Viterbo Piazza del Gesù, anni Quaranta/Cinquanta del secolo scorso

Vincenzo Ceniti

La foto (anni Quaranta/Cinquanta del secolo scorso) presenta l’immagine invernale di una parte di piazza del Gesù a Viterbo che fino agli inizi del Novanta accoglieva il mercato ortofrutticolo più storico della città.

Nell’altra parte della piazza, quella su via San Lorenzo sotto la torre Borgognone, altrettanto frequentata da clienti e venditori, s’appostavano, su scalette consunte dai secoli, i banchi dei pesciaroli (di solito Martani), quello del porchettaro di Bagnaia e la bancarella del bruscolinaro di Vallerano con le sacchette ripiene di lupini, mosciarelle, noccioline e il bigoncio delle anguille marinate.

All’angolo verso piazza della Morte, in un ambiente-pianoterra dell’ex palazzo dei Priori - dove oggi si illumina la vetrina pubblicitaria di Terme dei Papi - si apriva il laboratorio di Ruggero Municchi, figura caratteristica della Viterbo di allora che ricordiamo con il monocolo professionale incollato all’occhio destro sempre alle prese con un orologio da aggiustare. Cessò l’attività nel 1982.

Accanto si trovava il bar del padre della mitica Pasqualina che con la mamma Emilia gestiva sulla piazza un banco di verdure.

I due portoni chiusi sul fronte sinistro della foto sono oggi l’ingresso e la saletta colazione di un raffinato B&B.

In altri vani si trovavano il negozio di confezioni di Mimmì (tuttora attivo), l’autoscuola Rovella, Sciattella l’ovarola, uno spaccio di olio e legumi e la pizzicheria della Giannetta (pane, pasta, salumi e vari).

Solenne e antica la chiesa di San Silvestro ben nota per l’uccisione del giovane Enrico di Cornovaglia. Era quasi sempre chiusa (come oggi), ma la chiave era custodita presso l’orologiaio che a richiesta l’apriva per qualche forestiero di passaggio.

In piazza oltre ai prodotti dell’orto si poteva acquistare un po’ di tutto: salumi, salsicce, formaggi, barattoli di conserva, alici, uova, pane, carni, polli, saponi, strumenti di lavoro, anche pedalini e mutande del campionario di un giovanissimo Franco Caldarelli, figlio di Mimmì, che ha cominciato così la sua lunga e fortunata carriera di commerciante.

Il tutto era presentato su banchi improvvisati con tavole appoggiate su traballanti cavalletti, alcuni protetti da logori ombrelloni. Mia nonna raggiungeva il mercato due/tre volte la settimana a piedi da viale IV Novembre dove abitavamo.

Come lei confluivano su piazza del Gesù di prima mattina da ogni parte della città avventori di tutte te le età, attirati dalle primizie orticole e dai prezzi convenienti.

Clienti abituali e mattinieri i gestori di alcuni ristoranti e trattorie di Viterbo: Aquilanti, Spacca, Bersagliere, Ciro, Quattro Stagioni, Scaletta, Toscana, Tre Re e i cucinieri dei vicini conventi, monasteri e seminari.

Il mercato era allestito più che altro dai contadini dei dintorni della città che di buon ora raggiungevano Viterbo dalle campagne circostanti.

Ricordava quelli settimanali di fine Ottocento di piazza del Plebiscito o di piazza Fontana Grande. Presenti anche gli ambulanti che si rifornivano presso gli adiacenti magazzini di piazza San Carluccio e di piazza Santa Maria Nuova.

Salvo rare eccezioni, tutti i prodotti erano a km zero. I contadini prima di raggiungere la piazza si ritrovavano di buon mattino per la colazione nei bar e nelle osterie lungo il percorso. Sosta gettonata il “Vino e Cucina” di Giocondino in via San Lorenzo per robusti rifornimenti gastronomici. Diventerà in seguito la famosa “Hostaria”, apprezzata non solo a Viterbo.

Venditori e clienti in quegli anni del dopoguerra indossavano abiti piuttosto modesti. Le donne si proteggevano dal freddo con pellegrine sulle spalle e sciarpe di lana avvolte al collo. Gli uomini ricorrevano a vecchi tabarri, ad ampi mantelli ed a cappelli di feltro dalle forme più bizzarre.

I prodotti venivano trasportati con carretti trainati da cavalli e poi su carrettini spinti a mano. Alcuni disponevano di un piano fatto di giunchi intrecciati per far scolare l’acqua delle verdure.

Venivano dai poderi dei vari Tedeschi, Marcucci, Micara, Fani, Anselmi, Balestra. Per la pesa si utilizzavano bilance a stadera con catenelle, asticelle intagliate di grammature, piatti-padella e pesi a palle. I conti si facevano a mente, tutt’al più con un mozzicone di matita si tiravano le somme sui cartocci o pezzi di giornale. Lo scontrino era fantascienza.

I prodotti acquistati venivano sistemati in borse di fustagna, di finta pelle o di paglia che le donne si portavano da casa. In mancanza si usavano occasionali fogli di giornale. La plastica non era stata ancora inventata.

In tarda mattinata, a mercato concluso, arrivavano gli scopini del Comune per le pulizie tra cui l’Omonero che spruzzava sul lastricato l’acqua prelevata da una cisterna posta su un carro.

Col tempo il mercato di piazza del Gesù è stato sostituito dai centri della grande distribuzione e resta solo il ricordo. Qualche voce accorata e nostalgica ne invoca un recupero, anche per contenere le continue espulsioni dei residenti dal centro storico verso le periferie. Ma la vedo dura.