Viterbo, le fondamenta della Malta presso la Chiesa degli Almadiani foto f.lli Sorrini

Vincenzo Ceniti, console TCI

Oggi è uno spazio confortevole con le casse da morto di Nocilli, ma un tempo era una prigione disumana, immersa nel fango e nell’umidità, riservata agli ecclesiastici accusati di gravi reati.  La Malta di Viterbo (di dantesca memoria) con volta a botte  opportunamente restaurata, si trova a tu per tu con l’Urcionio nei bassifondi del palazzo turrito, accanto all’ex chiesa degli Almadiani.

Vi si appoggiano le arcate di ponte Tremoli sottostante la piazza, completamente interrato. Dante parla della Malta nel IX Canto del Paradiso (52-54) a proposito del vescovo di Feltre. Si riferisce a quella di Viterbo? Ce n’era però un’altra sull’isola Bisentina nel lago di Bolsena. Se entrate da Nocilli e non vi impressionano le bare, i titolari dell’agenzia saranno ben lieti di accompagnarvi nei sotterranei e farvela vedere.  

Quello della Malta è un modo insolito per avvicinare il Poeta nel settimo centenario della morte, bypassando una volta tanto il Bulicame  preso a modello per il Flegetonte. Ma non possiamo esimerci dal farci un salto, ora che l’acqua (oltre 55 gradi) è tornata al livello del bordo. I ruscelli che fuoriescono dalla caldera venivano utilizzati per le abluzioni delle “peccatrici” o dalle “pettatrici” per macerare la canapa? (Inferno XIV Canto, 76-81). In mancanza di certezze ci  teniamo le due versioni. Una cosa è certa, Guido di Montfort se ne sta proprio lì “dall’un canto solo” a scontare la  pena per la barbara uccisione “in grembo a Dio” di Enrico di Cornovaglia (Inferno Canto XII, 118-120). 

Di casa, a Viterbo,  anche l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini condannato a farsi rosicare il capo dal conte Ugolino (Inferno XXXIII Canto, 12-18). Secondo un antico codice della Divina Commedia, l’alto prelato è sepolto nella chiesa di Santa Maria in Gradi, ma la sua tomba non è stata mai trovata. 

Tutti per voi, invece, nella chiesa di San Francesco, i mausolei  di Clemente IV e Adriano V.                                         Il primo, francese, di fede angioina (Guido le Gros), l’altro. genovese, Ottobono Fieschi di Lavagna di salute cagionevole. Clemente IV fu il papa a ordinare la morte di Manfredi, figlio di Federico II  e a rendere celebre Viterbo per il lungo conclave dopo la sua morte (Purgatorio Canto III, 124-129). Da parte sua Adriano V entra nel guinness dei primati per aver pontificato solo una mesata (Purgatorio XIX Canto, 99-105). Li trovate tutti e due distesi su preziosi sepolcri marmorei.  
Inginocchiamoci di fronte a San Tommaso e San Bonaventura. Il primo soggiornò a Viterbo nel convento domenicano di Santa Maria in Gradi, dove mise mano alla “Summa Theologiae” (Paradiso X Canto, 94-96). Predicò, poi, la concordia e la pace dal pulpito di Santa Maria Nuova. L’altro, di Bagnoregio, viene ricordato per l’elogio di San Domenico (Paradiso XII Canto, 127-129) e per aver sostenuto il nome di Tebaldo Visconti nel conclave di Viterbo del 1268-1271. 

Non saremo noi a smentire l’adagio che tutti i santi finiscono in gloria. Squisite le anguille del lago di Bolsena arrostite e annegate nella vernaccia da Martino IV.  Che importa se il suo peccato di gola gli costerà caro?. (Purgatorio XXIV Canto, 20-24). Su Pietro Ispano (Giovanni XXI) ci facciamo il segno della croce. E’ l’unico pontefice a stare con gli angeli e coi santi nella gloria dei cieli. Morì tragicamente a Viterbo lasciandoci però le “Summule Logicales (i “dodici libelli”). E’ sepolto in Cattedrale  (Paradiso XII Canto, 134-135).