
Francesco Mattioli, sociologo
Avrei sottoscritto l’articolo del dott. Giuseppe Bracchi sulla morale e la politica, se – continuando nella lettura – non mi fossi imbattuto in alcune “uscite di pista” che ne ridimensionano il valore e la condivisibilità.
Intanto una nota scolastica, se mi si permette.
Bracchi parla di anomia – gli piace, questo termine, è già due volte che lo usa in due diversi articoli - e questa volta scrive: “anomia come ebbe a sostenere il sociologo Durkeim, sulla scorta di Parsons e Merton”.
A parte che si scrive Durkheim (con l’acca, errore ripetuto già in precedenza, quindi temo che non sia un refuso…); ma quando si dice “sulla scorta di” si intende (come leggo sulla Treccani) “tenuto conto di”, “alla luce di” , “in base a”. Durkheim (passato a miglior vita nel 1917) non poteva scrivere di anomia sulla scorta di Parsons (che scrive le sue cose migliori tra il 1937 e il 1969) e tanto meno di Merton (che scrive di anomia tra il 1949 e il 1957, e con cui ho avuto il piacere di colloquiare proprio di anomia oltre che di sociologa della scienza). Consiglio quindi al dott. Bracchi, se vuole cimentarsi con la sociologia, un ripassino della storia, oltre che della teoria, di tale disciplina.
Ma non è questo il punto.
Giustamente il dott. Bracchi si interroga sui rapporti tra morale e politica.
Machiavelli scriveva in tempi in cui la morale unica cristiana stava abbondantemente scricchiolando e, essendosene fatta una idea chiara, sottolineava come l’azione politica poco abbia a che fare con la morale.
In realtà, non è proprio così, perché ogni azione politica è spinta da una ”morale”, o meglio da quella che i tedeschi - Max Weber se ne è occupato in particolare - chiamano Weltanschauung, “visione del mondo”.
Ce l’avevano i padri fondatori degli Stati Uniti, i rivoluzionari del Risorgimento e quelli socialisti, i nostri padri della Costituzione Italiana e gli ispiratori della Dichiarazione dei diritti universali dell’Uomo. A ben vedere, ce l’avevano persino i nazifascisti.
E’ che poi, come dice il proverbio, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e nel farsi effettivo della politica occorre arrivare a compromessi, a ridimensionamenti dei programmi, delle idee, perché anche la politica è relazione, può essere dialogo, può persino manifestarsi come violenza, ma c’è sempre un “altro da te” con cui fare i conti, che la pensa diversamente e con il quale devi venire a patti. Specialmente in democrazia.
Ecco perché a volte la democrazia e il pluralismo non piacciono, sembrano una perdita di tempo e le dittature sembrano addirittura più morali: perché queste decidono per tutti.
In realtà le dittature sono demagogiche, moralistiche, assolutistiche, vessatorie, obnubilano non solo la libertà, ma anche la coscienza e la conoscenza.
Se si vuole sottoscrivere la democrazia, occorre fare un’analisi onesta e culturalmente adeguata dei limiti etici della politica, non si può fare ideologia spiccia, dividendo in modo manicheo i buoni dai cattivi.
Chi esercita il potere si contraddice inevitabilmente (il potere logora sempre: chi ce l’ha e chi non ce l’ha), dovendo preoccuparsi di tenere a galla uno stato che ha mille sfaccettature diverse, in Italia o altrove che sia.
Il governo Conte certamente sta navigando un po’ a vista, ma si è trovato di fronte un problema insolito che nessun governante al momento sa comunque affrontare perfettamente, di destra, di centro o di sinistra che sia; e abbiamo a che fare con una Europa in cui pochi egoisti (altro che frugali) contrastano la necessità dei tanti.
Peraltro vi sono state anche cadute clamorose, come quella di Johnson nel Regno Unito. Le opposizioni fanno il loro dovere, ma neanche loro sanno se seguire l’istinto di cooperazione che ha animato gli italiani in questi tragici mesi in corsia, nei luoghi di lavoro, in casa, oppure se seguire Machiavelli nell’approfittare delle difficoltà del governo per ergersi ad inascoltati e provvidi salvatori del mondo.
In ogni caso, alcune notazioni mi sembrano necessarie.
Intanto, ridurre le manifestazioni di solidarietà a George Floyd a “riunioni piazzaiole” mi sembra quanto meno offensivo, visto che è stato un mondo intero, quello moralmente più integro, ad indignarsi e ad insorgere; strano che il dott. Bracchi non si scandalizzi, quanto meno per onestà intellettuale, per le sbracate manifestazioni degli arancioni.
A tal proposito, definire inutile l’uso delle mascherine all’aperto credo che vada declinato in modo diverso a seconda delle situazioni. Per esempio, occorre ricordare agli arancioni, ma anche agli amanti della movida, che in caso di assembramenti vanno usate; lo dice la scienza sanitaria, non qualche opinionista di passaggio.
La seconda notazione è che ha ragione il dott. Bracchi:
Machiavelli e il gioco delle tre carte purtroppo in politica regnano sovrani; ma ovunque. Altrimenti non si capirebbe come un Salvini che l’estate scorsa da ministro degli interni pretendeva “pieni poteri” contro la barbarica invasione di migranti in canotto, pochi giorni orsono – spalleggiato da una Meloni nostalgica o libertaria a giorni alterni - sentisse offesa la democrazia e la Costituzione sol perché il governo, dovendo affrontare una pandemia, si permetteva di emanare troppi dpcm. Ma d’altra parte sono anche il primo a riconoscere che esistono dei principi del “politicamente corretto” che da salutari valori etici si vanno trasformando in dogmi...
Certo, morale e politica è discorso difficile; specie da attualizzare.
La nostra società mediatica delle immagini non aiuta, perché ci abitua a semplificare i messaggi, ad enfatizzarli, e quindi i politici tendono a mettere in secondo piano la sostanza a favore della forma.
Non so se tutto ciò causi anomia, se siamo di fronte a “tempi oscuri” o semplicemente rischiamo di farci superficiali “laudatores temporis acti” sol perché non sappiamo riconoscere i segni - e i lati positivi - del cambiamento.
Ma almeno, parlandone e scrivendone su una tastiera, sarebbe opportuno essere più “equilibrati”.
A riguardo, ricordo proprio una riflessione spontanea di Robert Merton, quando ricevette la laurea honoris causa in Sociologia alla Sapienza: “cerchiamo, noi sociologi, di essere comprensivi con i politici… anche noi al loro posto rischieremmo di cadere negli stessi errori”.
Era il 2 aprile 2001. Non un secolo fa.
