Viterbo CRONACA Cosa fare dei separati, dei divorziati e dei divorziati risposati, dando per scontata la crisi generale della famiglia
di Giuseppe Bracchi

 

Manca ormai poco più di un mese all’inizio dei lavori del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia.

L’instrumentum laboris sul quale i Vescovi di tutto il mondo saranno chiamati a concretizzare il loro lavoro e la loro riflessione, ha già fatto il giro di molte redazioni e molti esperti hanno già dato il loro parere o espresso i loro auspici.

Quel che lascia perplessi è lo sguardo assai riduttivo, col quale questo strumento di lettura e di lavoro dei Vescovi è stato visto o viene visto il più delle volte da esperti o comunicatori dei media.

Le domanda o le riflessioni che più spesso, infatti, si incontrano, è cosa fare dei separati, dei divorziati e dei divorziati risposati, dando per scontata la crisi generale della famiglia o quantomeno una visione pessimistica nei confronti di una istituzione, quella familiare, il cui ruolo nella società viene considerato orami debole quando non addirittura sostituibile con altre forme di convivenza, che in realtà famiglia non sono.

Bene hanno fatto, dunque, e fanno i Vescovi già interpellati o che si sono sentiti in dovere di intervenire sui lavori del futuro Sinodo, a ribadire in modo categorico che il Sinodo si occuperà principalmente della Famiglia e dei suo valore e ruolo insostituibile nella società in generale ed in  quella italiana, in particolare, con ciò volendo ribadire che la famiglia (futuro dell’umanità come ebbe a definirla Giovanni Paolo II), resta ancora quel faro di civiltà, quella cellula elementare dove si costruisce il futuro di intere generazioni finalizzato alla realizzazione del Bene comune quale patrimonio universale dell’umanità e che, perciò stesso è una istituzione che richiede fedeltà nel cammino, stabilità al suo interno e indissolubilità per il bene stesso dei coniugi e dei figli.

Certo resta anche da analizzare la situazione dei divorziati e dei divorziati risposati. Ma credo che la misericordia con la quale il Sinodo dovrà affrontare queste situazioni delicate, non potranno assolutamente essere improntate al lassismo o alla facile benevolenza o al buonismo.

Cadendo nella trappola mondana, si correrebbe, infatti, il rischio di tradire la Parola, la Sacra scrittura, il dogma, la stessa Teologia sacramentaria, laddove il profondo significato dell’unione sponsale del’’uomo e della donna tutto sono e tutto rappresentano fuorché un effimero legame da regolarizzare in caso di eventuali fallimenti.

Gli stessi Tribunali ecclesiastici, nella loro insostituibile opera di accertamento processuale, avendo invocato Dio e avendo dinanzi a sé solo Dio, non fanno altro che dichiarare con sentenza non lo scioglimento di un vincolo, ma la inesistenza (ex tunc) di quello stesso vincolo tra i due sposi, in nome non di una futura, possibile ed ipotetica regolarizzazione o di un futuro ipotetico matrimonio,  bensì soprattutto in  nome della verità processuale da raggiungere sopra ogni altra cosa, esserndo in gioco ciò che più di ogni altra cosa da fondamento allo stesso Diritto Canonico: la salus animarum, ovvero la salvezza delle anime.

Misericordia, dunque, non è uguale a lassismo. Accompagnare sulla strada del pentimento e della conversione, spesso difficile e sofferente, non vuol dire rendere per questo meno liberi uomini e donne, ma significa invece aiutarli a crescere e a renderli più liberi nella consapevolezza della fede in un Dio che ama anche se chiede loro qualche sacrificio in più o qualche passo in più sulla via del pentimento. Sarà compito dei Vescovi, successori degli Apostoli, trovare la via giusta con l’aiuto dello Spirito Santo. Ma guai render vano, guai ad indebolire l’Istituto famiglia.

Sarebbe il primo passo verso il suicidio delle società e dell’umanità.

Troppe tragedie (vedi il diciassettenne ucciso a Napoli in uno dei quartieri più degradati della città), troppi segnali inquietanti (vedi il proliferare di genitori sull’orlo di una crisi di nervi, tanto da far sorvegliare figli e figlie da istituti privati di vigilanza), ci dicono che Stato e Chiesa, in nome della Sana cooperatio, saranno chiamati in futuro a rendere sempre più stabile, unico ed indissolubile il matrimonio tra un uomo ed una donna e sempre più forte nella società la sovranità della famiglia.

Giuseppe Bracchi
Pubblicista – Avvocato Ecclesiasitco

Già Difensore del Vincolo TER Umbria