
Mario Olimpieri
Buona giornata Mauro, il colloquio di oggi si sviluppa tra me e il brigante Angelo Scalabrini. Buona domenica a te e ai lettori. Mario
“VELENO”
Dopo tanti incontri con Domenico Tiburzi, ho pensato di chiarire anche qualcosa su un altro famigerato brigante, Angelo Scalabrini, detto “Veleno”.
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- Senti, Angelo, dove posso trovarti per parlare un po’ insieme e chiarire certi fatti che ti appartengono?
So che fosti sepolto a Cellere, in zona Tufelle, ma proprio non riesco a capire precisamente dove.
- Nemmeno io so dove tu possa trovarmi, dal momento che la mia sepoltura rassomigliò a una tragica commedia.
Parlami pure, così da dove sei, e risponderò ugualmente alle tue domande.
- Per adesso rinvio la domanda della sepoltura, ma poi vorrò ritornare sull’argomento e chiederti dei particolari.
- D’accordo, sarò pronto.
- Mi sai spiegare perché ti affibbiarono il terribile appellativo di Veleno?
- Perché la gente è cattiva, ti giudica male e non ha il minimo rispetto per chi, sbagliando, può combinare certi piccoli guai.
- E tu definisci piccoli guai tutte le violenze, gli amori carnali, le grassazioni e le vendette che hai commesso?
Tu approfittavi della tua imponenza fisica, del tuo volto spaventoso per via di una barba lunga e ispida e impaurivi quei malcapitati che rimanevano terrorizzati dalla tua statura e forza. Apparivi terribile per la tua enorme corporatura; infatti, mangiavi a dismisura ed eri soprannominato anche “Magnone”.
Io so anche di un certo tuo “Liquorino” che desti a un povero disgraziato, da te assalito e malmenato; me ne vuoi parlare?
- Niente di eccezionale, ero latitante e sempre privo di tutto, per cui dovevo pur ottenere qualche aiuto dagli altri e, se si opponevano, dovevo anche usare la forza. Un giorno mi capitò dinanzi un passante che, vedendomi armato, ebbe un forte spavento e addirittura svenne. A questo punto, volli rincuorarlo e gli feci bere un po’ di liquore che tenevo nel mio tascapane.
- Allora pensi pure di aver fatto un’opera buona! Ma non scherzare su questo argomento se poi lo derubasti e lo lasciasti lì per terra e atterrito dalle canne del tuo fucile!
Piuttosto, mi interessano avvenimenti più misteriosi e vorrei conoscere tutta la verità su Fiorangela Codelli.
- Ah, Fiorangela, sei stata la mia rovina, a causa della tua bellezza!
- A dir la verità, a te piacevano tutte le donne, però ti eri innamorato soprattutto di Fiorangela, nativa di Cellere e perpetua di don Vincenzo Danti, curato di Pianiano.
- Anche quel furbacchione di don Vincenzo si era invaghito di Fiorangela, la voleva tutta per sé, non ammetteva l’intralcio di altre persone e addirittura mi proibì di vederla ancora.
- E tu, giustamente, ti sarai ritirato in santa pace.
- Macché, diventai cieco di rabbia e non vedevo l’ora di vendicarmi col curato e gli feci sapere che l’avrei addirittura evirato con il mio coltello.
- Col tuo coltello? Ma non sapevi che chi di coltello ferisce, di coltello perisce?
- Ma non farmi ridere! Io vittima di un prete. Mica vorrai scherzare!
Il 4 agosto 1867 partii da Montauto, armato fino ai denti e deciso ad ammazzare don Vincenzo.
- E dove lo trovasti?
- Naturalmente a Pianiano: mi nascosi nei pressi della Fonte del castello, aspettai che arrivasse e al momento opportuno venni fuori come una saetta, lo sequestrai e…
- E l’ammazzasti lì sul posto!
- No, non essere precipitoso! Gli puntai le due canne del fucile alla schiena e lo condussi in un luogo impenetrabile della Banditella.
- E lì lo mandasti all’altro mondo!
- E ci rifai! Ma vuoi aspettare che finisca di raccontarti tutto?
- Va bene, non ti interromperò più.
- Bravo! Feci inginocchiare don Vincenzo e gli detti il tempo di pronunciare le ultime sue preghiere: tremava tutto, sudava e rimaneva aggrappato ai miei piedi, promettendomi che non avrebbe mai più frequentato la bella Fiorangela.
- A questo punto, lo lasciasti libero; infatti, tutti sanno che uscì vivo da quell’incontro.
- No! Lo sai, invece, che cosa successe? Essendo terrorizzato di vedersi sparare addosso, mi chiese di poter prendere dalla tasca il fazzoletto per bendarsi e non vedere niente.
- E tu glielo facesti prendere?
- Ma certamente, essendo io sensibile di animo, glielo permisi, commettendo però un gravissimo sbaglio!
- E quale?
- Quello di fidarmi di lui, e invece non bisogna mai fidarsi di nessuno, neppure di noi stessi, figurati di un prete che ne sa mille più del diavolo.
- Perché, che cosa fece?
- Quel furbacchione, invece di prendere il fazzoletto, prese un coltellaccio che aveva nella tonaca e mi dette più colpi tra la pancia e la spalla.
- Un bello scherzo da prete. Però avesti il tempo di dargli una bella fucilata.
- Non ci riuscii perché il fucile mi cadde dalle mani, tentai allora di strangolarlo, ma perdetti i sensi, caddi a terra e spirai.
- Ma come facesti a non ricordarti che per fregare un prete ci vuole un altro prete e non certamente un ingenuo come te. Insomma, ti posso ripetere quel che scrisse un anonimo poeta locale:
“Veleno si partì da Montauto, venne a battere e invece fu battuto”.
- Sapessi, Mario, quanto mi bruciano questi due versi! Ma purtroppo andò a finire proprio così.
- Ti ricordi, Angelo, che avevo in sospeso un chiarimento circa la tua sepoltura?
- Che vuoi sapere di preciso?
- Tutto ciò che avvenne dopo la tua uccisione.
- Accadde qualcosa di indegno, mi caricarono sopra un somaro e mi esposero per ventiquattro ore sulla piazza di Cellere.
- Ma qualcuno afferma che ti portarono a Farnese.
- Tu scrivi Cellere e fidati di me.
- E poi ti avranno seppellito.
- Sì, mi seppellirono in terra sconsacrata perché, secondo loro, non ero degno di essere sepolto al cimitero come tutti gli altri; ma ti pare giusto?
- Giusto o ingiusto, questo fu il provvedimento preso, ma, se tu ti fossi comportato da bravo cristiano, ora avrei avuto la possibilità di venire a farti visita al cimitero. E dove ti portarono, precisamente?
- In località Tufelle, nell’oliveto di Vincenzo Argucci; lì scavarono una buca poco profonda e mi spalarono sopra della terra, poca in verità. E qui incominciò la parte tragicomica della mia sepoltura.
- Perché dici così, che cosa accadde?
- Nei giorni seguenti ci fu un forte temporale con un’abbondantissima pioggia.
- Beh, ti avrà rinfrescato un po’.
- Rinfrescato? Tutta quell’acqua mi trascinò in un dirupo, ma per fortuna, dopo più ricerche, fui ritrovato e sepolto, questa volta, in una buca molto più profonda e lì giaccio dal lontano 1867, in località Tufelle.
- Ma pensa un po’, e dire che io abito proprio alle Tufelle, e tu chissà dove sarai precisamente. Comunque, ovunque tu sia, ti saluto, e tutto quel che mi hai rivelato mi è sufficiente.
