Castel Cellesi nel 1940 c. (Archivio Mauro Galeotti)

Il brigantaggio viterbese di seconda metà dell'Ottocento si differenzia dai coevi maremmano e meridionale per alcuni fattori: la diffusione capillare del fenomeno, l'anonimità di molti accadimenti e la scarsezza degli anni di attività di ogni criminale.

Nonostante l'odierna fama nel circondario, Castel Cellesi non può dunque essere ascritto a "covo" di briganti, o quantomeno non il solo.

Castel Cellesi risulta essere base di partenza per una delle bravate della banda del Crudo (Niccola Porta, detto così perché nelle taverne chiedeva il vino crudo) composta oltre che dal capo da Francesco Vincenzi e Lanno Mattioli, che a Castel Cellesi avevano incontrato altri criminali e fatto insieme nuovi progetti. Ma questa fu la loro ultima "avventura" insieme: il Porta verrà definitivamente catturato, mettendo termine alla propria "carriera" criminale, e condannato a 25 anni di lavori forzati scontati per intero.

Il 20 settembre 1874 in località Sterpeti viene sequestrato Cosimo Colesanti, benestante bagnorese, da due briganti che chiesero 7 000 scudi di riscatto alla sua famiglia, tramite lettera scritta di pugno del sequestrato. Attraversando le asperità orografiche tipiche della zona, arrivarono quindi in località Madonna del Nespolo: qui il Colesanti, in cambio di una somma complessiva di 13700 lire mandata dai familiari ai rapitori, veniva nottetempo abbandonato. Gli autori del sequestro erano:

  • Antonio Dobici (n. 1843, muratore, appena evaso dalla camera di custodia del Tribunale di Viterbo il 16 settembre 1874, "marciava sempre col calamaio in saccoccia per scrivere le lettere di ricatto")[11];
  • Andrea Pecci (n. 1833, di Castel Cellesi, di famiglia benestante, al suo secondo reato, ma che non godeva di buona fama in paese per via della sua pessima condotta, come testimonia in uno scritto il sindaco di Castel Cellesi. Il Pecci è morto nel carcere di Soriano nel 1877);
  • Martino Cocciola (n. 1833, di Castel Cellesi, pluricondannato, morto nel 1898 nella casa di reclusione di Piombino).[12]

Parte dell'incasso del sequestro fu messo in comune col Rufoloni, altro brigante viterbese, nel momento in cui Dobici e Cocciolla vi si unirono a generare "l'autunno caldo" del 1874. Accadde infatti che, terminati i soldi Colesanti fu organizzato il sequestro Gori (35 000 lire di richiesta) per cui furono battute le campagne di tutta la Teverina, da Orvieto a Montefiascone, Bagnoregio, Castiglione, Civitella d'Agliano e Castel Cellesi.[13]

Nel settembre 1876 viene sequestrato Bernardino Cesarei di San Michele in Teverina da tre briganti. Squadre di carabinieri di Bagnoregio, Civitella d'Agliano e Celleno riuscirono a liberarlo dopo uno scontro a fuoco con i rapitori, che avevano chiesto un riscatto di 300 scudi, subito pagato dalla famiglia Cesarei. Gli autori del sequestro erano:

  • Guido Saladini (n. 1850, di Castel Cellesi, celibe, contadino nullatenente, pregiudicato, arrestato nella propria dimora, condotto nel carcere mandamentale di Bagnoregio e rinchiuso nella segreta detta Purgatorio, successivamente condannato a 16 anni di lavori forzati, morto a Castel Cellesi nel 1924);
  • Francesco Rosati detto Cecchetto o Ciucchetto (n. 1847, di Castel Cellesi, mendicante, pregiudicato, latitante per alcune settimane, poi costituitosi a ottobre 1876, condannato a 16 anni di lavori forzati, morto a Castel Cellesi nel 1921);
  • Anastasio Pompei detto lo Storto (n. 1837, di Castel Cellesi, pregiudicato, latitante per alcune settimane, poi costituitosi a ottobre 1876, condannato a 16 anni di lavori forzati).

