A colloquio con i miei 25 lettori (n. 75)

Martedì, 6 aprile 2021
La festività pasquale, certamente fulcro della fede cristiana, non ha preso avvio con il messaggio cristiano ma vanta delle origini che vanno ricercate negli inizi della storia umana e molto probabilmente addirittura rimanda, seppur in modo confuso, alla preistoria.

Non è casuale che la Pasqua si celebri agli inizi della primavera e neppure è casuale che questa importantissima celebrazione venga collocata fin dall’inizio nell’emisfero Nord del mondo, l’emisfero chiamato solitamente boreale Ed ora ci inoltriamo gradatamente in questa festività centrale per la storia religiosa, ed anche per quella civile, dell’intera umanità. Sembra quanto mai evidente che fin da quando ha cominciando a svegliarsi nell’uomo la capacità di capire osservando sia l’interno che l’esterno a sé, è stata suscitata la presa di coscienza dell’intelligenza, cioè della capacità di intus-legere, come la chiamavano i Latini, cioè la capacità di capire in profondità il senso della realtà circostante.

E il primo segno dell’intelligenza si è espresso con la capacità di “stupirsi”. E’ infatti lo stupore l’inizio del sapere, della ricerca, dell’interrogare, è l’inizio anche del trovare aperto via via al possesso di tutto quello che ci è circostante. Ancor oggi il fanciullo/a si apre alla vita, anche intellettiva, allorquando gode del primo stupore e inizia a porre i suoi ininterrotti “perché”. Fin dal quarto secolo a.C. il grande filosofo Aristotele ci dirà che l’inizio del sapere è dato dallo stupore, in greco “thaumazèin”; questo iniziale stupore è il punto da cui prende avvio la sua opera fondamentale: la Metafisica.

Possiamo serenamente immaginare che il primo grande stupore è quello offerto dalla natura: non pensiamo alla natura nei termini ampiamente cosmici come la individuiamo oggi; è la natura animale e vegetale del nostro mondo, quello del nostro emisfero in cui l’uomo fin dai primordi si trova a vivere ed operare. Questa natura, che costituisce l’ambiente primitivo dell’essere umano, verrà chiamato dalla cultura greca “kòsmos”, cioè “bello”; in contemporanea il libro della Genesi ci presenta Dio che, dopo ogni giorno della creazione, gode del fatto che la natura gli è riuscita bene.

Questa natura presenta un fatto stupefacente: ogni anno muore e risorge, si eclissa, si nasconde, quasi perde totalmente vigore e in primavera con la luce e il calore del sole risorge a vita nuova e riprende a fruttificare. Certamente questo avvenimento, normalmente sempre ripetuto, ha indotto gli uomini non solo a stupirsi ma anche ad attribuire a forze divine questo miracolo. Pensiamo soprattutto al mito greco-latino; raccolgo dalle Metamorfosi di Ovidio il mito di Orfeo ed Euridice. Orfeo piange la sua amata Euridice che viene rapita dall’Ade; e allora Orfeo piangendo e suonando l’arpa la va a richiedere commuovendo gli dei; gli dei gliela restituiscono purché nel riportarla tra i mortali non si volga mai indietro.

Ma l’amore è talmente forte che ad un certo punto Orfeo si gira per guardare se l’amata lo segue e allora gli dei la riprendono nell’Ade; Orfeo torna ad implorare gli dei perché restituiscano Euridice che gli viene riconsegnata per sei mesi all’anno ma per sei mesi la sposa dovrà ritornare nell’Ade. Come sempre il mito, con un linguaggio altamente poetico, ci narra verità profondissime, come in questo caso: il rinnovamento della natura deve avvenire attraverso la purificazione e la sofferenza della morte. Vale la pena di ricordare che la presenza del divino nel mondo è richiesta quasi spontaneamente dall’intelligenza umana ancor prima della formulazione filosofica che troviamo in particolare nella filosofia greca del quarto secolo con Platone ed Aristotele: l’intelligenza umana scandaglia attraverso la sofìa (sapienza) e l’epistème (scienza) il mondo in cui viviamo.

