Giacomo Puccini e donna Maria Collacchioni davanti alla chiesa di San Pietro a Tuscania

Vincenzo Ceniti

PUCCINI IN MAREMMA


Affascinato dalle torri. Dopo quella sulle rive del lago di Massaciuccoli che divenne il suo rifugio di caccia alla fine dell’Ottocento e ritrovo di amici nel circolo della Bohème, nel 1919 acquistò quella sulla Tagliata etrusca di Ansedonia che frequentò spesso come base per battute venatorie e voglia di solitudine dopo le fatiche del Trittico (Suor Angelica, Tabarro e Gianni Schicchi) che lo tenne impegnato per circa tre anni.

Si racconta che in questo lembo di Maremma toscana lo andò a trovare l’amico Giuseppe Adami per proporgli il libretto di Turandot.  Dopo averlo letto senza eccessivo entusiasmo, Puccini lo “tagliò” in più parti, in coerenza (disse), con il luogo in cui si trovava, appunto una “Tagliata”. Per nostra fortuna si convincerà successivamente a scrivere la musica, ma l’opera resterà incompiuta poiché dopo la morte di Liù morirà anche  lui, di tumore alla gola nel 1924. 

Giacomo Puccini arrivò in Maremma per la prima volta nel dicembre 1896, a ridosso delle feste natalizie, e precisamente a Capalbio ospite di don Mauro Collacchioni (un latifondista del posto) e della moglie donna Maria de Piccolellis per partecipare ad alcune battute di caccia cui il maestro lucchese,  come si sa, era particolarmente appassionato. Dopo il successo di Bohéme al Regio di Torino (1° Febbraio 1896) diretta da un giovane Arturo Toscanini,  Puccini era diventato un uomo noto e importante e per questo meritevole di far parte di vari “salotti bene”. E quello del Signore di Capalbio, peraltro deputato nel collegio di Bibbiena, era piuttosto accogliente anche per l’avvenenza della nobile e bella padrona di casa. Cacciatore sì, ma anche “tombeur de femmes”. 

Le cronache raccontano che Puccini arrivò alla stazione di Orbetello in quel 1896 la settimana prima di Natale e proseguì con la carrozza messa disposizione dal suo anfitrione don Mauro. Subito una battuta al cinghiale insieme ad oltre 200 doppiette con una sessantina di cani. Tornò più volte da quelle parti e quindi ebbe modo di visitare i dintorni di Capalbio: il lago di Burano (luogo ideale per la caccia palustre) e soprattutto Tuscania (Toscanella) e Tarquinia (Corneto).

Lo scenario di quella Maremma non era certo come si presenta oggi con distese di  grano e oliveti, marine attrezzate per la balneazione, centri residenziali ed altro, ma quello desolante di campi appena bonificati, in parte ancora infettati dalla malaria, butteri rudi e analfabeti, pericoli in ogni angolo, presenze di briganti. 

La cattura e l’uccisione di Domenico Tiburzi di qualche mese prima (24 Ottobre 1896)  gli provocò tali emozioni e attrazione, che dopo gli impegni di Tosca (“Prima” al Costanzi di Roma nel 1900),  il suo grande desiderio era di tornare quaggiù tra silenzi inauditi. Le arie appassionate di Mario e Floria avvolte dalle note intriganti di Scarpia, le aveva già anticipate al fortepiano agli amici di Capalbio nel 1897 durante uno dei suoi prolungati soggiorni. 

Tarquinia com’era? Inospitale. Senza un albergo degno di questo nome, a parte una modesta accoglienza pur priva di un minimo di conforto in un’ala del palazzo Vitelleschi il cui museo era ancora  di là da venire. I pochi reperti etruschi scampati alle razzie dei tombaroli e agli scavi di Luciano Bonaparte erano custoditi in un edificio detto del palazzo Demaniale. Certamente le pitture delle tombe Tori, Caccia e Pesca, Leonesse ed Auguri, da poco recuperate e da lui visitate, erano più vivaci e complete di quelle che vediamo oggi.

Non parliamo del centro storico, strutturalmente  ben conservato, ma sporco e desolante.

Tuscania stava meglio, se non altro nelle splendide chiese di San Pietro (dove il sor Giacomo posò insieme a donna Maria Collacchioni per una foto ricordo) e Santa Maria Maggiore. Si parla però di una fastidiosa tramontana che in quel pomeriggio raggelava ogni sentimento.

In ogni caso la Maremma, proprio per questo aspetto arcano e selvaggio rimarrà nel cuore e nei ricordi di Puccini cui penserà sempre con affetto, come gli amarcord  nostalgici di Ping, Pong e Pang della sua Turandot. 

 

La Tagliata di Ansedonia; sullo sfondo la Torre di Puccini