.

La Storia, che solo l’Uomo scrive e nessuno altro scrive in anticipo, anche se la matita, l’inchiostro e la carta fossero dati una volta per tutte dalla Natura, dal mondo fisico.  

Io non so se D’Arpini ricordi veramente il suo stato nel grembo materno; sarei incline a non crederlo, perché così ci dice la scienza; ma non è importante.

Conta piuttosto che se anche quella memoria si fosse stampata nella coscienza, poi è stata rielaborata da una mente dotata di capacità di discernimento e quindi di scelta; infine è stata messa a frutto confrontandosi con il mondo reale e ha concorso assieme alle mille esperienze di una vita scelta e non semplicemente subita, a costruire la storia, l’identità personale e socioculturale di D’Arpini, facendone l’intellettuale di oggi.

Così come è accaduto con me, ponendomi in una posizione differente ma dialettica con la sua. 

Non nego che la mia storia personale sia decisa da taluni eventi – positivi e negativi - che non posso controllare; ma i bivi, le alternative, le reazioni che mi hanno indirizzato da una parte piuttosto che dall’altra li rivendico come miei e non li affido ad un mero destino. 

Se sommo la mia vita a quella di tutti gli altri, vedo un genere umano che, seppur determinato e limitato dalla sua natura esistenziale, compie scelte proprie e diventa responsabile dei propri destini.

Con queste scelte si presenta ogni giorno al giudizio dell’Umanità, della Storia e, per chi ci crede, di Dio.

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L'articolo di Paolo D'Arpini

Risposta al caro Mattioli e... Destino o libero arbitrio? La risposta è in chi si pone la domanda...