Francesco Mattioli

Oggi si parla sempre più spesso di pluralismo culturale; sarebbe la caratteristica – e forse la risorsa – della società del nuovo millennio.

Lo scambio culturale arricchisce i soggetti che ne fanno uso, ciascuno ricevendo dagli altri nuovi suggerimenti, nuovi stimoli, anche per un’autoanalisi delle proprie virtù e dei propri limiti. Per culture vicine fra loro nella condivisione di principi e valori abbastanza sovrapponibili, questo è certamente vero. Per culture molto differenti invece lo scambio può essere più difficile, anzi può essere considerato pericoloso. E’ il caso dei rapporti tra cultura occidentale e una cultura islamica che resta – al netto delle sporadiche, rare manifestazioni più avanzate – sostanzialmente teocratica, maschilistica e aggressiva.

Ma non è di questo che voglio trattare. C’è un altro pluralismo che caratterizza meglio e da più tempo la modernità, ed è il pluralismo dell’informazione. Tra gli anni quaranta e gli anni settanta del ‘900 vi fu una esplosione di critiche ai mass media: grandi maitres a pénser – da Fromm a Marcuse, da Levy a Baudrillard - accusarono i media di essere manipolatori della coscienza individuale, di creare persone eterodirette controllate da uno stato totalitario o da un sistema consumistico governato dal mercato. Andavano di moda il catastrofista “1984” di Orwell e il testo rivoluzionario di Marcuse sull’uomo a una dimensione, e i philosophes francesi non perdevano occasione di tuonare contro la comunicazione di massa, guadagnandosi l’attenzione e la stima di tutti coloro che volevano intrupparsi nei salotti buoni della cultura a concionare di teoria critica della società.

Allora probabilmente avevano ragione e non c’è stato filosofo, sociologo, antropologo, psicologo che non si sia arruolato al pensiero critico.

Ma il tempo, la Storia, cambia. La diffusione della comunicazione, grazie agli sviluppi della tecnologia, ha condotto al pluralismo dell’informazione. Prima con le radio libere, poi con le televisioni libere, poi con internet, i giornali online e i social media. Ma questa crescita sarebbe stata impensabile senza la democrazia. Lo sviluppo dei media, nel bene e nel male, è un prodotto della democrazia, che dà voce a chiunque voglia farsi ascoltare.

I media sono monocordi solo dove ci sono la teocrazia, la dittatura, il soffocamento dei diritti. Nei paesi liberi sono invece in grado di esercitare una funzione informativa, ma anche critica, riuscendo a dare voce alle subculture, alle minoranze, al dissenso, innescando il dibattito, il confronto, che sono il sale della democrazia e della crescita sociale e culturale.

Certo, ci sono alcuni aspetti negativi in questa polluzione continua di informazione. C’è il rischio di una sovraesposizione mediatica, della circolazione di fake news, dell’emergere di avventurieri capaci di subornare le menti più deboli - e ne abbiamo visto le conseguenze a proposito di pandemia e di no-vax – ma il pluralismo dell’informazione continua a vincere, perché sobilla la mente, induce al dibattito, fa crescere. Così, ogni volta che si apre un nuovo giornale, una nuova fonte di informazioni, un nuovo sito mediatico noi sappiamo di vivere in democrazia e allo stesso tempo siamo costretti a stare attenti a ciò che avviene intorno a noi, a “partecipare” in qualche modo alla società in cui viviamo, invece di sprofondare in una atarassia egocentrata che non può che essere fonte di pregiudizi.

Ho ricevuto mille insegnamenti da molti maestri. Ma una volta, ad uno di loro, la “lezione” gliela detti io. Costui (non menzionerò la sua identità) si vantava in modo civettuolo di non avere il televisore in casa, di non farsi subornare da quello strumento diabolico e meramente consumistico. Allora gli chiesi come facesse un famoso intellettuale come lui ad ignorare una così grossa fetta di società e, semmai la considerasse un nemico, come si poteva battere un nemico senza conoscerlo, senza stargli di fronte. Fatto sta che negli anni a venire lo vidi spesso arringare la folla dei telespettatori dai talk show di tivvù pubbliche e private. E seppi da voci ben informate che in casa si era messo un televisore bello grande…

Insomma, se si apre un nuovo soggetto mediatico c’è solo da goderne. Perfino se veicolasse nel web le peggiori idiozie… Alle perse, ti fa sentire migliore di lui…

Analogamente, venire a sapere che si chiude un giornale, specie se questo è una tribuna online aperta non solo all’informazione, ma anche al dibattito, al confronto, allo scambio culturale, è un colpo al cuore.

Se poi il giornale è condotto da un amico, da una persona attenta e sensibile a ciò che accade intorno a noi, lo sconcerto e il dispiacere non possono che aumentare.

In ogni caso, al 1 Febbraio 2022, con la chiusura de La Città di Mauro Galeotti, la comunicazione - in specie quella locale - sarà più povera e più negletta; mancherà una biblioteca di notizie, mancherà una tribuna, e soprattutto un tavolo di discussione. Mancherà una costante occasione di crescita.

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Francesco grazie per l'amicizia che mi hai donato in questi anni, ma continuerà su Facebook alla pagina

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in cui potrai inserire le tue preziose riflessioni tra le vecchie foto della nostra terra viterbese che sto inserendo.

Un abbraccio

Mauro