Giuseppe Bracchi
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Giornalista pubblicista – Avvocato TERU Umbria

Ormai appare sempre più chiaro che, più del COVID, dobbiamo avere paura delle pandemie post Covid. Di quella politica, legata al restringimento via, via sempre più asfissiante delle libertà individuali e collettive; di quella economica usata quale arma di ricatto per asservire i popoli agli interessi superiori dei banchieri e della finanza internazionale, passando per il capitalismo sanitario, legato agli interessi delle case farmaceutiche. Bill Gates docet!

Qualcuno, infatti, già parla (un nome a caso: Zingaretti, che dopo aver distrutto la sanità del Lazio, ora si è autoproclamato strenuo difensore della salute dei cittadini), di sottoporre i sudditi alla vaccinazione obbligatoria anti covid, semmai il vaccino sarà un dì certificato, in barba a quel principio riconosciuto e sancito dalla Costituzione, secondo il quale nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari obbligatori contro la propria volontà (art. 32 Cost.).

Per non parlare poi delle assurde restrizioni cui saranno fatti oggetto gli studenti al loro rientro a scuola in settembre.

Ci manca solo che vengano obbligati ad indossare in classe lo scafandro del palombaro, per proseguire sulla strada di quel distanziamento sociale sia dai rispettivi compagni, sia dal professore i cui eventuali… sputazzi durante la lezione potrebbero essere veicolo di infezione.

Pedagogisti, educatori e psicologi avranno poi a disposizione materiale a iosa, per studiare gli effetti delle norme anti covid sul comportamento e sulla psiche degli alunni delle scuole d’infanzia e delle scuole elementari, quando dovendosi attenere alle rigide prescrizioni impartite da asettiche circolari ministeriali, rischieranno di crescere tutti come degli squilibrati mentali.

E quel che è peggio, è che tutti coloro che non saranno in sintonia con questo allarmismo in servizio permanente ed effettivo del biopotere, rischieranno come minimo di essere tacciati di negazionismo. Epiteto sanguinoso ed infamante di solito appiccicato a tutti coloro che negano l’Olocausto nazista. Chi scrive, invece, nel caso del Covid, ritiene più fruttuoso iscriversi alla società degli apoti (termine coniato dallo scrittore Giuseppe Prezzolini), cioè di coloro che non bevono tanto facilmente tutto quello che viene loro somministrato dal menu elaborato da alcuni sedicenti esperti.

Il Covid non c’è più, non esiste più, o quanto meno non esiste più con quella stessa virulenza con la quale l’avevamo conosciuto nel primo istante del suo manifestarsi e diffondersi, se è vero come è vero, peraltro, che nel campo strettamente sanitario c’è già chi fa mea culpa sulla intempestività ed inadeguatezza di tempi e di mezzi con i quali si è intervenuti all’inizio della pandemia.

La domanda comincia a farsi strada di bocca in bocca: tutti quei morti si sarebbero potuti evitare? E lo stesso Istituto Superiore di sanità ha spesso invitato ed invita tutt’oggi a maneggiare con cura i dati statistici, dal momento che una cosa è morire con il Covid, altra cosa è morire di Covid.

Affermazioni come quelle del prof. Taro o del prof. Zangrillo non sono teorie campate in aria, ma si basano sull’osservazione scientifica dei dati e dei fatti, non sono il frutto della volontà di rappresentazione (per dirla tragicamente con Heidegger di “Essere e tempo”) o elaborazioni ideologiche del pensiero a dispetto dei fatti, ma sono conclusioni che nascono avendo davanti la realtà oggettiva del proprio studio, ovvero una realtà che più si avvicina alla verità (pur momentanea e sempre perfettibile come avviene del resto in tutte le scienze), in quanto adaequatio rei et intellectus, direbbe ancora oggi Tommaso d’Aquino. Ovvero in quanto c’è corrispondenza del pensiero con la realtà.

Luca Ricolfi, sociologo, ha scritto che “gli italiani si sono fatti rubare la democrazia senza reagire” e che, sempre secondo lui, vedrebbe bene “a capo del Governo un contadino che ha fatto il classico”. In buona sostanza, per Ricolfi “la politica ha deciso di costituire comitati tecnico scientifici scegliendo in base alla carica ricoperta (manager e burocrati della sanità) e non in base alla competenza”.

Di conseguenza il Covid ci lascerà tutti più poveri di prima. Non solo da un punto di vista economico, il che è già grave, ma soprattutto da un punto di vista umano, culturale e sociale, dal momento che chi ha la responsabilità istituzionale sta predisponendo con cura una società apatica, sospettosa, parassitaria, una repubblica fondata sul sussidio, anziché sul lavoro, fatta di luoghi comuni a cominciare dalla mitologia “legge e ordine” e dalla incapacità a prendere atto che i nemici del lavoro e dell’impresa sono le grandi corporazioni multinazionali, non il Covid.

Quando la paura sarà passata, resteranno soltanto la rabbia e l’amarezza per aver bevuto tutto quello che ci propinavano senza il beneficio di inventario e di intelletto. Il che equivale a dire che ogni popolo ha i governanti (e i giornalisti) che si merita.