Francesco Mattioli, sociologo
I profeti della cattedra. Così Max Weber bollava coloro che, senza esser mai scesi dal loro scranno dorato dell’aula universitaria, senza mai esser usciti dalle polverose biblioteche di un sapere meramente aggiuntivo, “arredavano” l’anima loro di belle parole, di frasi letterariamente barocche, di ragionamenti acuti e autoreferenziali pretendendo di dettare agli altri il sapere.
Una malattia, questa - una vera malattia, nel senso originario del termine di mala azione - che affonda le sue radici nella retorica vuota del manierismo letterario e filosofico dei don Ferrante d’ogni epoca e paese.
I profeti della cattedra di più recente edizione sono di quattro categorie.
La più innocua è quella rappresentata da chi si parla addosso, che utilizza mille parole, possibilmente in disuso, per esprimere concetti semplici, quasi a voler dimostrare un’aulica cultura che tuttavia, girando su sé stessa, rischia di scolorire la sostanza delle argomentazioni, perfino di quelle più condivisibili.
Nella mia quarantennale carriera universitaria ho incontrato non pochi soggetti di questo tipo, concentrati soprattutto tra gli esponenti delle scienze giuridiche, che tendono spesso a lavorare sulle sottigliezze levantine del diritto e a crogiolarsi nell’aulicismo dell’arringa togata. Il problema è che sovente costoro trasportano questo atteggiamento nella politica, cioè in un sistema fondato sul “dire per fare”, restando fermi al dire.
La seconda categoria comprende per lo più i cosiddetti philosophes francesi e i loro imitatori (specie nostrani) che tra il sessantotto e oggi hanno pontificato di libertà e anarchia dai loro salotti buoni, arrivando ad esprimere solidarietà al terrorismo, purché rigidamente di ispirazione marxista-leninista o maoista. Se ne vedono tuttora le conseguenze, patite paradossalmente in primis da una sinistra operosa e moderna.
Costoro sono, peraltro, i primi nemici della sociologia, cioè di quella disciplina che ancora oggi con fatica cerca di prendere le distanze da una filosofia meramente intellettualistica, ideologica e sostanzialmente apodittica, contrapponendo ad essa il metodo scientifico, il dato di ricerca, l’esperienza sul campo. E sì che ad alcuni di costoro di affibbia il titolo di “sociologi”…
Tra di essi allignano anche certi “giornalisti” che sono passati dalla poltrona dello studio a quella della direzione di un quotidiano o di una rivista d’attualità senza essersi mai fatti cronisti, come diceva Walter Lippman, cioè senza essersi mai veramente “sporcate le mani” con il concreto mondo sociale e antropologico che ci circonda.
La terza categoria riguarda i produttori di fake news e i complottisti, quelli che “sanno il fatto loro”, che sanno vedere “oltre”. Si tratta di pittoreschi imbonitori da strapazzo finché si parla di terrapiattismo, di decrescita felice, di raeliani interplanetari e di cerchi nel grano e strie aeree, ma che diventano pericolosi decostruzionisti e negazionisti se si mettono di traverso sulle cose serie, ad esempio nel corso della lotta alla pandemia. Sono quelli – è stato detto giustamente da più parti – che hanno accolto con ignorante piacere gli spunti più filosofici della meccanica quantistica per mettere alla berlina la scienza, almeno quella ufficiale, avendo quasi una sorta di orgasmo a sentir parlare di indeterminazione e di provvisorietà del sapere scientifico, ma leggendo male Heisenberg e Plank e poco o nulla Popper (se lo hanno fatto…).
Sono anche pericolosi, perché in epoca di pandemia hanno criticato il lockdown, hanno sottostimato l’obbligo necessario dell’uso di dispositivi di protezione individuale come mascherine e distanziamento, e hanno flirtato con i no-vax, contestando persino i dati sotto gli occhi di tutti. Ma per chi vive nell’estasi del proprio sapere autoreferenziale, attinto dalle profondità di un io meramente spiritualistico, ciò cha avviene d’intorno a loro è solo apparenza. Così, conquistano adepti approfittando della debolezza di chi non sa resistere ai sacrifici imposti a salvaguardia di sé e degli altri.
Infine c’é un quarto tipo di profeti della cattedra in senso weberiano. Sono i detentori della verità. Costoro, lungi dall’interrogarsi sul nesso profondo che corre tra idee e società, formulano un pensiero unico, dogmatico che non lascia spazio alla discussione, alla comune riflessione, al rispetto reciproco delle idee e si armano come dei Torquemada capaci di distinguere facilmente tra il loro grano e il loglio altrui, condannando quest’ultimo al rogo senza tanti complimenti.
Se ne trovano nel campo religioso, soprattutto nelle sette fondamentaliste e culturalmente più arretrate, che allignano tanto nell’Islam che in certo cristianesimo sanfedista, e diventano pericolose quando tentano di imporre con le buone o con le cattive i loro credo. Ma i detentori della verità sono anche di altra natura. Purtroppo alcuni hanno fatto diventare anche il cosiddetto “politicamente corretto”, quello che si ispira ai valori di giustizia, libertà e pari diritti, una gabbia di vincoli ideologici di parte, un mondo di parole d’ordine, di regole impositive che si ritengono giustificate dalla necessità di “dare una sterzata” e di “cambiare il mondo”.
E’ il vecchio discorso rivoluzionario, che la giustizia si fa solo con il sangue degli avversari. Molti di questi “portatori di verità” difendono la diversità, ma non si peritano di accettare la diversità dalle loro idee, finendo per creare paradossi e forzature meramente partigiane. Così, il rischio è quello di riprodurre un mondo talmente “corretto” da trasformarsi in correzionale.
Ma i detentori della verità si trovano anche tra coloro che praticano una scienza positivista, ancora convinta di possedere conoscenze oggettive, sorrette dalla matematica che - come è noto – non è un’opinione, forse confondendola con l’aritmetica. Ignoranti soprattutto di quanto la società sia complessa, e di quanto essa possa condizionare la scienza, la sua organizzazione, la sua distribuzione del potere, la sua compromissione con la realtà quotidiana e con le miserie dell’animo umano.
Fra costoro alligna un concetto di “laicità” che dovrebbe disvelare le debolezze del pensiero unico, in realtà si fa dogmatico quanto una religione, in questo caso una sedicente religione della ragione, chiudendo all’innovazione, alla possibilità di vedere le cose da un altra angolazione cognitiva, piegando il progresso ad una infinita ripetizione di schemi, risolvendo il sapere scientifico nell’efficientismo tecnologico o in un materialismo intellettualmente angusto e geloso.
A tutti costoro, consiglierei di salire sui banchi dell’aula, di cogliere l’Attimo fuggente”, soprattutto di vivere criticamente, nel senso kantiano del termine, perché – come scriveva il filosofo di Königsberg - la critica “è un invito alla ragione di assumersi il più grave dei suoi uffici, cioè la conoscenza di sé, e di erigere un tribunale che la garantisca nelle sue pretese legittime, ma condanni quelle che non hanno fondamento”.
Amen
