
Giuseppe Calevi, una persona perbene
Maurizio Pinna
Il 1° settembre di quest’anno, Giuseppe Calevi è tornato al Padre celeste all’età di 75 anni.
Ci siamo conosciuti entrambi consiglieri di circoscrizione seduti su banchi opposti, ma ci siamo sentiti subito uniti da un sentimento di reciproco rispetto e stima che non si può spiegare, tanto era sincero il nostro impegno pur nella diversità delle nostre vedute.
Dopo quell’esperienza l’amicizia si è ulteriormente rafforzata in occasione della stesura del mio libro “Viterbo dal fascismo alla guerra con uno sguardo ai giorni nostri”. Le mie ricerche erano arrivate al Monastero di clausura delle Clarisse di santa Rosa.
Là ritrovai Giuseppe – per tutti Pino - in veste di volontario, sempre disponibile, sempre sorridente. Per perdere la sua solarità doveva subire dei torti, e una persona perbene, quando subisce un torto, difficilmente riesce a darsi una spiegazione del perché di tanta cattiveria verso chi non è capace nemmeno di ipotizzarla sul peggior nemico, e soffre.
Oggi desidero ricordare Giuseppe Calevi pubblicando quella testimonianza che mi rilasciò nel 2010. Posso scrivere che Pino è stato il tramite per compiere un prodigio? Si, lo scrivo e lo sottoscrivo.
Anno 2008
Da una reliquia di santa Rosa riparte una vita.
Percorrendo la salita del Santuario, ad angolo con la stretta via che conduce alla Casa di Santa Rosa, si trovava la sala espositiva del monastero, dove i pellegrini e i turisti che si recavano in visita all’urna della Santa vi entravano per scegliere gli oggetti che poi custodivano con rispetto, in ricordo di quella visita, ma ancor di più con la speranza – a volte con la certezza – di godere delle grazie di santa Rosa.
Nell’anno 2008 la Provvidenza aveva accompagnato fin lì, apparentemente per caso, due ragazze di circa trenta anni, presumibilmente del Sud America.
Nel locale c’erano già altri visitatori che seguivano affascinati gli aneddoti e le spiegazioni che riempirono l’infanzia della piccola Rosa, bambina viterbese, e dei miracoli da lei compiuti in vita, narrati loro da una persona incaricata dalle suore.
Difficilmente si entra in un luogo del genere se non si cerca una risposta, la conferma o il sostegno al proprio cammino spirituale. E se esistono questi presupposti non si può restare indifferenti alle parole di Giuseppe Calevi, per tutti, più semplicemente, Pino, un laico che aveva messo il suo tempo a disposizione delle Clarisse e lo viveva lì, nell’orario di apertura, con profonda devozione alla Santa.
Posso assicurare, conoscendolo molto bene, che se i forestieri dovessero identificare in lui tutti i viterbesi, la città sarebbe ricordata per accoglienza, bontà, disponibilità, gentilezza, ma soprattutto per infinita devozione alla propria Santa.
Nel frattempo le ragazze straniere curiosavano pazientemente tra i tanti oggetti esposti, in attesa del loro turno, anche se già stavano ascoltando quanto si narrava in quel locale.
Terminato di prestare ascolto alle altre persone, Pino rivolse tutta la sua attenzione alle ragazze, iniziando, per la vicinanza agli oggetti che aveva intorno a sé in quel preciso punto del locale, a spiegare cosa fossero le reliquie della Santa e l’olio benedetto, e gli usi che ne facevano i fedeli.
Portò in sostegno di tali spiegazioni anche un fatto che periodicamente si ripete e che narra di un certo signore, scalpellino di professione, che acquista le reliquie confezionate dalle Clarisse per offrirle ai partecipanti del suo gruppo di preghiera, in occasione delle riunioni settimanali con il sacerdote, nella chiesa del paese.
Pino, tenendo in mano una reliquia, spiegava che quel gruppo di persone, nel momento più profondo della preghiera, portavano al loro cuore la reliquia stringendola forte al petto, e nel dire ciò mimò il gesto con la sua mano. Poi aggiunse che, a detta di quel signore appartenente al gruppo di preghiera, a volte qualche membro del gruppo stesso sperimenta qualcosa di particolare.
Una delle due ragazze, rapite dal modo e da quanto Pino stava spiegando loro, d’impulso gettò le sue mani su quelle del laico che le teneva poggiate tra gli oggetti sul bancone, e gliele strinse forte per alcuni attimi.
Quel tempo trascorso con le mani immobilizzate dalla ragazza a Pino sembrò interminabile ed anche imbarazzante, perché tutto avvenne così improvvisamente, accompagnato dagli occhi della giovane che diventarono lucidi e lacrimanti per la forte emozione che provò nel vedere portare quella reliquia con decisione al petto di quell’uomo.