Il mondo appare “causato” in quanto finito e in situazione di continua mutazione per cui di fatto il limite e l’instabilità rimandano necessariamente ad un Ente che non muta. Ovviamente per noi moderni i concetti di filosofia (sofìa) e scienza (epistème) appaiono ben distinti ma questo è avvenuto a partire dal Rinascimento che ha gradatamente ridefinito per la filosofia il ruolo della ricerca “per ultimas causas”, mentre a partire dallo sviluppo cinquecentesco della matematica con Cusano e Copernico, la scienza è diventata sempre più autonoma; in particolare dal ‘600 con Galileo ha dominato il sapere umano ed è in continuo quasi indefinito sviluppo.

Addirittura nel ‘700 l’innamoramento per il metodo matematico, che assicura l’esattezza del ragionamento, ha portato grandi filosofi e scienziati, come Leibniz e Newton, a tentare di matematizzare ogni ragionamento per assicurare la certezza della ricerca. Il concetto della creazione del mondo appare nella Bibbia ebraica, e fatto proprio dalla fede cristiana. Per il pensiero antico il mondo esiste da sempre, comunque sempre causato e dipendente da Dio, ma eterno quanto Dio; alcuni, prendendo a prestito il linguaggio matematico, lo vedono come un cerchio che si svolge lungo la storia attraverso continui ritorni; su questa linea troviamo il pensiero di un filosofo italico, Gianbattista Vico.

Dapprima l’Ebraismo e poi il Cristianesimo hanno introdotto i concetti di creazione e di escatologia, l’inizio e la fine del mondo. Nel XIII secolo con la teologia di S. Tommaso ci verrà precisato che di per sé il mondo è indefinito; seppur dipendente e causato è coeterno con la divinità ma per fede crediamo ad un atto iniziale creativo di Dio nel tempo e ad una conclusione che chiamiamo in greco “éskaton”. “Egli (Cristo) è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1, 15-16). E torniamo alla primavera, al momento del grande stupore della natura che progressivamente risorge e vince la fredda morte invernale.

Di questo stupore creaturale si è impadronito fin dal secondo millennio a.C. il popolo ebraico che gli ha dato un preciso connotato religioso. Per il popolo ebreo si tratta della liberazione dalla schiavitù egizia. Gli Ebrei erano entrati in Egitto alla ricerca di lavoro poiché sterile era il territorio palestinese; erano cresciuti ed erano sfruttarti nel mondo del lavoro; si tratta di quella storia che presenta sempre gli stessi modelli: l’arricchimento di alcuni padroni che sfruttano i sottoposti attraverso un lavoro pesante e malpagato. Dopo oltre 400 anni almeno una parte di quel popolo si libera dalla schiavitù con la guida di un grande personaggio, Mosè, e torna alla patria d’origine con una lunga liberazione faticosa interpretata come un aiuto di Dio. Da allora l’interpretazione religiosa si è sovrapposta allo stupore iniziale primaverile come un passaggio liberatorio dal negativo al positivo. Gli Ebrei l’hanno chiamata Pesach (passaggio) con inizio inevitabilmente in primavera; divenne una celebrazione religiosa con un ricordo chiaramente politico, quello della costruzione di un nuovo popolo.

La fede dei Padri ringraziava il Signore per il miracoloso passaggio dalla schiavitù alla liberazione, dal giogo del faraone egizio (molto probabilmente Ramses II) alla libertà con Mosè. La terza fase è quella cristiana: Gesù ha dato un ulteriore significato alla Pasqua, un significato non più relativo ad un popolo ma per l’intera umanità, in fondo riprendendo la tematica iniziale dello stupore iniziale dell’uomo: anche per Cristo la Pasqua è sempre un passaggio, ma questa volta è un passaggio radicale: dalla morte alla vita, dalla croce sul Calvario e dal sepolcro alla risurrezione e alla vita eterna, una vita non più sottoposta al cambiamento e alla morte. Vale la pena di ricordare che la liturgia del Sabato Santo rappresenta non solo un inno alla creazione come espressione della bontà di Dio ma anche un canto alla vita che continua con la vittoria sulla prepotenza della morte.

