Viterbo CRONACA Mi lascio trasportare
dalla suggestione dei canti delle “lavandaie della Tuscia”
di Giovanni Agostini Pasquali

1900 Lavatoio a Viterbo in Via san Pellegrino,
in fondo è il Palazzo degli Alessandri (Archivio Mauro Galeotti)
Trascina la foto sul tuo computer e conservala, ama Viterbo
Gentile Direttore, seguo da qualche tempo con interesse l’attività della Compagnia delle lavandaie della Tuscia, della quale ho letto più volte notizie su questo giornale.
Secondo la definizione di Simonetta Chiaretti, creatrice della Compagnia, questo complesso corale coreografico bolsenese ha un “carattere inconfondibile: una vocalità femminile antica, naturale e volutamente “grezza”, con sbavature ritmiche e dal particolare timbro che sembra nascere da una ferita, tipico dei canti di lavoro”.
E’ senza dubbio uno spettacolo culturalmente interessante, musicalmente e coreograficamente godibile, come è godibile tutto quello che ci riallaccia alle tradizioni popolari del tempo passato, tutto quello che ci consente di conservare una cultura territoriale, e campanilistica in senso buono, che altrimenti verrebbe annientata dall’(in)cultura globalizzata e artificiosa del mondo virtuale oggi dominante.
Lei, gentile Direttore, che è un attento cultore della viterbesità di un tempo e ne apprezza i cimeli e i ricordi, mi consenta di lasciarmi trasportare dalla suggestione dei canti delle “lavandaie della Tuscia” e di riandare con la memoria ai tempi della mia fanciullezza... anni ’40 di guerra e dopoguerra, quando il lavatoio pubblico e le lavandaie erano una realtà.
* * *
Per me, bambino, il lavatoio pubblico era un luogo misterioso, dove mi era vietato entrare perché potevo cadere nelle vasche e affogare. Mia madre per mettermi paura, e quindi per indurmi ad essere prudente e a non avvicinarmi al lavatoio, mi raccontava di un bambino che era caduto nella vasca ed era affogato. Mia nonna aggiungeva che il bambino affogato non era stato più ritrovato, era scomparso nello scarico della vasca ed era andato direttamente all’inferno perché aveva disubbidito all’ordine di non entrare nel lavatoio. Ma - soggiungeva mia nonna alzando verso di me l’indice minaccioso - il suo fantasma era rimasto nell’acqua e cercava di far affogare altri bambini.
Capivo che quei racconti erano favole come quelle di Cappuccetto Rosso e di Pinocchio, inventate e raccontate a fin di bene, ma ovviamente il risultato fu che aumentò la mia curiosità di vedere quel luogo misterioso. Tuttavia ero un bambino disciplinato e non mi sarei mai azzardato a violare il divieto.
Una volta però ero in compagnia di una zia e andavamo a fare spese; passammo davanti al lavatoio e mia zia disse che doveva entrare un momento, solo un momento, per parlare con un’amica.
Entrammo. Avevo un misto di paura e di curiosità, ma la curiosità era più forte della paura. Inoltre se mia zia mi accompagnava potevo stare tranquillo: mia zia era “grande”! Figuratevi che aveva sedici anni e già le tette da donna.
Il lavatoio era in un seminterrato. Scendemmo alcuni scalini e mi trovai in un ambiente strano: uno stanzone chiuso su tre lati, con grandi aperture ad arco sul quarto lato. Osservai con curiosità e attenzione due lunghe vasche, allineate una dopo l’altra, ai lati delle quali le lavandaie svolgevano il loro lavoro. Rimasi affascinato e, alla mia evidente curiosità, la zia mi spiegò che la prima vasca era quella del risciacquo perché era alimentata direttamente da una cannella, la seconda, poco più bassa, era quella del lavaggio perché riceveva l’eccesso di acqua che debordava della prima.
