Viterbo CRONACA All’interno della Chiesa si cominci a pensare davvero a come rievangelizzare i popoli europei
di Giuseppe Bracchi

Giuseppe Molteni, La Confessione
La società descristianizzata e secolarizzata, purtroppo ci ha confuso talmente le idee da farci ritenere l’accostarsi ad un sacramento come la cosa più scontata di questo mondo, quando, addirittura, non ce ne ha fatto perfino smarrire il numero esatto.
Ma tant’è.
Se a questo aggiungiamo anche la sicumera con la quale si affrontano certi delicati argomenti, c’è davvero da sperare che all’interno della Chiesa si cominci a pensare davvero a come rievangelizzare i popoli europei (ed il popolo italiano in primis) prima ancora dei paesi cosiddetti del Terzo mondo, forse rispolverando il tanto deprecato, quanto invece utilissimo Catechismo di S. Pio X.
Fermo restando che i Sacramenti hanno ciascuno un proprio nome e che tali, a mio avviso, devono essere e restare e non solo e non tanto, come direbbe lo scrittore Umberto Eco, per una questione nominalistica, possiamo per farci un idea, adoperare lo stesso termine Confessione paragonandolo, analogicamente (e sottolineo analogicamente), con quanto avviene nelle procedure penali e civili (ma anche con qualche variante nel processo canonico), laddove lo stesso termine viene trasferito sul terreno del diritto positivo, come l’atto di dichiarare qualcosa di svantaggioso per se e vantaggioso per l’altra parte.
Proviamo ora a trasferire la precedente definizione, secondo il metodo di uno dei massimi storici delle religioni, Mircea Eliade, nell’ordine del Sacro.
Ciascuno di noi, allora, si avvede come nel sacramento della Confessione l’accusa dei propri peccati di fronte al Sacerdote non possa essere pensata, al di là delle procedure e delle forme, un puro e semplice dialogo informale tra sacerdote e penitente.
Tutto ciò che accade tra il sacerdote ed il fedele, infatti, sia che accada nel confessionale, sia che avvenga in piedi o seduti o passeggiando, entra nella sfera divina e su di essa cade il sigillo sacramentale inviolabile ed indispensabile da qualsivoglia autorità umana, proprio perché è Dio stesso che riceve i peccati ed assolve. Sempre?
Anche qui occorrerebbe aprire un capitolo che, in questa sede si può solo accennare, essendo materia della Morale e della Teologia sacramentale. Si pensi solo all’attesissimo Sinodo sulla famiglia in merito alla spinosissima questione della Comunione ai divorziati risposati.
Così come si pensi a determinati peccati la cui remissione nel foro interno (aborto, profanazione delle specie eucaristiche, assoluzione del complice nella violazione del sesto Comandamento) sono di pertinenza della Sede apostolica o dell’Ordinario del Luogo.
E proprio vero dunque che, come diceva il filosofo, ci sono più cose tra cielo e terra di quante ne possano contenere le povere e deboli sottolineature sul ieri, l’oggi ed il domani. Nella Confessione il tempo è relativo, ciò che conta è l’umiltà, la disposizione interiore, l’avvertenza del peccato, la contrizione ed il proposito di non ricadere di nuovo nel medesimo peccato, come possibili vie alla conversione che giustificano il peccatore davanti a Dio. Altro che dialogo!
Per non parlare poi della confusione dei termini come il comprendere ed il giustificare, che non sono affatto né uguali né sinonimi. Ma qui è questione di lingua italiana. Il furto, la rapina, l’adulterio, l’omicidio, le lesioni o quant’altro non sono mai giustificabili.
O quantomeno può che accadere che il soggetto si trovi in determinate situazioni che possono graduare la sua responsabilità fino ad annullarla (Si pensi la poliziotto o al carabiniere che di fronte ad un rapinatore armato che ha aperto il fuoco, rispondano al medesimo uccidendo il bandito).
In questi casi, però, il diritto interviene parlando di stato di necessità, legittima difesa e quindi senza sanzionare. Non perché non si sarebbe commesso omicidio, semplicemente non sanzionando. La Morale poi è molto più esigente del diritto.
Per la morale infatti è rilevante non solo assolvere un’obbligazione, ma anche il modo in cui si assolve. Mentre ogni reato è peccato, non ogni peccato è reato. Per il diritto infatti è necessario sanzionare quei comportamenti che possano minare alla radice la convivenza e la pace sociale. Basti pensare come l’adulterio venga considerato nella coscienza sociale.
Ci sono sentenze di Cassazione che affermano l’adulterio non semplicemente restringibile alla sola sfera sessuale.
Nel Vangelo, Cristo ci insegna che sol guardare una donna col desiderio, è sufficiente per aver commesso adulterio con lei. Oppure si pensi allo stesso Diritto canonico: può un sacerdote esimersi dal confessare, distribuire la comunione o dal dare l’estrema unzione ad un moribondo ammalato di Ebola, AIDS o altra malattia infettiva trasmissibile, invocando lo stato di necessità?
Insomma, ciascuno di noi si avvede come per affrontare certi argomenti delicati, dolorosi, occorra pacatezza, riflessione, non l’uso di slogan o di vuoti, quanto consunti ed inutili luoghi comuni.
Giuseppe Bracchi