Accogliendo la concezione cosmologica di Empedocle, filosofo della Magna Grecia del quinto secolo a. C. vissuto ad Akragas (Agrigento), nella liturgia pasquale vengono ripresi i quattro elementi fondamentali, che costituiscono il nostro mondo combinandosi in diverso modo e in diversa misura tra di loro: terra, aria, acqua, fuoco: Come sempre questi testi vanno collocati nel tempo in cui sono stati formulati; oggi la scienza chimica enumera un centinaio di elementi fondamentali che attraverso le diverse combinazioni di qualità e di quantità danno origine a tutto il mondo che ci circonda. La liturgia del sabato santo, antichissima forma di celebrazione della morte e risurrezione di Cristo, comincia con la benedizione del fuoco e dell’acqua, mentre gli altri due elementi, terra e aria sono particolarmente citati in tutta la Bibbia, specialmente nei Salmi.

La terra è il luogo della vita ma che presenta spesso soprese sgradevoli come quelle dei terremoti (Gesù nel discorso escatologico afferma: Et erunt terraemotus per loca) e l’aria che ci dona la vita del respiro ma che non manca di sorprese con la presenza talora di forti sconvolgenti. La liturgia pasquale privilegia l’acqua e il fuoco quali elementi essenziali per la vita umana e li benedice perché si tratta di elementi che si prestano ad alcune ambiguità; sono elementi fondamentali per la nostra vita ma talora presentano sconvolgimenti naturali impazziti che possono diventare forme di distruzione. E’ lo specchio della nostra storia, quella di tutti i giorni, in cui il positivo si intreccia normalmente con il negativo ed infine è la morte che si intreccia con la vita; ma in Cristo risorto appare che nella storia umana l’eskaton (ultimo) della vita risulta vincitrice: “Mors et vita duello conflixere mirando, dux vitae mortuus regnat vivus”.

Caro don Angelo,
leggo sempre con molto interesse e curiosità il suo foglio settimanale cui non saprei rinunciare. Ripercorro con agilità secoli di storia e questo mi aiuta a rinverdire la mia memoria che sembra sbiadirsi. Detto questo, vorrei ricordarle una dimenticanza a proposito del foglio n.72 nel quale riporta l'imboscata del nostro giovane ambasciatore in Congo, con la sua morte e con quella del militare che doveva difenderlo, dimenticando di citare l'autista nero, indigeno anonimo, vittima due volte e per la sua triste fine e per non essere nemmeno meritevole di ricordo. Le vite non hanno lo stesso valore? Con la stima di sempre, un abbraccio fraterno. (Lauretta Pellegrinelli)

L’Islam in Italia
Con i suoi due milioni e mezzo di aderenti, l’Islam è la seconda religione in Italia. Una realtà di recente approdo, che si è inizialmente affermata soprattutto nel nord del Paese, per poi insediarsi permanentemente anche nel centro e sud Italia. Se a Milano già negli anni ’80 la presenza musulmana aveva assunto forma stabile, a Roma tale consolidamento si è prodotto con maggiore lentezza e ha raggiunto il suo culmine solo negli ultimi 15 anni, in cui si è assistito a un aumento esponenziale del numero delle moschee con l’apertura di ben 18 sale di preghiera. Le ragioni di questo ritardo risultano legate sia all’andamento dei flussi migratori che alla dispersione provocata dall’assetto urbanistico della Capitale. (Oasis, marzo 2021)

Campiello del Piovàn
A Venezia ci sono alcuni campielli "del Piovàn", in particolare nei pressi di San Tomà, San Giacomo dall'Orio e vicino alla Bragora. Tale denominazione deriva dal fatto che in quella zona abitava un "piovàn" (o pievano). Dai tempi della Serenissima queste figure si chiamavano dapprima vicari poi furono rettori e successivamente "pievani". Non erano necessariamente preti, ma piuttosto diaconi o altri ministri che avevano il ruolo di governare le parrocchie. Essi seguivano l'aspetto economico della chiesa, istruivano i fedeli, ordinavano le funzioni, mentre altri aspetti prettamente religiosi erano seguiti esclusivamente dai sacerdoti. Il "piovàn" aveva le chiavi per aprire la vera da pozzo della sua zona e distribuire al popolo l'acqua negli orari prestabiliti e la mescita veniva annunciata dal suono di una campana. L'acqua piovana veniva raccolta in cisterne sotterranee per essere prelevata da un pozzo posto in corrispondenza del centro del serbatoio e sormontato dalla "vera da pozzo". Il "piovan" quindi, non solo rivestiva un importante ruolo dal punto di vista religioso, ma aveva il controllo su un elemento vitale come l'acqua che doveva essere razionata durante i periodi di siccità. Inoltre nel XVI secolo il Governo della Serenissima a seguito dei numerosi incendi che negli anni si erano susseguiti in città, stabilì che i pievani, che erano responsabili ecclesiastici della comunità della parrocchia, avessero in dotazione e custodia dispositivi ed attrezzi antincendio. L’acquisto di tutti i materiali era in parte a carico dei proprietari delle case che dovevano versare un contributo pari a due soldi per ogni ducato incassato con l’affitto.

