
Francesco Mattioli, sociologo
Come nasce una religione? E’ una domanda che si sono posti i filosofi, i pensatori, gli spiritualisti e le risposte che davano, ancorché spesso improntate al buon senso, alla ragione, all’esperienza, erano tuttavia partigiane, ossia determinate da impressioni soggettive.
A seconda delle inclinazioni intellettuali di costoro, la nascita di una religione veniva imputata ora ad un bisogno di spiritualità, ora all’incapacità dell’Essere Umano di spiegarsi i fenomeni naturali o la morte, ora al bieco disegno di poteri economici, oppure ad una ”rivelazione divina” offerta direttamente da un Dio Creatore o da un pantheon di dei, con varie manifestazioni epifaniche di un interprete-fondatore. Poi è giunta la spiegazione “scientifica” della nascita di una religione: soprattutto da parte dagli etnologi e dagli antropologi, che studiando l’evoluzione delle culture hanno potuto definire alcuni punti fermi nella genesi e nell’evoluzione delle religioni.
In realtà, per comprendere come nasce una religione occorre prioritariamente precisare cosa si intende per religione. Legata al verbo latino religere, che significa raccogliere, riunire, è chiaro che una religione riunisce assieme una moltitudine più o meno vasta di persone che condividono qualcosa. Che cosa? La risposta a questa domanda consente di distinguere ciò che è religione da ciò che non lo è. Infatti, non è sufficiente che vi sia un fattore che riunisce un gruppo di persone (ad esempio una etnia), oppure un insieme di bisogni, o una ideologia ordinatrice del sociale, o ancora un valore, e neppure che questo elemento comune generi una organizzazione, una gerarchia, una serie di norme e di riti. Non basta: tant’è che, nonostante questi requisiti siano condivisi con le religioni, fino a generare una sorta di modello assoluto di riferimento a cui gli adepti dovrebbero conformarsi, il marxismo non è una religione, come non lo è la scienza e neppure un qualsiasi altro modello etico laico, ad esempio quello kantiano. Forse da un punto di vista pratico, esteriore, le cose non cambiano molto, qui e lì ci sono libri sacri, sacerdoti, rituali e punizioni per gli eretici, ma c’è un elemento discriminante che risale proprio alla formazione delle religioni vere e proprie.
Questo elemento fa riferimento ad una realtà sovrannaturale e sovraumana. Perché le religioni iniziano proprio da qui: l’Essere Umano si è reso conto precocemente che esistevano forze, dimensioni, meccanismi che non riusciva a padroneggiare, e ben presto si è anche chiesto chi fosse egli stesso, da dove venisse e soprattutto dove andasse. Per tentare di spiegarsi tutto ciò, l‘Essere Umano ha dovuto concepire una Entità Superiore, un Dio ordinatore se non creatore, talvolta umanizzandolo, talaltra concependolo come irraggiungibile fisicamente, ma con cui era possibile dialogare in spirito e in sentimento, cioè con quelle facoltà che sembravano distinguere l’Essere Umano dal resto delle creature. Poi ha dovuto intravedere segni, logiche, codici, regole, comportamenti apotropaici mediante i quali cercare di recuperare il senso della presenza e dell’attività del Dio, ingraziarselo e abbozzare un dialogo con Lui.
Allora, prima della religione come prodotto sociale di un complicato, molto complicato processo di costruzione di senso, si crea la fede. La fede che, quale che sia la conseguente religione, presuppone due aspetti: l’uno, quello che fa riferimento al senso comune del termine, che consiste nel credere d’impulso, senza prove razionali (il credere deum di Tommaso d’Aquino); l’altro, che si ispira invece al significato originario del termine, che consiste nell’affidarsi ad una Entità Superiore (il credere deo di Tommaso).
