Viterbo CRONACA Ciascuno ha portato la propria esperienza e l’ha condivisa con tutti

Si è da poco concluso il V convegno internazionale dell'Associazione dei Piccoli Musei che si è svolto a Viterbo il 26 e 27 settembre scorso, presso il museo di archeologia della Rocca Albornoz.

Leggi le considerazioni e le riflessioni emerse durante i lavori e raccolte nel post http://www.tusciainrete.it/_blog/Il_blog_della_Tuscia/post/viterbo-capitale-dei-piccoli-musei/

Ecco, comunque il testo integrale, a cura della dott.ssa Pisu, coordinatrice APM.

Il 26 e 27 settembre scorso, la Rocca Albornoz di Viterbo, sede del Museo Nazionale Etrusco, ha ospitato il Quinto Convegno Internazionale dei Piccoli Musei, un incontro annuale che vede riuniti specialisti in museologia, museografia, economia e marketing, responsabili di musei e pubblici amministratori per discutere di gestione dei musei “minori” e di piccole dimensioni, e di altre tematiche attinenti questo argomento.

Non entro nel dettaglio dei contenuti che sono stati prodotti durante la due giorni viterbese, organizzata dall’Associazione Nazionale Piccoli Musei (APM), e che saranno oggetto di prossima pubblicazione, ma vorrei esprimere qui delle considerazioni sul significato che questo evento ha rappresentato per la collettività e, più in generale, alcune mie riflessioni sul ruolo sociale dei musei.

A mio parere, una comunità locale rafforza il proprio senso di identità proprio nel momento in cui si apre agli altri, cioè quando decide di condividere la ricchezza del proprio patrimonio culturale con il mondo esterno.

E’ importante, però, che questa apertura implichi una profonda conoscenza di sé, non dettata da un banale orgoglio campanilistico che in un momento successivo potrebbe generare, al contrario, chiusure e intolleranze. Ciò che conta è una piena consapevolezza dell’importanza delle proprie radici, delle tradizioni e della cultura del luogo in cui si vive.

Ho usato volontariamente l’espressione “in cui si vive” e non “in cui si è nati” perché la sensibilità culturale e spirituale cui mi riferisco non è necessariamente legata alle origini ma, piuttosto, all’indole delle persone: può accadere, infatti, che chi vanta antiche ascendenze locali sia poi, all’atto pratico, più indifferente nei riguardi della propria cultura rispetto a chi ha acquisito più di recente il diritto di sentirsi parte della comunità.

Il confronto con gli altri aiuta a capire se stessi e i musei possono avere un ruolo determinante nel processo formativo e nel mantenimento dell'autocoscienza della collettività. E’ importante che questo concetto si rafforzi anche grazie a momenti di pubblico dibattito.

Il convegno di Viterbo ha portato in città persone provenienti da tutta Italia e anche dal resto del mondo - Brasile, Slovenia e, a distanza, la Spagna – con la presenza di delegazioni i cui rappresentanti, specialisti di organizzazioni ministeriali e regionali dei rispettivi Paesi di origine (Instituto Brasileiro de Museus – IBRAM; Museo regionale di Ptuj; rete locale dei Musei andalusi, REC CIE), hanno potuto osservare e comparare con le proprie le forme di gestione dei piccoli musei di Viterbo e della provincia.

Ciascuno ha portato la propria esperienza e l’ha condivisa con tutti. Sono emersi aspetti positivi e problematiche, ma ritengo che uno dei risultati più apprezzabili di questo avvenimento sia stato il clima di grande collaborazione e cordialità che si è creato tra i partecipanti.

Significativo anche l’apporto dato dalle Istituzioni, dagli enti, dalle associazioni e dalle aziende locali: in particolare, il Comune di Viterbo, che ha dato il patrocinio ed ha sostenuto buona parte dei costi; la Provincia di Viterbo, che ha ugualmente concesso il patrocinio, come la Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale, la quale ha anche messo a disposizione la Rocca Albornoz; la Fondazione Carivit che sosterrà i costi della pubblicazione degli Atti; l’Incubatore culturale ICult/BIC Lazio che ha fatto parte dello staff organizzativo insieme alla Paper Moon snc di Laura Patara che ha svolto uno splendido lavoro in relazione all’ospitalità.

Ad essi si sono aggiunti, procurando supporto esterno, la società Archeoares, l’associazione Archeotuscia e Historia che ha fornito parte delle strumentazioni tecniche insieme ad Agostino Cecchini. Grande generosità è stata dimostrata nell’accoglienza delle delegazioni straniere che, oltre ad aver preso parte al convegno, hanno compiuto anche un viaggio tecnico di alcuni giorni finalizzato alla conoscenza delle forme di gestione dei musei della Tuscia.

