Viterbo RICORDI Mi piace pensare di proporre un piccolo raggio di luce
di Barbara Pasqualini

Enrico è la margherita al centro,
mia madre, Bruna, è la margherita a destra con mio padre Vinicio,
tutti lassù che ci guardano... quaggiù. (m.g.)
(Le foto sono di Enrico Pasqualini)

Da pochi giorni abbiamo spostato un’ora indietro le lancette dei nostri orologi: siamo ritornati all’ora solare, che ci ha traghettato nel mese di novembre, la cui durata media del giorno, per Viterbo, è di nove ore e cinquantacinque minuti!

Solo il mese di dicembre ha questo parametro ancor più basso, pensate, nove ore e quindici minuti! Prima di leggere casualmente questi dati, durante una delle mie escursioni “internettiane” sui siti di previsioni meteo, non avevo mai riflettuto attentamente sulla faccenda.

Eppure passiamo da mesi in cui viviamo e godiamo di tante ore di meraviglioso sole, complice la bella stagione e l’ora legale, a mesi in cui trascorriamo circa i due terzi della giornata al buio.

Quasi quasi mi spaventa un po’?! Intendo dire che questo cambiamento mi arreca la spiacevole sensazione di avere meno tempo a disposizione da dedicare alle più disparate attività quotidiane, serie e/o facete. Naturalmente non è così, ma ogni anno si fatica un pochino nell’adattarsi a questo naturale avvicendamento stagionale, che si ripropone con tutto un suo peculiarissimo carico di pensieri, emozioni e sensazioni.

Ora l’inizio di novembre è segnato, almeno un pochino, da tradizioni non proprio autoctone. Alludo alla festa di Halloween, che ormai, per la gioia dei bambini e, forse, anche di alcuni adulti, è entrata a far parte del nostro quotidiano, costituendo un’occasione di divertimento e di evasione.

Quando era bambina io, non ricordo che questa festività fosse così conosciuta da noi, né, tantomeno, celebrata: nel mio immaginario era una suggestiva, e un po’ misteriosa, tradizione anglosassone, spesso presente nei film e negli sceneggiati americani, dov’era, desumevo, commemorata. Halloween solleticava un po’ la mia fantasia, forse m’incuriosiva, ma era assai lontana dai miei pensieri e dal mio vissuto.

Ergo… la natura dei ricordi che mi lega a queste giornate riguarda la ricorrenza di Ognissanti. E’ come un appuntamento con la storia, la mia storia personale di bimba, che mi aspetta, si affaccia alla mia memoria, chiede di avere, ancora, qualche attimo di vita, ogni anno.

E mi regala una sensazione di piacevole tepore, come stare vicino a un camino acceso quando fuori inizia a far freddo, e la fiamma scoppiettante dona un gradevole ristoro, quasi un senso di protezione.

Sono stata una bambina fortunata: fino a una certa età, non ho provato il dolore di perdere persone care a me vicine.

La festa di Ognissanti era per me una ricorrenza famigliare, un viaggio indietro nel tempo e far tornare alla vita persone non più tra noi da tanti anni.

In questa circostanza, ma già nei giorni precedenti al primo di novembre, la mia famiglia ed io ci recavamo “ai cimiteri”, a visitare i nostri cari defunti. Ho usato il plurale, “cimiteri”, perché essi sono sepolti in diversi paesi della provincia di Viterbo, quindi andare a fare loro visita significava dedicare un pomeriggio a ogni località. Andavamo sulle tombe dei nonni e degli zii dei miei genitori. I miei nonni venivano con noi, e questo, per me, era già un’occasione particolare, considerando quanto fossero restii a muoversi!

Al mattino del giorno prescelto, durante le consuete passeggiate che facevo con il mio papà, nei giorni di festa, andavamo a comprare dei fiori da deporre presso i nostri morti, simbolo esteriore del nostro immutato affetto e sempre vivo ricordo.

Partivamo nel primo pomeriggio, per sfruttare le ultime ore di luce prima che il sole calasse. Ricordo con piacere i viaggi in auto, stretti stretti come si può stare in cinque in un’utilitaria, tutti già “incappottati” per proteggerci dai primi freddi. Il tepore dei nostri corpi scaldava l’ambiente… e i nostri cuori. Arrivavamo sempre piuttosto trafelati, con il timore che il cimitero chiudesse senza che noi potessimo avere visitato tutti i nostri cari.

