Viterbo RICORDI Ad ogni cacciatore venne assegnata una postazione fissa

Con il trascorrere degli anni quel batuffoletto, biondo, di mio nipote, Mauro, per noi di casa Mauretto, divenne maggiorenne e, contagiato dalla passione, che aveva il nonno e lo zio, nel trascorrere intere giornate in campagna, con un attrezzo in mano chiamato fucile che giustificava la nostra presenza nell'attraversare le proprietà altrui e non disdegnando di sparare qualche colpo a qualche sventurato animale.
Un giorno un comune amico, di Mauretto e mio, ci invitò a partecipare ad una battuta al "cinghiale", che sarebbe avvenuta nella sua proprietà, con la partecipazione di varie persone.
Ad ogni cacciatore venne assegnata una postazione fissa dalla quale non ci si doveva muovere, ma solo sparare al cinghiale se fosse passato nelle immediate vicinanze e nelle direzioni stabilite, per evitare incidenti tra i partecipanti.
Ricordo che c'era un fosso con un’insenatura e, volta per volta. l'organizzatore e il capo caccia assegnavano le predette postazioni facendo le dovute raccomandazioni di non muoversi fino a "caccia terminata" e segnalata con il suono di un corno.
Sentimmo abbaiare i cani e capimmo che avevano stanato il cinghiale.
Ad un certo momento mentre imbracciavo il fucile e scrutavo il punto in cui potevo e dovevo sparare vidi un qualcosa che si muoveva, sembrava essere una persona, ebbi un dubbio che divenne certezza. Gridai i nome di Mauretto invitandolo a muovere il fucile verso l'atto allo scopo di confermarmi la sua presenza o meno.
Recepì la mia richiesta facendomi vedere le canne de fucile che emergevano al di sopra della sterpaglia.
Un brivido attraversò il mio corpo, chiamai mio nipote dicendogli di non muoversi e attendere il mio arrivo per unirsi a me ed essere al sicuro in quanto nello spazio dove era stato collocato, solo io potevo e dovevo sparare.
Sul tardi sentimmo colpi di fucile e vedemmo, su una montagnola di tufo, il cinghiale che si salvò.
Nel nostro animo spuntò la gioia per lo scampato pericolo e per la fortunosa fuga del cinghiale.
Bruno Matteacci
