Andrea Stefano Marini Balestra

E’ di qualche giorno fa la notizia di un’ulteriore triste storia di malagiustizia quella subita da un militare dell’Arma ora in congedo, poi finalmente riabilitato ed assolto dopo una revisione del processo.

Alla fine dei conti saremo noi a pagare i danni dell’illecita detenzione e condanne subite dallo sfortunato cittadino vittima del pressappochismo giudiziario.

Il popolo italiano che in gran massa firma nelle piazze i referendum proposti dalla Lega sono la cartina di tornasole dello scollamento tra il sentimento popolare e la giustizia nei palazzi di giustizia.
Andiamo ai fatti.

Nel vicino Abruzzo, allorché il brigadiere Giuseppe Di Risio di Chieti fu arrestato perché indagato per usura, pertanto condannato dal Tribunale di Lanciano, dalla Corte di Appello di L’Aquila e dalla Cassazione.

Sembravano semplici fatti penalmente rilevanti quelli posti a carico dell’Imputato Di Risio accusato da imprenditore della Val di Sangro di aver subito usura sui prestiti concessigli dallo stesso Di Risio. Prima stranezza che poteva esserci quindi da considerare. Perché un brigadiere dei Carabinieri poteva disporre di somme sino ad oltre centomila euro da prestare, quindi esercitare “attività” bancaria parallela al servizio di istituto.

Per il giustizialismo presente nelle Procure era senz’altro possibile, anzi certo.
In definitiva, come poi finalmente accertato dopo tredici, fu solo un prestito ad un amico, ma per indagini preordinate e condotte a senso unico, fu ritenuta un’attività di usura, senza in nessun senso andare a semplicemente ad intendere che la denuncia del denunciante poteva essere strumentale per non restituire le somme.

Ma per la Procura della Repubblica questi particolari non furono presi in considerazione, anzi, proprio scavando nei meandri dei fascicoli processuali a processi definiti, la difesa del condannato in via definitiva, è poi emerso che furono occultati con arte fotogrammi, intercettazioni favorevoli all’indagato, dal che, nonostante la definitività del procedimento dopo il giudizio di Cassazione che aveva cristallizzato la pena in anni 3 ed 8mesi di reclusione, la Difesa ha chiesto ed ottenuto la revisione del processo.

Dopo tredici anni la Corte di Appello di Campobasso ha accolto la revisione del processo dichiarando l’assoluzione del Di Risio con ampia formula : “il fatto non sussiste”.

Dovrà a questo punto lo Stato italiano indennizzare l’imputato Di Risio incarcerato ingiustamente, poi condannato in tre fasi processuali e stroncato nella sua carriera militare.
Ma fino a quando i cittadini italiani saranno chiamati a pagare le “sbadataggini” degli uffici giudiziari nazionali? Una riforma è ormai indispensabile.