Francesco Mattioli

Caro Direttore,
quando dal dibattito si passa al battibecco personalistico, io mi tiro indietro. E, soprattutto, quando il mio interlocutore pretende di nascondersi dietro uno pseudonimo.

Non siamo ai tempi di Pasquino e neppure del Minculpop, per cui quando si argomenta di scienza e di filosofia ritengo che ci si dovrebbe mettere la faccia. Ma ognuno ha i suoi gusti, e vanno rispettati.

Dopo il mio intervento che prendeva spunto dall’articolo sull’infinito del sedicente Tino Soga, mi hai girato una lettera firmata con il vero nome della persona che si firma con tale pseudonimo, a cui ho prontamente e cordialmente risposto; purtroppo, puoi certificare che non gli è mai arrivata per un equivoco.

[Sì la lettera a cui si riferisce Mattioli in risposta a Soga l'ho letta, ma non è stata mai spedita a Soga stesso per un frainteso tra me e Mattioli. Mauro Galeotti]

Il contenuto della lettera era il seguente:

Caro ……,

intanto la ringrazio di avermi inviato la sua lettera. Che mi conforta nel comune giudizio su taluni soggetti che scrivono su La Città; se lei avrà avuto la bontà di leggere certi miei interventi, avrà notato che a costoro non gliene passo una…

Quanto al suo ultimo intervento sull’infinito, il mio articolo non criticava assolutamente il merito di quanto ne scriveva lei: anzi, mi ha proprio stimolato a riflettervi sopra, in un mio personale discorso prevalentemente – avrà visto – di natura epistemologica. Così ho potuto prendervi spunto per ribadire un argomento a cui tengo molto e che ho spesso trattato nelle mie recenti pubblicazioni: la costruzione sociale – e quindi culturale, convenzionale - di senso che prevale rispetto al concetto di realtà “oggettiva”.

Posizione che, fra l’altro, ho avuto modo di rafforzare anche a partire dalle più recenti posizioni della fisica quantistica, ben affrontate ad esempio da Rovelli. Questo approccio vale molto bene per il concetto di infinito e anche per quello di “nulla”. Perché, beffardamente, sarebbe singolare dire che c’è (cioè esiste) il nulla, se non fosse che nella nostra umana limitatezza mentale non possiamo esprimerci diversamente, adottando concetti e relativi termini linguistici di natura convenzionale.

In calce all’articolo, le ho voluto fare una mia personale valutazione dell’esempio che ha inteso prendere per la sua vignetta, il linguaggio dell’emancipazione di genere. Ecco, qui le ribadisco la mia personale opinione. Capisco il suo “ridendo castigare mores”, apprezzo la sua ironia, ma come ho scritto il tema è talmente grave, nella nostra società, che forse l’esempio era pericoloso: io ho avuto sostanziosi sospetti, temo che altri possano proprio cadere nell’equivoco. Certo, nel prendere sul serio la sua vignetta ho avvertito il rischio, per me, di fare il moralista pedante, come ho scritto. Tuttavia, non ho mai sopportato il detto “Scherza con i fanti ma lascia stare i santi”. Anche sui “santi” talvolta si può – o si deve – scherzare, me lo concedeva anche qualche mio amico sacerdote…

Ma poi ci sono dei limiti; quelli che non sa governare Charlie Hebdo, ad esempio. Così, con un paio di femminicidi al giorno, e con i grandi e piccoli erdogan che si aggirano nel nostro paese, forse certi “santi” occorrerebbe trattarli con prudenza. Mi consentirà che il suo rischio di essere frainteso è stato piuttosto alto.

Un cordiale saluto

Francesco Mattioli

Credo che quando si arriva ad avere i capelli bianchi, occorrerebbe ispirarsi più che alla passione istintiva e contingente, ad una razionale verifica delle cose. Sarebbe bastato poco, cioè bastava chiedere a te, o lamentare presso di te, il motivo del mio silenzio, apparentemente scortese, piuttosto che demonizzarlo di primo acchito. Ma ognuno ha il suo stile.

Potrei ribattere punto per punto ai contenuti astiosi della “lettera aperta” che il sedicente Soga mi ha destinato su La Città, ma non  starò al gioco. Credo che le mascherine siano riservate a difendersi dal Covid, non a tirare il sasso nascondendo la mano.  

Avrei apprezzato un dibattito di merito, a viso aperto. 
A queste condizioni, invece, non seguirò ulteriormente il Tino Soga sulla discutibile strada che ha inteso imboccare.

Un caro saluto