
Il ricordo a Viterbo, fuori Porta Faul, al viterbese Carlo Celestini infoibato nel 1943
Micaela Merlino, archeologa
Le viscere della terra hanno conservato le tracce inequivocabili dei massacri delle foibe, è quanto emerge dalle ricerche compiute recentemente dalle autorità slovene e croate, anche in collaborazione con quelle italiane.
Nel “Giorno del Ricordo” è un dovere fare memoria di questa tragedia, per onorare il sangue delle tante vittime.
Nel luglio del 2020 dalla foiba di Jazovcka vicino il villaggio di Sošice nei pressi di Zagabria, profonda circa 40 metri, gli speleologi hanno recuperato i resti di 814 vittime. Le prime testimonianze-denunce di questo massacro risalgono alla metà degli anni ‘70 del XX secolo, successivamente è stato fondamentale il racconto di un ex partigiano titino, che guidava la “corriera della morte”, ma che per un sussulto di coscienza quando si rese conto della crudele fine cui andavano incontro le persone da lui trasportate, si rifiutò di continuare a guidarla. La prima ricerca delle vittime all’interno della foiba fu però condotta solo nel 1989, poi dopo altri dieci anni, nel 1999, fu compiuta un’accurata ispezione.
Fu rilevata la presenza di 476 persone, meno di quelle lì realmente giacenti, e i loro resti furono catalogati ma non riportati in superficie. Fu comunque appurato che le vittime erano state prelevate nel 1943 dall’ospedale Santo Spirito di Zagabria dai partigiani titini, dopo la battaglia di Krašić. Si trattava di uomini, donne e bambini feriti, o malati, ma anche di medici, infermieri, civili croati e persino suore, nonché di membri della Ustascia (il Movimento Nazionalista Croato) e dei Domobranci (combattenti della “Guardia Territoriale Slovena”), una milizia che contrastava l’avanzata dell’ “Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia”, comandato dal maresciallo Josip Broz Tito. Poi altre persone furono trucidate e qui gettate nel maggio del 1945. Tuttavia l’indagine sistematica della foiba è stata avviata solo nel settembre del 2019, e le prime esumazioni sono state compiute il 13 luglio del 2020.
I particolari del macabro procedimento di eliminazione delle vittime delle foibe sono raccapriccianti: prelevati a forza ed intimiditi, venivano costretti a salire sulle corriere, o altri mezzi di locomozione, quindi giunti in prossimità di una foiba venivano fatti scendere. Ad ognuno venivano legati polsi e caviglie con il fil di ferro, e dopo essere stati radunati sull’orlo della foiba (inghiottitoio) venivano legati in gruppo, sempre con il fil di ferro. La vista dell’imboccatura dell’orrenda voragine, larga pochi metri e seminascosta dalla vegetazione, palesava d’un tratto a quegli infelici l’orrenda fine che li attendeva. Uomini, donne, bambini venivano colti dal panico, assaliti dalla disperazione mentre tenevano i piedi in bilico tra la vita e la morte, tra la luce del sole e il buio senza fine della foiba. Sicuramente avranno urlato, e forse anche invocato per ottenere pietà dai loro aguzzini, ma ebbero da loro in cambio, quale estremo gesto di odio, o sprangate sulla testa, o colpi di fucile.
Ed allora i primi che stavano sul ciglio della voragine cadendo giù trascinavano con sé tutti gli altri, urtando le pareti scabre e precipitando per trenta, quaranta, cento metri o più. L’esame dei teschi rinvenuti nella foiba di Jazovcka ha evidenziato la presenza di fratture causate da corpi contundenti, quindi le vittime erano state colpite a sprangate prima di precipitare nella voragine. Un’altra foiba è stata scoperta nella tarda primavera del 2020 in Slovenia nel Kočevski rog, la prima indagine all’interno di essa è stata compiuta nel luglio successivo, su incarico della Commissione Statale per l’individuazione delle fosse comuni, a capo della quale c’è lo storico Jože Dežman.
Le operazioni di recupero dei corpi sono state coordinate dall’archeologo sloveno Uroš Košir. In questa foiba gli speleologi hanno rinvenuto i resti di 250 persone, uccise nel 1945 a colpi di fucile, come dimostrano sia le numerose munizioni ritrovate nella cavità e lungo i suoi bordi, sia le analisi compiute sui crani, i quali presentavano ferite da arma da fuoco. Le accurate analisi antropologiche sui resti ossei hanno permesso di rilevare anche la presenza di più di cento adolescenti, tra i quindici e i diciassette anni di età, e di almeno cinque donne. Secondo recenti ricerche compiute in seguito al ritrovamento di questa foiba, l’eccidio sembrerebbe da attribuire al “Knoj” (“Korpus Narodne Obrambe Jugoslavije”), cioè il “Corpo di Difesa Popolare della Jugoslavia”, che era il braccio armato dell’ “Ozna”, la polizia segreta jugoslava, formato da partigiani titini.
Ciò che più colpisce, oltre al rilevante numero delle vittime trucidate e infoibate, è il ritrovamento dei loro effetti personali, oggetti che raccontano la tragica storia di una ordinaria quotidianità d’un tratto cancellata dall’odio. Si tratta di pettini, specchietti, cucchiai, bottoni ma anche rosari e immaginette sacre, tutti riportati in luce e che resteranno a documentare questo tragico evento. Dalle oscure foibe continuano, dunque, ad emergere frammenti di una storia intrisa di sangue. Il pesante silenzio che per troppi decenni era calato su questa tragedia, è stato recentemente squarciato anche dai racconti dei pochi sopravvissuti. Tra questi va ricordato don Franjo Jurcevic, parroco di Castua (Fiume), perché grazie ai suoi ricordi nel 2018 le autorità croate, in collaborazione con quelle italiane, hanno ritrovato in Croazia una fossa comune con i resti di sette italiani, che erano stati fucilati all’interno di un bosco.
Il XX secolo è stato definito dallo storico britannico Eric Hobsbawm il “secolo breve”, perché avrebbe avuto inizio con la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) e si sarebbe concluso con la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Unione Sovietica (1989-1991). Quasi ottant’anni densi di così tanti eventi-cataclismi, uno conseguenziale all’altro, che la fisionomia dell’Europa ne è uscita trasformata, forse anche trasfigurata, per sempre. Un secolo breve, forse sì, ma certamente uno dei più sanguinosi della storia, e sul quale ancora c’è molto da scrivere, perché tante fonti documentarie d’archivio attendono di essere consultate e studiate. Ma soprattutto perché, in certo qual modo, è sotto la terra stessa che debbono essere cercate le informazioni, come dimostra la recente individuazione di nuove foibe.
E’ la terra europea ferita dalle guerre del XX secolo, contaminata dall’odio, sporcata col sangue degli innocenti che testimonia, con rigore e senza ingannare, le storie di un’umanità dolente, afflitta, tradita, seviziata ed eliminata. Volgendo lo sguardo al dramma delle foibe, in questo “Giorno del Ricordo” urge riflettere sul fatto che sono proprio quelle voragini, le quali dovevano nascondere i massacri, che invece hanno conservato testimonianze vivide tornate finalmente alla luce. Infatti il Male lascia sempre tracce indistruttibili, per quanto il tempo o la mano dell’uomo iniquo cospirino ad occultarle. Il disegno folle di ogni dittatura di privare gli esseri umani della dignità, della libertà e della vita, contiene sempre in sé la némesi postuma dello svelamento dei crimini commessi, e quindi della sua eterna vergogna.