La missione è stata resa possibile grazie alla diretta collaborazione di Mario Brutti, presidente della Fondazione Carivit, e di Silvia Valentini, direttrice del Museo della Ceramica della Tuscia di Viterbo, di Maria Morena Lepri, assistente museale del Museo Nazionale Etrusco di Viterbo e amica personale, di Pietro Tamburini, coordinatore del Sistema Museale e del Museo Territoriale del Lago di Bolsena, di un’altra amica, Candida Rizzo, funzionaria della Provincia di Viterbo, del Comune di Barbarano Romano e di Stephan Steingräber, direttore del Museo delle Necropoli rupestri di Barbarano Romano, coadiuvato, in questa circostanza, da Angelo Fiaschetti con il quale ho un grande debito di riconoscenza per essere riuscito ad organizzare in pochissime ore, per amicizia nei miei confronti, il programma di accoglienza delle delegazioni straniere.

Durante il convegno sono state numerose le presenze di uditori da tutta Italia (circa 200 nel corso delle due giornate) e anche di viterbesi, della città e della provincia. Tale presenza locale è da evidenziare a prescindere dalla sua entità. Non ritengo essenziale, infatti, che i residenti presenti al convegno siano stati molti o pochi; più importante è che dai presenti sia stata accolta o consolidata l’idea che il patrimonio culturale appartiene all’intera comunità (la cui salvaguardia è imprescindibile da una forte presa di coscienza civica) e che i piccoli musei, indipendentemente dal tipo e dalla natura giuridica, sono il luogo per eccellenza in cui poter dare forma e concretezza al desiderio di compartecipazione della gente.

Mi piace raffigurare simbolicamente il buon risultato di questo convegno, in particolare per la città che ci ha dato ospitalità, con l’immagine di un germoglio che sta nascendo in un terreno fertile: non si può non considerare, infatti, che la Tuscia possiede circa 70 musei, alcuni dei quali applicano efficacemente forme di gestione in cui la relazione museo/comunità ha un ruolo importante. Tale orientamento dovrà essere potenziato ed esteso a molti altri musei del viterbese, ma questa prospettiva potrà essere attuata se si verificheranno due condizioni indispensabili: la prima è la passione (“la passione è fondamentale ed è a costo zero”, ama ripetere David Fleming, famoso curatore britannico), senza la quale è arduo, per chi ha la cura di un museo, riuscire a coinvolgere il pubblico più difficile, quello dei residenti; la seconda è il sostegno delle istituzioni locali, che non può limitarsi alla sola erogazione di fondi ma che deve fondarsi soprattutto sulla consapevolezza, cioè sulla capacità di comprendere le potenzialità che un museo può avere per lo sviluppo sociale e perfino economico di una città o di un territorio.

Il museo che viene tenuto aperto quel tanto che basta per accogliere i pochi turisti di passaggio è destinato a chiudere o a restare un luogo senza vita e senz’anima. Il museo che si rivolge innanzitutto alla propria comunità, invece, la coinvolgerà in iniziative in grado di richiamare l’attenzione di ogni categoria sociale, cercherà la collaborazione di aziende, artigiani, etc., creando favorevoli sinergie tra economia, cultura e territorio.

Sarà un museo vivo e solo dopo potrà aprirsi agli altri visitatori in modo corretto, creando interesse intorno a sé anche se distante dalle rotte più importanti del turismo nazionale e internazionale perché è l’autenticità che richiama i visitatori più sensibili alle proposte culturali e ambientali di nicchia. “I primi turisti sono i residenti”, afferma Giancarlo Dall’Ara, fondatore dell’APM, secondo il quale “i musei possono avere un ruolo fondamentale nel rilancio dei territori se si valorizzeranno le radici culturali locali, investendo più sulle persone che sugli strumenti della promozione tradizionale”.

Durante il convegno di Viterbo abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci direttamente con i direttori di alcuni musei locali e abbiamo percepito una grande voglia di fare da parte di questi professionisti che spesso operano in condizioni di semi-volontariato o di puro volontariato, con entusiasmo ma anche con un senso di avvilimento perché senza il sostegno convinto delle istituzioni si finisce con il dover lavorare al minimo delle potenzialità.