La fede può essere considerata quindi la risposta comune, pressoché istintiva al bisogno di capire il dentro e il fuori di sé dell’Essere Umano; di contro, la religione è la risposta pratica a tale bisogno, ed è qualcosa che cambia a seconda della storia dei popoli, come appunto sentenziano gli etno-antropologi. In certo induismo questo tema è stato ampiamente approfondito: le religioni sarebbero differenti itinerari intrapresi per avvicinarsi ad una comune Autorità ultima. Questa Autorità è generalmente intesa come sovrannaturale, in quanto esterna e superiore al mondo del vissuto umano, ma avvicinabile conformandosi ai valori che si ritengono promananti da essa.
In altri casi invece essa è concepita come interna all’Essere Umano, come coscienza, o meglio come quel fattore psichico, spirituale, non materiale che ci rende qualitativamente “eccezionali”, seppur fortemente integrati nella realtà naturale. In tutti i casi questa Autorità non è comprovabile, ma solo intuibile, se non addirittura sperabile per dirla con san Paolo; e poco conta se chiamarla Dio, Tao o Matrice primordiale. Semmai a volte, a rafforzare o a ritradurre operativamente la fede a beneficio del credente, come nel Cristianesimo, nell’Ebraismo, nell’Islam, ma anche in diverse religioni africane (con gli sciamani) e orientali (ad esempio nel buddismo), si concepiscono un soggetto o più soggetti a fare da intermediazione tra Dio e Essere Umano, rompendo la discontinuità della relazione e – nel caso delle religioni del Libro - avviando un più o meno misterioso processo escatologico, forse dialettico, di riunificazione tra Dio e Uomo.
Tutto ciò porta ad alcune conclusioni. Intanto che le fedi non si costruiscono sulla ragione, ma anche con la ragione. Inoltre, che far risalire la fede a un Dio esterno o ad una Coscienza interna è una opzione soggettiva che pur nascendo da un bisogno comune e condiviso di spiritualità, non ammette affermazioni del tipo: “Io ho ragione e tu hai torto”. Ma con riguardo alle religioni c’è di più. Innanzitutto, che le religioni non sono assimilabili ad altre fedi “laiche”, che non presuppongono un referente sovrannaturale, anche se a volte si assomigliano esteriormente nelle regole, nelle gerarchie e nei rituali; che le religioni sono una risposta al bisogno di ritradurre in manifestazioni esteriori – culturali, organizzative, catechetiche e rituali - il senso forte della fede; che le religioni, essendo prodotti della storia umana, hanno un valore più limitato rispetto alla fede e nel tempo possono persino venir meno a taluni loro principi originari; che una religione si può considerare “migliore” o “peggiore” non in sé, ma in relazione a quei valori comuni che si sono maturati nell’umanità.
Così oggi una religione è “migliore” se genera purezza di spirito, rispetto per l’altro, ma anche impegno civile per realizzare una concreta solidarietà nel segno dell’uguaglianza e del progresso umano. Perché oggi sono questi i valori considerati inalienabili e indifferibili. Una religione che purifica solo sé stessi è egoista e codarda; una che stermina il nemico è violenta e inumana; una che persegue la forma ed eleva ad assoluto regole meramente “storiche” è passatista, limitata e culturalmente oligarchica. Insomma, senza un confronto continuo con il mondo reale che ci indica le forme e le priorità della condivisione, senza renderci conto di cosa sono effettivamente le religioni, insistendo sull’importanza di insondati innatismi psichici piuttosto che sulla evidenza contrattuale di patti relazionali, ogni valutazione delle fedi e delle religioni rischia di diventare una manifestazione di superficialità e di autoreferenzialità, una sentenza settaria o uno slogan da mercato delle vacche piuttosto che l’incipit di uno dialogo tra le culture.
Dimenticavo di aggiungere, a beneficio di chi sostiene di rifuggire dalle religioni: non ci sono fedi e credenze senza religioni. E come se ci potesse essere pensiero - e ragione - senza Essere Umano.