Rimasi affascinato dal chiacchiericcio delle lavandaie, dal rapido immergere e riemergere dei panni mossi da abili mani, dal chioccolare dell’acqua che, sgorgando da una grossa cannella, rinnovava l’acqua delle vasche. La seconda vasca, quella del lavaggio, era coperta qua e là da fiocchi di schiuma ed esalava il profumo acre e deciso del sapone fatto in casa.
Mi appoggiai sul piano inclinato della vasca del lavaggio, mi sollevai in punta di piedi e mi sporsi per afferrare un fiocco di schiuma iridescente… un attimo di distrazione della zia e… caddi giù nell’acqua.
Fui preso dal panico. Tutto attorno a me era acqua. Non capivo più niente e non sapevo che cosa fare. Sentii una mano che mi afferrava per una caviglia e pensai che era il fantasma del bambino affogato che mi trascinava via con sé…
… un attimo… la mano mi tirò fuori dalla vasca, terrorizzato e gocciolante.
Sentii alcune voci che mi chiedevano se stavo bene; feci cenno di si con la testa e intanto tossivo per liberarmi dal sapore acre della saponata che non avevo ingerito, ma mi era comunque entrata in bocca e nel naso.
* * *
A quel tempo lavare i panni al lavatoio pubblico era una normale attività delle lavandaie di mestiere e anche delle donne di casa.
Al lavatoio le donne lavoravano un lavoro duro, scomodo e malsano. L’umidità entrava nei muscoli e nelle ossa e vi lasciava un segno doloroso. Non era un’attività divertente nemmeno in estate, quando il fresco dell’acqua mitigava almeno il caldo dell’aria infuocata dal sole e dallo scirocco. Immaginate se poteva essere divertente in inverno con la tramontana e l’acqua gelida.
E’ vero che talvolta le lavandaie cantavano, ma più spesso spettegolavano (chissà quante orecchie fischiavano!) e non di rado litigavano tra di loro.
Passavo di tanto in tanto davanti al lavatoio pubblico e mi capitava talvolta di sentire il vociare stridulo e violento delle liti. Le lavandaie litigavano per una precedenza o perché qualcuna intorbidava la vasca del risciacquo o semplicemente per il riemergere di qualche vecchia antipatia. A quei tempi la gente era rustica e più istintiva di oggi, e il lavoro faticoso della lavatura rendeva particolarmente nervose e aggressive le donne.
“Stanno affà accapelli!” sentivo commentare da chi si affacciava al lavatoio per curiosare e godersi l’inatteso spettacolo di due donne che, afferrate le reciproche capigliature, si strattonavano, urlavano improperi, anche parolacce, ma stavano ben attente a non farsi veramente male. Era per lo più una lotta rituale. Dopo qualche istante interveniva qualche altra lavandaia, di solito un paio di amiche per ognuna delle contendenti.
Le litiganti venivano separate a forza, ma continuavano a minacciarsi: “Lassateme che l’ammazzo, sta putt…!” era l’espressione più frequente, che però significava “Reggeteme ch’è mejo!”
Lavatoi pubblici: tanto ingrato lavoro, liti furibonde, pettegolezzi e anche qualche canto popolare, e poi…
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… e poi il benessere del “boom economico” riempì le case degli italiani prima di vasche da bagno, usate più per il bucato che per l’igiene personale, e poi di macchine lavatrici. I lavatoi pubblici non servirono più e furono abbandonati; molti vennero eliminati; alcuni però sono stati lasciati come ricordo di un’epoca passata da poco, ma già dimenticata.
Oggi la Compagnia delle lavandaie della Tuscia ripropone almeno i canti. E questa è la stessa musica di quel tempo perduto, ed è però anche un’altra musica adattata a spettacolo, suggestiva e divertente.
Ma per chi come me quel mondo ha conosciuto, è anche un sentimentale “mericordo”, un felliniano “amarcord” alla viterbese.
Agostino Giovanni Pasquali
