
Francesco Mattioli
Nella società postindustriale, postmoderna, complessa, incerta che si dipana in questo primo scorcio di XXI secolo probabilmente le categorie tradizionali della politica, come destra e sinistra, sfumano rispetto ai tempi dell’istituzione della repubblica 75 anni fa.
Eppure, già allora quelle forze disparate seppero associarsi in un governo di unità nazionale capace prima di affrontare e combattere la dittatura fascista, poi di instaurare la democrazia, che è il sale della convivenza umana.
Se formalmente non avvenne, nei fatti si verificò una altrettanta convergenza al tempo degli anni di piombo, quando fu il momento di affrontare un terrorismo rosso e nero che rischiava di minare la democrazia e la sicurezza pubblica.
Sia nel primo che nel secondo caso, non furono tutte rose e fiori, perché la diversa fonte di ispirazione di schieramenti ideologici contrapposti, marxismo e liberalismo, progressismo e conservatorismo, certo non induceva a facili accordi, espliciti o impliciti che fossero.
Oggi la pandemia, e le decine di migliaia di morti che ha prodotto, hanno condotto alla formazione di un governo eterogeneo dove si litiga a gettone, ma che procede saldo verso un comune obiettivo: sconfiggere il morbo. Ciò ha significato prendere talvolta provvedimenti impopolari, discussi e discutibili; e chi si è tirato fuori dalle responsabilità di scelta, in nome di una indecifrabile tutela dell’opposizione ha certamente guadagnato il favore di tutti gli scontenti in servizio permanente effettivo (che sono sempre molti, specie in un Paese di sessanta milioni di commissari tecnici - come dicevano Gianni Brera e Cesare Prandelli - ciascuno depositario di una personale verità).
L’umanità si è sempre difesa dal morbo; in antico cercando fra le essenze medicinali, spesso raccomandandosi a un dio, oggi affidandosi alla scienza e alla tecnologia. E, nonostante continui a morire tanta gente, va detto che la scienza ha fornito un’arma – i vaccini – molto efficace e, soprattutto, in tempi tecnici inusitatamente brevi.
I cosiddetti no-vax, che definirei senza tanti complimenti come degli irresponsabili, assieme ai ciechi negazionisti e ai più folcloristici complottisti, sostengono che quella dei vaccini è tutta una manfrina per far arricchire l’industria farmacologica. Probabilmente in tempi di pandemia questa industria si arricchirà, ma alla stessa stregua dei negozi che vendono disinfettanti, alle agenzie di recapito dei pacchi, alle pizzerie che fanno cosiddetto food delivery, insomma rispetto ai tempi e agli usi. Oggi, come ieri. Ieri ci guadagnavano i carbonai, i tessitori, i produttori di candele e gli allevatori di cavalli.
Oggi, all’epoca della comunicazione digitale, quella che fra l’altro consente a negazionisti, complottisti e luddisti di ogni genere di esibirsi nelle loro fantasiose congetture, certamente qualcuno ci sta guadagnando, tra industria, mercato e assistenza tecnica. Né il “comunismo” delle risorse funzionerebbe, perché gli esempi nei paesi “comunisti” dicono che anche lì si verifica la differenziazione, la gerarchizzazione del potere e delle opportunità. Chi finanzia Milan e Inter, per esempio, non è mica il contadino analfabeta del Sichuan, ma l’industriale di Shangai.
Chi considera la vaccinazione anti-Covid 19 un'operazione occhiuta del capitalismo industriale, supportata da una scienza asservita, dovrebbe guardarsi dall’usare un pc, un telefono, un paio di scarpe, un qualunque vestito, un mezzo pubblico o privato, perché ciascuno di questi “beni” ha dietro di sé un’industria, una strategia commerciale di tipo capitalistico e un supporto tecnico-scientifico. Ovviamente vi sono bisogni primari e ineludibili e bisogni secondari, indotti, ma gli uni e gli altri mettono in moto un gigantesco sistema economico che contribuisce al funzionamento della convivenza umana secondo standard di qualità della vita considerati migliori.
C’é chi da questo sistema vuole attingere il meno possibile, e c’è chi vi prende a piene mani; è il bello della libertà di consumo, ma anche di scelta rispetto ad un “pensiero unico”. Tuttavia, se la scelta individuale si mette di traverso, ideologicamente o praticamente, rispetto al benessere comune o alla stessa sopravvivenza umana, allora non può che considerarsi irresponsabile. A me non interessa se qualcuno crede che la Terra sia piatta; posso sorriderne, ma che danno ne avrei, da tanta sciocchezza intellettuale? Se però qualcuno si mette di traverso rispetto alla vaccinazione, allora diventa un pericolo pubblico, un ostacolo alla convivenza e alla salute collettiva, un diabolico spargitore di inganni. Perché la sua scelta personale, che sarebbe sacrosanta e inviolabile se riguardasse solo ed esclusivamente lui, diventa ingombrante e dannosa se viene praticata a scapito di altri e predicata e divulgata in sedi pubbliche e mediatiche come esempio da seguire.
Chi ritiene la vaccinazione una inutile o controproducente operazione capitalistica suppongo che neghi anche la veridicità dei dati sui decessi e sulle conseguenze a lungo termine del Covid-19 sull’organismo umano. Così, da un lato, esibisce una ignoranza e una superficialità di cui dovrebbe rispondere moralmente davanti a coloro che hanno visto (anzi, non hanno neppure potuto vedere) morire di Covid-19 un proprio caro. Dall’altro, diciamolo fuori dai denti, rifiutando di vaccinarsi diventa anche un potenziale untore. Brutta parola, che evoca pregiudizi e maldicenze, certo; ma anche irresponsabili comportamenti.
