Viterbo CRONACA Ti porterò nei miei ricordi e nel mio cuore
di Giuseppe Bracchi

Giovanni Paolo II
benedice Antonio Brancadoro
Correva l’anno 1984 e quello fu l’anno del mio ingresso al “Gazzettino di Viterbo”, per cominciare la mia attività di praticante giornalista.
Allora la redazione dello storico settimanale viterbese era situata all’interno della tipografia Eurograph, in località Poggino, dove incontrai come collaboratori, oltre al navigato corrispondente ANSA Gianfranco Faperdue, anche Massimiliano Mascolo, figlio dell’illustre Giuseppe corrispondente della pagina locale del Tempo, anche lui alle prime armi con la pratica del giornalismo e sulle orme del papà, addetto alla pagina sportiva.
Oggi Massimiliano è un affermato collega di Rai TRE per la redazione sportiva, mentre il papà Giuseppe, Peppe per gli amici, ci ha lasciato, purtroppo, diversi anni or sono. Oltre ai collaboratori, giornalisti o praticanti, all’interno dell’Eurograph – Gazzettino, lavoravano la segretaria Letizia Pini, il tipografo Alberto Ragone, Eligio Grazini e tanti, tanti altri visi e nomi oggi dimenticati, non per pigrizia, ma perché spesso il tempo non ci da tregua neppure nei ricordi e nei momenti più familiari e più belli della gioventù.
Ovviamente non ho ancora citato il pezzo forte, il pezzo da novanta di tutta la famiglia, ovvero Antonio Brancadoro, il deus ex machina, il Direttore responsabile del Gazzettino di Viterbo, un settimanale che dai primi anni settanta aveva raggiunto una cospicuo bacino di abbonati e lettori da fare invidia anche ben più quotati e conosciuti quotidiani locali allora in voga. Non era uomo da cerimoniale, l’amico Antonio, detto Tonino, e men che mai poteva esserlo con un praticante alle prime armi come il sottoscritto: incontro asciutto, poche parole, una stretta di mano e… subito al lavoro.
Fui affidato alle cure di Gianfranco Faperdue e Massimiliano Mascolo, quasi coetaneo. Una visita veloce alla redazione e poi… mi resi subito conto che al Gazzettino di Viterbo fare il giornalista praticante significava alzare le chiappe dalla sedia e muoversi velocemente. Ebbi poi la sfortuna o la fortuna a seconda dei punti di vista, di fare il mio ingresso in famiglia proprio il mercoledì, ovvero alla vigilia dell’uscita del nuovo numero settimanale, dunque guai a distrarsi.
I miei primi contatti con le problematiche viterbesi che si offrivano alle più svariate angolature ed osservazioni giornalistiche, furono un anno di inchieste e di cronaca nera, una materia quest’ultima che il Direttore Antonio Brancadoro, sapeva maneggiare accuratamente con il piglio e la precisione di un investigatore di lunga data e che a tutti raccomandava, offriva ed insegnava come la.. “mamma del giornalismo”. Aveva modi spicci, Tonino, spesso duri, acerbi soprattutto con noi praticanti, una severità, però, mai fine a se stessa o usata per umiliarci, no.
Dovevi imparare il mestiere del giornalista, dunque dovevi essere sveglio, con l’occhio sempre pronto a rubare attimi di sapienza e di saggezza distribuite in pillole, soprattutto in una professione, quella giornalistica, dove oggi domina molto arrivismo e molta arroganza.
Soggetto, predicato verbale, complemento oggetto: punto e a capo. Parli all’opinione pubblica, non a dei specializzati: fatti capire! Questo il suo ABC del giornalismo, col quale aveva fondato e portato al successo un settimanale: il suo “Il Gazzettino di Viterbo”.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Nell’ottobre 1989 mi sono iscritto all’Albo dei Giornalisti (festeggio in questo 2014, le mie nozze d’argento con la stampa).
Dal Gazzettino dopo 10 anni di militanza, sono passato a TVT, poi a radio locali e ancora Direttore responsabile di mensili e quindicinali. Con Tonino mi sono perso di vista. Leggendo le cronache cittadine, sapevo della sua attività libraria e di scrittore.
Così come oggi, apprendo della Sua scomparsa, scorrendo il sito on line de La Città, il quotidiano per il quale collaboro grazie all’amicizia ed alla pazienza del suo Direttore ed amico Mauro Galeotti. Se n’è andato Tonino, in punta di piedi e senza disturbare, così come era vissuto.
Ma ha lasciato tanta nostalgia ed un vuoto incolmabile nei suoi familiari e in chi come noi, suoi allievi, eravamo abituati ai suoi consigli ai suoi rimbrotti ed ai suoi comandi scanditi senza remore. Che dire? Non so, caro Tonino, se sei soddisfatto di questo allievo.
Ce l’ho messa tutta per imparare ed imparare bene. Non sempre sono proprio come allora mi vedevi e mi volevi e, magari, mi vorresti ancora oggi, ma sono sicuro che eticamente abbiamo sempre onorato la tua e la nostra professione.
Altro non so dirti né voglio dirti. Le parole di fronte al dolore sono inutili orpelli.
Ti porterò nei miei ricordi e nel mio cuore, nell’attesa di rivederci, certus an incertus quando, in quel mondo dove non esistono più addii ma solo … ARRIVEDERCI!!
Giuseppe Bracchi
