Luigi Torquati (Lutor)
Mi è capitato di vivere la perdita di quattro carissimi amici con i quali ho condiviso la mia esistenza per sessanta anni (sono vecchietto, lo so).
Vari filosofi affermano che esiste in ogni cultura una gerarchia della gravità dei lutti, stabilita in base all’importanza della relazione; al primo gradino c’è sicuramente la morte dei figli, seguita da quella dei genitori, accompagnata da quella per il proprio coniuge, vengono poi i familiari stretti come fratelli e sorelle, per ultimi gli amici. Personalmente ritengo che il dolore segua le leggi del cuore e che la perdita di un amico può, in talune circostanze, essere paragonata a quella dei propri familiari.
Ho vissuto la perdita di mia moglie venti anni fa in maniera drammatica; sarà stato per la malattia e la conseguente sofferenza a cui è stata sottoposta, ma io ho provato un misto di tristezza, vuoto, rabbia, depressione; sentivo di aver perso una parte di me stesso e mi ci è voluto del tempo e la vicinanza di persone care, ad iniziare dalle mie figlie, per uscire dalla crisi che comunque ha comportato perdita di memoria per molti avvenimenti della mia vita passata e che, dicono gli esperti, è voluta e, nonostante la nuova realtà (mi sono anche felicemente risposato), mi perseguita ancora. Si afferma che una vita differente possa fare accettare il ruolo diverso, ma non è così, ci si può adattare, ma il ricordo non scompare mai del tutto.
Così è per gli amici, quelli veri, quelli con cui hai condiviso esperienze di vita belle e brutte, quelli con i quali hai avuto uno scambio di confidenze a volte maggiori di quelle che avresti riservato ai tuoi familiari. Ho perduto il mio primo amico (Tonino) nel dicembre 2015 e non ho superato affatto l’accettazione, troppe le cose che mi parlano ancora di lui; il secondo amico (Angelo), che però ho considerato sempre come il mio fratello maggiore, è volato verso il cielo (sicuramente) a febbraio del 2019 e non solo non ho accettato la sua morte, ma mi manca terribilmente soprattutto per le mie personali confidenze riservate solo a lui; il terzo (Mario), se ne è andato a novembre 2020 e la mia vigliaccheria per il pianto che non riesco a trattenere, mi ha impedito di partecipare al suo funerale, addirittura la nostra abitudine di pranzare un paio di volte al mese in un ristorante di un caro amico, ha fatto sì che per un po’ di tempo non ci sono stato più nemmeno da solo forse aiutato in parte dalla pandemia; per il quarto (Fulvio), scomparso solo poco tempo fa (maggio 2021) ho avuto una reazione incontrollata quando il figlio mi ha telefonato, ho iniziato a piangere, a gridare “nooooooo” per una buona mezz’ora e solo con l’aiuto di mia moglie sono riuscito a calmarmi. Ma è stata solo una calma apparente: durante la notte ho avuto un attacco di gotta tremendo al gomito sinistro dovuto, dicono gli esperti, allo stress subito. Dolore insopportabile per un paio di giorni che mi ha impedito di partecipare anche in questo caso al funerale, proseguito poi con meno violenza per altri cinque.
In definitiva quattro amici che facevano parte della mia “famiglia” senza distinzione alcuna e per i quali nessun tempo sarà sufficiente per dimenticare.
Ecco perché non esistono periodi normali di tristezza per un lutto, di accettazione per la perdita di un familiare o di un amico, ognuno reagisce con i propri tempi in base ai sentimenti che lo legavano alla persona scomparsa, al bene voluto, alla legge del cuore.
