

Viterbo DIALOGO
Francesco Mattioli, sociologo
Un effetto della postmodernità, come hanno acutamente osservato studiosi di chiara fama come Anthony Giddens e Zygmunt Bauman – con cui peraltro ho avuto la fortuna di scambiare impressioni e valutazioni sull’argomento – è quel processo di globalizzazione che, mediante una sorta di compressione spaziotemporale, mette di fronte e mescola popoli e culture differenti.
Da questi incontri, che possono esitare in un processo di assorbimento e quindi di acculturazione, ma che più spesso si trasformano in “scambi” interculturali, tutti gli interlocutori escono in qualche misura cambiati. Accade nelle relazioni interpersonali, a maggior ragione nei rapporti tra i popoli e tra le culture; la Storia, in questo, è veramente maestra. Si pensi alla famosa sentenza di Orazio “Graecia capta ferum victorem cepit” che prendeva atto dell’influenza che l’ellenismo ebbe su Roma non appena questa si aprì agli scenari sociopolitici mediorientali o, per arrivare ai giorni nostri, come la cultura musicale afroamericana sia stata pervasiva non solo negli Stati Uniti ma un po’ in tutto il mondo, nonostante originasse dagli strati più marginali del mondo e della società d’oltreoceano in particolare.
Se questo accade nelle relazioni interculturali, innescando problematiche di vario genere, relative al politicamente corretto e sostanzialmente determinate da variabili di tipo socioeconomico, ben più complesse appaiono le relazioni tra le religioni. Certo, come hanno sottolineato da fronti opposti Karl Marx e Max Weber e come hanno più recentemente ribadito Mircea Eliade e Jeffreys Alexander, la dimensione religiosa non prescinde da quella socioeconomica, perché anche la religione è storia e non è uguale a sé stessa, differenziandosi dalla fede proprio perché nel tempo mutano regole, forme organizzative, liturgie, persino la graduatoria dei valori. E tuttavia la religione ha a che fare con una sfera valoriale fortemente innervata nelle comunità sociali che coinvolge con il pensiero umano l’identità degli individui, dei gruppi, delle nazioni.
Di qui, almeno due problemi in più: il primo, relativo alla difesa della propria identità culturale e dei propri valori; il secondo, ancor più delicato, relativo alla saldezza della propria fede.
In passato, quando il Cristianesimo si affermava nel mondo non solo ad opera di apostoli e predicatori ma anche sulla punta di spade e baionette, si scatenarono vere e proprie guerre di religione. C’è chi ha convincentemente sostenuto che dietro alle guerre di religione vi fossero in realtà ben altri scopi (uno storico mi diceva sogghignando che il “Deus vult” di Pietro l’Eremita in realtà fu inteso e accolto dai nobili francesi, inglesi e tedeschi, nonché dai mercanti veneziani, come un “Pecunia vult”).
A partire dal XX secolo, maturando un’etica universale (come si evince anche dalla Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo del 1948), le relazioni tra culture e religioni diverse sono state vissute non come generatrici di conflitto, ma come occasione necessaria di dialogo. Insomma, concepire le religioni non come elementi divisivi, ma come espressioni diverse di uno stesso bisogno umano di sovrannaturalità.
Come l’esperienza politico-sociale insegna, ma anche il buon senso, il dialogo presuppone la volontà di intendersi, di venire a patti, di riconoscere le diversità ma anche le somiglianze. Senza chiudersi. Altrimenti non ci si parla, e questo nell’attuale mondo globale, non è oggettivamente possibile, con buona pace di nazionalisti, sovranisti, estremisti, integralisti e di altri “isti” di vario genere ed estrazione.
Il dialogo interreligioso diventa necessario quando si convive sotto uno stesso tetto. E sia chiaro: la necessità di far convivere sotto lo stesso tetto culture e etnie diverse non è solo un portato delle attuali e tanto deprecate migrazioni, dell’esplosione dei mass media o della circolazione umana, quanto del colonialismo che volle a forza farle convivere sotto il dominio di un Commonwealth, della Francia dei Territoires d’Outre-mer, dello schiavismo americano, dell’espansionismo suprematista nazifascista o di quello del totalitarismo comunista.
Il dialogo non può presupporre il cedimento sui principi fondamentali della propria religione, o meglio della propria fede; ma come molti aspetti teologici sono stati modificati nel tempo (si pensi alla progressiva valorizzazione del ruolo di Maria di Nazareth, ma anche e in senso contrario all’esclusione del matrimonio dei preti deliberata al Concilio di Nicea tre secoli dopo Cristo) nulla esclude che il dialogo interreligioso possa condurre ad una rivisitazione di quei principi che non sono presenti nel Libro (in questo caso nel Vangelo) ma che sono stati elaborati successivamente alla luce delle vicende storiche della società e della cultura mediterranea altomedievale. Si prendano ad esempio il Concilio Vaticano II, ma ancor prima l’enciclica Rerum Novarum e l’impegno politico dei cattolici espresso da Don Sturzo: tutte reinterpretazioni di quel testo delle Beatitudini che, apparentemente, relegava ad un futuro ultraterreno il riscatto dei poveri e dei miseri.