I pievani anticamente venivano eletti dai fondatori delle chiese e dai loro discendenti, ma a partire dalla metà del XII secolo, i parrocchiani proponevano i nominativi, il clero sceglieva, ed il vescovo confermava la nomina. Verso il 1432, gli abitanti della parrocchia cominciarono a prendere parte attiva nelle elezioni, si raccoglievano in un luogo stabilito, ed eleggevano il pievano o per voci, o per ballottazione. L'eletto veniva poi confermato dal patriarca, o dal nunzio del papa. Nota toponomastica: Egle Renata Trincanato fu la prima donna laureata in architettura a Venezia nel 1938. Fu direttore di Palazzo Ducale dal 1954 al 1964. La sua collaborazione con l'architetto Giuseppe Samonà ha rappresentato un importante sodalizio professionale ed accademico. Tra le opere realizzate si ricordano INA Casa di Treviso, INA Casa di Venezia, INA Casa di San Giuliano a Mestre e le case INCIS del Lido di Venezia. Il suo percorso professionale trae ispirazione dalla Venezia minore.  (ViviVenezia n. 192)
San Giuseppe
 In occasione dei 150 anni del Decreto Quemadmodum Deus, con il quale il Beato papa Pio IX dichiarò san Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, papa Francesco, con la Lettera apostolica Patris corde, ha indetto uno speciale Anno di san Giuseppe, dall’8 dicembre 2020 all’8 dicembre 2021.

Nell’orto del Getsemani
Nel quarto Vangelo non ci viene preannunciata l’esperienza dell’orto del Getsemani con la presentazione della passione e del suo frutto di salvezza del mondo. “La mia anima è turbata” (Gv 12,27) e nell’orto degli ulivi dirà: “La mia anima è triste fino alla morte”. E immediatamente ci indica la ragione di questo turbamento: “Che dirò? Padre liberami da quest’ora?” e nell’orto dice: “Allontana da me questo calice”. Ma la risposta che Gesù dà a sè stesso “E’ per questo che sono venuto. Per quest’ora”; nel Getsemani dirà: “Non si compia la mia volontà, ma la tua”. “Padre glorifica il tuo nome”. Sia santificato il tuo nome, si compia il tuo piano di salvezza. E si udì una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò”, similmente nel Getsemani un angelo verrà a confortarlo. In seguito Gesù indica che la sua morte è il giudizio del mondo : “Ora il principe di questo mondo sta per essere giudicato. Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me”. Quando Gesù sarà elevato in alto, sarà glorificato sulla croce, attirerà tutti a sé. (G.M.)

Sant’Oscar Romero, vescovo martire
Nel tardo pomeriggio del 24 marzo 1980, Óscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador (El Salvador C.A.), fu assassinato mentre celebrava l’eucaristia. Giunto al momento dell’offertorio invece del pane e del vino offrì la sua stessa vita, cadendo sull’altare: sacerdote e vittima allo stesso tempo, come Gesù. Come lui ucciso perché aveva cercato la giustizia del Regno, mettendosi dalla parte degli impoveriti e reclamando i loro diritti. Per essersi fatto voce di chi non aveva voce. Non sarebbe mai diventato profeta e martire se non gli fosse toccato d’essere pastore di un popolo tormentato. Il giorno prima aveva lanciato l’appello più drammatico nella storia della chiesa all’obiezione di coscienza. In nome della fede cristiana e della fraternità universale.