Pietro Angelone Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

La Maremma che fu (narrazione e poesia)

-one od –ette

A proposito di lessico è noto l’uso dei suffissi in quello fanciullesco, sì che si favorisca un maggiore apprendimento e comprensione. Allora si sprecano gli -ino, –etto, -uccio, -one, -icello etc.

Tra gli adulti l’uso di cui sopra è spesso usato strumentalmente per usi impropri, come dimostrato dal seguente fatterello, avvenuto in Maremma (me bambino).

Allora la moneta era la lira, che aveva un suo prezioso valore, anche perché ne circolavano ben poche.

Erano gli anni cinquanta, quando le condizioni socio-economiche erano ben diverse da quelle di oggi (anche se qualcuno afferma che si stava peggio ma si viveva meglio!) e c’era chi, insieme a una famiglia numerosa, aveva solo gli occhi per piangere. Ebbene un piccolo proprietario terriero (malen’kin fermer avrebbero detto in tono dispregiativo in Russia prima della rivoluzione d’ottobre era soprannominato (Lo) spilorcio, ché aveva l’abitudine di cercare come mano d’opera i braccianti più bisognosi, per offrire una paga inferiore a quella corrente e, così, risparmiare sul compenso giornaliero.

Arrivato il tempo della mietitura (allora si faceva manualmente), cercò i braccianti per formare il numero necessario e, forte del metodo al ribasso, ne trovò quattro per una paga di mille lire giornaliere per ognuno. Per completare il gruppo ne mancava ancora uno e così chiese a una compaesano, bisognoso sì, ma scaltro e a conoscenza della tariffa vigente, con fare complimentoso (pro domo sua): “Vuoi venire a mietere da me?

La mietitura

Ti darò come giornata mille belle lirone? Ti sta bene?

L’altro, per tutta risposta, (similiter pro domo sua): “Senti io mi contento di due brutte mila lirette; Ti sta bene?” I due si misero d’accordo per 1.300 lire, vuoi perché le messi erano ben mature e dovevano essere tagliate, vuoi perché quella somma era la giusta paga per allora, vuoi perché (Lo) spilorcio trovò nell’arguta risposta del bracciante motivo di riflessione, cioè, che davanti alla prestazione lavorativa non ci sono suffissi che valgano. Molti anni dopo arrivò l’euro, che non è né –one, né - etto.

Infatti è quello che è, sapendolo bene ciascuno di noi. Non servono suffissi e, anche fosse, ognuno userebbe il suffisso che ritiene più opportuno.

Inoltre, nel nostro tempo, non si miete più a mano!

…….

Per restare nel discorso lessicale, dopo aver detto dei nomi alterati, mi viene in mente l’abitudine della trasmissione del nome dei nonni ai nipoti e capitava però che, a titolo scaramantico, desiderativo od augurale, si ricorresse qualche volta al significato dei nomi propri, incuranti del detto latino nomina non omina, cioè i nomi non sono di presagio (per lo meno nella maggior parte dei casi).

In proposito: Provvidenza

In un podere viveva una famiglia contadina abbastanza numerosa, al punto che in venticinque anni di matrimonio erano nati otto figli, così i due coniugi avevano deciso di chiamare Ultimino l’ultimo arrivato, come impegno a stare più attenti e farla finita una buona volta. Dopo quindici mesi eccoti però una femminuccia. Visto il risultato precedente, quando il giorno del battesimo il prete domandò che nome mettere alla battezzanda, i due coralmente e senza esitare: “Vogliamo imporle il Nome di Provvidenza, perché se non ci pensa Questa e non ci aiuta ‘sta storia non finisce più”.

E finalmente l’aiuto (divino) venne in soccorso dei due coniugi maremmani, ma qualcuno maliziosamente disse che, forse, intervenne una precoce menopausa.