E’ possibile che il dialogo fra le parti evidenzi irrigidimenti in uno degli interlocutori. Ad esempio, il dialogo tra cristiani ed islamici trova tra questi ultimi un fondamentalismo molto poco incline alla reciproca concessione; non a caso, abbiamo una moschea all’ombra di San Pietro, ma non una chiesa di fronte alla Kaaba. E se chiese e moschee convivevano e convivono in certi stati musulmani è perché il colonialismo lo impose e rese normale, anzi normativa, la convivenza tra religioni diverse. Certe rigidità, seppur attenuate da un politicamente corretto necessario a respingere i feticci del nazismo, si mantengono anche tra gli ebrei nei confronti dei cristiani; ed è anche comprensibile, giacché il cristianesimo innovò abbondantemente, e spesso in senso critico, rispetto all’ebraismo da cui nacque, acquisendo un taglio progressivamente sempre più “occidentale”.
In realtà né i cristiani sono tutti uguali (cattolici, protestanti, ortodossi, ecc.), né lo sono gli islamici (sunniti, sciiti, sufi, ecc.), né lo sono gli ebrei, quindi le posizioni possono essere ancor più articolate.
Personalmente non sono tra coloro che ammettono di dover modificare a fini di dialogo i valori e i principi fondamentali della propria fede, quale che essa sia; ne va di mezzo anche la voglia di mantenere una propria identità, che è anche di cultura. E tuttavia va riconosciuto che la necessità – imprescindibile per l’Essere Umano - del dialogo esige l’ammorbidimento reciproco delle posizioni, quelle che sorgono dal farsi storico piuttosto che dalla fede, in un clima costruttivo di accordo e di rispetto; in particolare da parte dell’interlocutore più maturo, più civile, più avanzato, quello che magari ha avuto 652 anni in più per crescere… Mi viene da fare un esempio; sulla condizione, i diritti e i ruoli della donna sono indietro sia il cattolicesimo che, e ben di più, l’Islam. Ma paradossalmente il concetto di uguaglianza tra i sessi, che sembrerebbe una conquista laica, è un derivato pressoché esclusivo dell’uguaglianza tra gli esseri umani proclamata nel Vangelo. E’ quindi parte integrante della nostra fede, o meglio dovrebbe esserlo; ma poi la Storia - cioè i vari processi politici, sociali, culturali, etnici - ha impedito che questo avvenisse, anzi ha costruito valori “religiosi”, cioè socioculturali, divenuti in qualche caso opzioni di natura teologica, che impediscono di realizzare una vera parità in ogni campo dell’organizzazione religiosa della Chiesa.
Ovviamente altro è escludere le donne dal sacerdozio, come nella Chiesa cattolica, ma ammetterle a moltissime fasi del ruolo laicale; e altro è imporre loro il jihab, il niqab o addirittura il burka, escluderle da molti aspetti della vita sociale e sottoporle a forme imperative di diseguaglianza sociale, come avviene nell’Islam più rigoroso.
In uno stato laico, quel che avviene nella sfera dell’organizzazione religiosa non interessa; ma interessa quel che incide sulle forme di relazione e sui diritti sociopolitici dei cittadini. La differenza fra le democrazie occidentali e le teocrazie musulmane è soprattutto questa, ed è un ulteriore aspetto della difficoltà di dialogo anche tra le religioni, quando queste tengono un atteggiamento diverso rispetto alla società civile.
Come si vede, il dialogo interreligioso è irto di ostacoli, nonostante la necessità inevitabile di interagire, di convivere, di rispettarsi e forse proprio a causa di essa.
In effetti, di fronte all’idea di Dio sono ben pochi gli atteggiamenti umani che sfuggono ai condizionamenti della società, e quindi della Storia. Per alcuni, meno avvezzi alle scienze sociali e fortemente autoreferenziali nel considerare le istanze della propria fede, un’affermazione del genere sembrerà inutile, anzi dannosa, se non blasfema.
Ma ci sono almeno due considerazioni da fare.
La prima, sociologica, che la società - quindi la Storia - cammina in un certo modo e bisogna tenerne conto, se non si vuole restare eccentrici ad essa rinunciando a farsi demiurghi di un destino comune. E senza storia, magistra vitae, è difficile rendersi conto di chi si è.
La seconda, che i richiami di Gesù ai samaritani, l’episodio del cireneo, i suoi continui attacchi al rigorismo autoreferenziale dei farisei, la sua dichiarata voglia di cambiare il mondo (sta scritto, ma io vi dico…; non sono venuto a portare la pace…), la sua Passione per tutti nessuno escluso - quindi la Parola del Vangelo - non consentono, né teologicamente, né socialmente, né culturalmente, di sentirsi sempre e comunque dalla parte della ragione, escludendo la necessità di dialogare con gli altri e quindi di venire loro incontro, disposti a trovare una via comune, e magari nuova per tutti.