Il mondo variegato e complesso dei musei risente della mancanza di un sistema di standard efficace che considera più importanti gli aspetti qualitativi piuttosto che quelli quantitativi. I direttori dei musei con cui ci siamo confrontati nella Tuscia, hanno lamentato, da parte della Regione (e questo è un problema che non riguarda solo la Regione Lazio) una costante richiesta di dati sul numero di ingressi e nessun tipo di processo valutativo della qualità delle iniziative culturali prodotte nei loro musei.

E’ necessario invertire la rotta premiando le buone pratiche e incentivando il più possibile l’attività culturale ed educativa dei musei, cioè quella che si dovrebbe svolgere ogni giorno all’interno delle strutture museali (e non solo l’impegno limitato a poche “giornate speciali” cui il Ministero dei Beni culturali e i media danno così tanto risalto).

E’ importante incoraggiare le attività “dal basso”, quelle che nascono grazie al coinvolgimento diretto della comunità, migliorare il rapporto con le scuole, che non si limiti a episodiche visite scolastiche programmate saltuariamente, ma che sia veramente continuativo e interattivo, intra ed extra muros; altrettanto importante è lavorare per l’inclusione sociale e per aiutare la comunità a risolvere i problemi.

Per capire quanto sia incisiva l’azione di un museo, la sua realtà deve essere analizzata in modo completo, tenendo conto anche di tutto ciò che si muove intorno ad esso: le professionalità che ad esso afferiscono, le varie forme di volontariato e, in particolare, l’associazionismo, espressione dell’impegno civico collettivo. Ogni luogo, inoltre, ha caratteristiche sue proprie e anche questo incide sulla scelta del tipo di pianificazione culturale da parte dell’ente museale.

Una strategia gestionale orientata verso la collettività non mette in secondo piano il lavoro di ricerca e di divulgazione delle conoscenze che ogni museo deve compiere, ma significa fare in modo che le “collezioni” e lo studio della materia di riferimento (che si tratti della storia dell’arte o dell’antropologia o delle scienze naturali, o di qualunque altra disciplina) servano a rendere attivo il ruolo sociale del museo, “il suo essere elemento di aggregazione, di continuità e di identità di una comunità (che) si esplica, dunque, nel conservare per la comunità e nel mostrare alla comunità i prodotti della propria storia” (Giovanni Pinna).

Il convegno di Viterbo dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei è un evento che non potrà ripetersi a breve termine ma non vogliamo che le premesse che sono state create in questa occasione svaniscano nel nulla. Se riusciremo a trovare altri momenti di incontro e di dibattito costruttivo in ambito locale, sarà possibile riprogettare il futuro dei musei della Tuscia con la collaborazione di tutti. Il nostro territorio e, in generale, tutto il Paese, non ha bisogno di veder nascere nuovi musei se questi non sono realmente l’espressione della volontà comune, popolare ed istituzionale, che sostenga e alimenti il progetto scientifico/culturale degli specialisti.

Il convegno di Viterbo e gli altri incontri che lo hanno preceduto negli anni passati non devono essere intesi, quindi, come una “esaltazione” acritica dei piccoli musei, ma per quello che effettivamente rappresentano: momenti di approfondimento e di analisi delle problematiche che riguardano i musei visti attraverso “la piccola dimensione”, una condizione che interessa tanto i musei dei piccoli centri quanto quelli delle grandi città, talora definiti “musei minori” e non “piccoli” perché non tutti sono limitati in termini di spazio ma sono ridotti più in relazione al numero dei componenti dello staff, alla quantità di visitatori e alla esiguità delle risorse disponibili, in raffronto con i grandi musei più noti e frequentati.

Ci auguriamo che il convegno appena concluso abbia contribuito a diffondere il concetto che essere musei “piccoli” significa cogliere il valore di questa condizione e sfruttarne i vantaggi: la possibilità di poter dedicare la maggior parte delle proprie risorse ed energie alla cura dell’accoglienza, al rapporto più stretto e meno formale con il pubblico, alla ricerca della collaborazione di tutta la collettività.

Ci sono molte idee in cantiere cui stiamo lavorando, localmente, anche insieme alla coordinatrice regionale Lazio – APM, Francesca Ceci, funzionaria dei Musei Capitolini, alla quale si deve molto della buona riuscita del convegno internazionale dello scorso settembre. Faremo il possibile affinché a Viterbo e negli altri centri della provincia si mantenga viva nel tempo l’attenzione degli specialisti e dell’opinione pubblica nei riguardi dei piccoli musei con lo stesso entusiasmo e l’identica partecipazione che ha contraddistinto i giorni del convegno viterbese dell’APM.

Caterina Pisu

Coordinatrice nazionale
Associazione Nazionale Piccoli Musei