La forza che si sprigionò in quel gesto dovette essere così forte e decisa che non lasciò spazio a dubbi. In quella reliquia c’era tutta la bontà e la forza della carità divina di santa Rosa, nonostante il suo corpo la lasci apparire gracile.
Ascoltato quanto fu detto loro, le forestiere acquistarono le reliquie e uscirono dal locale congedandosi.
Pino non fece alcuna domanda alle ragazze, del tipo da dove venissero, perché si trovassero a Viterbo, se già avevano sentito parlare di santa Rosa e così via. L’ammirevole discrezione di quest’uomo non lo spinge mai a indagare neppure per pura curiosità, e quelle giovani, a parte
quell’episodio, per lui erano persone come altre che per le più intime e personali ragioni, di tanto in tanto, entravano ad acquistare qualche oggettino.
Passarono due anni da quel giorno e Pino, sempre lì al suo posto, cordiale e sorridente, si sentì chiedere da una ragazza che entrò nella sala espositiva: «Non mi riconosce?» esprimendosi in un italiano corretto ma misto ad un’inflessione straniera.
«No, - fu la risposta - sinceramente ora non mi sovviene se ci siamo conosciuti».
Ma la ragazza riuscì con poco a far tornare alla mente di Pino quel loro primo incontro, ricordandogli alcune parole che egli pronunciò, il gesto che fece con la reliquia portata al petto e l’improvvisa e conseguente commozione della sua amica.
Tutto, a quel punto, tornò presente con la massima chiarezza: una delle due ragazze del Sud America era tornata a Viterbo e, dopo aver fatto visita alla Santa, pensò bene di passare dal suo conoscente per un saluto ed altre liete notizie.
«Ricorda che mi disse di pregare portando al mio cuore la reliquia di santa Rosa? Io l’ho fatto, ma non per me. Ho poggiato la reliquia sul petto di mio nipote, figlio di mia sorella, perché era affetto da tumore al cervello».
Pino rimase attento e in ascolto, come due anni prima le ragazze fecero con lui, e la gioia di quella giovane era già stata anticipata dall’espressione del suo volto: «Mio nipote è guarito, i medici hanno detto che il tumore si è congelato e loro non si spiegano come sia potuto accadere». Ed anche se la giovane non lo disse, per Pino fu come se avesse concluso con «Ma io lo so perché!»
Gioiosa, felice, solare, pura, ma soprattutto piena di fede, riconoscente verso tutti, salutò ed uscì, forse per tornare nel suo Paese.
Pino comprese perfettamente, ma un conto è sapere e credere senza vedere, un conto è ritrovarsi partecipe ad un fatto così importante che rafforza ogni precedente convinzione.
Certo, chi non crede potrebbe sollevare ugualmente mille dubbi, ma questo accade a chi non ha ancora maturato la “tecnica” dell’umile ascolto e del proprio rispettoso silenzio.
Fatti analoghi a questo che la ragazza ha narrato a Pino, sono frequentemente raccontati dagli interessati direttamente alle Clarisse, ma questa volta l’ascolto è toccato ad un laico speciale.
A fatica passò un giorno dal ritorno di quella ragazza, ma l’indomani Pino sentì il bisogno di parlare a suor Chiara, e senza troppe parole le fece capire che aveva bisogno di una conferma.
Suor Chiara comprese e con il suo volto rassicurante, con gli occhi sempre pronti a fare da garanti ad ogni sua parola pronunciata con voce tenera e affettuosa, Clarissa ricca di profondi sentimenti d’amore verso la piccola Santa, rispose in un modo così straordinario che aggiunse valore al valore di quanto era già accaduto di meraviglioso: «La risposta è dentro di te», disse la clarissa a Pino. «Io quelle emozioni, quelle certezze, le vivo ogni giorno, le predico e le ricevo a beneficio di tutti. Ora sei te che sei stato testimone di un prodigio compiuto da santa Rosa, che ha fatto di te un tramite
per portare a compimento la sua salvifica protezione a quel ragazzo».
Giuseppe Calevi ha custodito nel suo cuore questa storia fino a che la stessa suor Chiara, aiutandomi a ricostruire i ricordi della guerra pubblicati sul mio libro e vissuti dalle più anziane sorelle, un giovedì di settembre del 2010, vedendomi particolarmente interessato all’attività di santa Rosa, volle darmi dimostrazione di quanto la Santa continua a manifestarsi, e mi disse: «Maurizio, vai da Pino e fatti raccontare la sua storia».