I tre vengono descritti dal sindaco di Castel Cellesi come nullafacenti, ubriaconi, biscazzieri, prodighi.

A partire da una lettera di richieste e minacce scritte in pessimo italiano, consegnatagli il 15.9.1885 e da lui subito inoltrata ai carabinieri di Celleno, Tommaso Belli, sessantenne possidente di Castel Cellesi, risulta tra i benestanti angariati dal brigante Nazzareno Ghilardelli di Civitella d'Agliano.[14]

Un discorso a parte merita il Brigante Bracherosce, la cui vera identità rimane sconosciuta. Nella memoria popolare degli abitanti di Castel Cellesi è sempre esistito, in relazione a “Le Grotte di Bracherosce”, probabile covo e oggi punto di riferimento delle campagne circostanti Castel Cellesi. Forse, per timore, i suoi contemporanei non hanno mai associato pubblicamente, al soprannome, il suo vero nome.

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11 ^ "... presentato il detenuto Antonio Dobici col di lui compagno di cella Simonetti Giovan Maria, si fecero perquisire minutamente tanto sulle loro persone, vestimenta e giaciglio. E dopo minutissime e accuratissime indagini, ebbero a estrarre dall'ano del Dobici Antonio un pezzo di tubo di canna della lunghezza di cm 4,5 circa, entro il quale si rinvennero accuratamente piegati tre biglietti del valore di Lire 1.000 cadauno [...]. Più tardi interrogato, il Dobici ammise che quei soldi provenivano dal ricatto Colesanti". Verbale dalla perquisizione condotta alle 19,30 del 24 marzo 1875.

 

12 ^ "Il giorno 23 novembre dell'anno decorso (1872) mentre un Brigadiere e un carabiniere della stazione di Celleno verso le 4 pomeridiane si trovarono nella parte di territorio di Castel Cellesi denominato Piano de' Molini udirono due individui discorrere in prossimità di un fosso e appiattitosi viddero venir verso di loro i detti individui che il Brigadiere riconobbe per Coronato Troscia e Martino Cocciola. Essendo quest'ultimo colpito da un mandato di cattura del Giudice Istruttore di Grosseto il Brigadiere intimò ad entrambi di fermarsi, ma loro esplosero dopo una brevissima sosta contro i carabinieri tre colpi di fucile di cui erano dotati, due colpi il Cocciola che aveva il fucile a canna doppia, e il terzo da parte del fucile a canna singola del Troscia.

A tale esplosione e alla fuga che presero sia il Cocciola che il Troscia, i carabinieri spararono anch'essi contro i fuggenti due volte ma senza colpirne alcuno. Inseguirono allora il Cocciola ma, non potendo camminare velocemente a causa del cattivo terreno, non lo raggiunsero, quantunque foss'egli pure rallentato dal caricare il fucile; però a un certo punto cadde e nel cadere abbandonò il fucile, che raccolto dai carabinieri insieme a quello abbandonato dal Troscia fu sequestrato. Procedettero poi all'arresto del Troscia nella sera stessa, come, in seguito di mandato di cattura per questo fatto spiccato dal Giudice Istruttore di questo Tribunale, fu da altri carabinieri arrestato il Cocciola" sentenza del Tribunale di Viterbo del 28 marzo 1873.

 

13 ^ Rufoloni (30 anni di lavori forzati e 5 di sorveglianza speciale), Dobici (25 e 5), Pecci (10 e 5) e Cocciola (25 e 5) furono i "protagonisti" della prima sentenza, il 2 giugno 1876, con cui veniva "inaugurata" la nuova sede della Corte d'Assise di Viterbo (ex Chiesa dei Carmelitani Scalzi): è la cosiddetta causa Rufoloni (vedi Antonio Mattei, Brigantaggio sommerso, Scipioni Editori)

 

14^ Salta a:a b Antonio Mattei, Brigantaggio sommerso, Scipioni Editori

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