Mi ricordo la sensazione di freddo che provavo ogni volta che entravo al cimitero, forse per via del vento o dell’umidità, il profumo caratteristico dei fiori freschi, che altre mani amorevoli avevano deposto sulle tombe dei propri cari, come ci apprestavamo a fare anche noi, l’odore intenso della cera dei lumini che brucia, e i tanti interrogativi che mi ponevo.

Mentre camminavano in questo luogo per me sacro, osservavo le foto poste sui vari loculi, i nomi e le date di nascita e morte di chi non c’è più: calcolavo quanti anni avessero vissuto, mi chiedevo chi fossero stati, durante la loro vita, quante persone ancora li amassero e faticavo a comprendere che le loro spoglie mortali fossero lì, divise per sempre da noi, e la loro anima, invece, in cielo, come ci insegnavano al catechismo. Ero una bimba e vedevo tutto con stupore.

Mi lasciavo incantare dai racconti che i nonni mi facevano dei loro genitori. Me ne parlavano con amore e nostalgia, accarezzando e pulendo quelle lapidi così fredde, e mi facevano scoprire un mondo che non avevo mai conosciuto. I miei, poi, mi raccontavano i loro ricordi dei nonni, visti attraverso il tenero sguardo di bambini, i giochi, le coccole, i giorni di festa, durante i quali si celebravano dei momenti di allegro e conviviale ritrovo, le merende genuine preparate in casa da mani amorevoli e il sapore schietto di una vita semplice.

Attraverso le loro parole mi pareva di conoscere questi miei bisnonni, scomparsi prima che io venissi al mondo, e mi sentivo arricchita nell’apprendere un po’ della storia della mia famiglia.

Quando lasciavamo il cimitero non rientravamo subito in città: in genere approfittavamo del nostro essere “fuori sede” per far visita ai parenti che vivevano nei vari paesi della provincia di Viterbo, che poi erano quasi tutti degli zii dei miei genitori.

Se ci ripenso, mi viene da sorridere: all’epoca tutte queste tappe mi sembravano un doveroso rituale, lo chiamavo il “Giro delle Sette Chiese”, non volevo essere sacrilega, ero una bimba… che in una giornata faceva una “scorpacciata” di parenti! Ricordo ora con tenerezza e un filo di nostalgia quei giorni, perché adesso alcuni di quei simpatici “anzianetti” non ci sono più… nella mia mente restano nitide le loro figure, a volte malferme, le loro voci, il loro sguardo sorridente nel vederci arrivare, il calore che ti accoglieva nell’entrare nelle loro case, calore umano, calore del focolare, i profumi intensi di pietanze gustose cucinate da poco, il loro prodigarsi nel volerci offrire qualche prelibatezza per merenda, le raccomandazioni premurose per il viaggio di rientro, quando ce ne andavamo…

Nel rientrare a Viterbo, mi sembrava di uscire da una fiaba: c’era un qualcosa di fortemente suggestivo in quei paesini, nel loro caratteristico profumo, che non saprei identificare e classificare, nella mente era solo il… profumo di paese!

E poi quelle strade, con poco traffico, l’incanto della notte che calava, quei lampioncini che s’accendevano e le illuminavano fiocamente… Forse sembrerà uno stereotipo, ma lì percepivo il vero valore delle cose più semplici, eppure fondamentali, della vita.

Ho desiderato tanto, cari lettori, mettervi a conoscenza di questi miei ricordi, un po’ per egoismo, perché temo di dimenticare tutto questo patrimonio di memorie, mentre così, fissato nero su bianco, credo continui a vivere, e un po’ perché in questi giorni, dolorosi anche più degli altri quando si subisce una perdita di una persona amata, mi piace pensare di proporre un piccolo raggio di luce.

Il ricordo vive di vita propria, con noi, per noi, più forte di noi, come l’amore. Sono patrimoni che non muoiono mai.

E ci aiutano a camminare per i sentieri tortuosi della vita, ce ne ricordano il valore, ne fanno da propulsore.

Barbara Pasqualini

(Le foto sono di Enrico Pasqualini)