
Giuseppe Bracchi
Giornalista pubblicista – Avvocato TERU Umbria
La festa della Repubblica è passata, ma restano le sue profonde divisioni al di là delle solite dichiarazioni di facciata, rituali e sotto certi aspetti inutili a far breccia nelle coscienze degli italiani, consapevoli quanto mai del profondo divario esistente tra istituzioni e paese reale.
Le contromanifestazioni messe in piazza dal centro destra e dai comunisti italiani dell’on. Rizzo, la dicono lunga su quell’unità di intenti sempre sbandierata dall’attuale governicchio. Ma anche per quanto riguarda le opposizioni siamo ancora distanti, a mio giudizio, da una presa di coscienza e da una maturazione politiche tali, da trasformare la protesta in una vera e propria capacità di guida del Paese.
L’emergenza sanitaria non ha fatto altro che rendere ancora più profondo questo divario. La Costituzione, nata dal compromesso fra forse politiche laiche, comuniste e cattoliche, ha ormai fatto il suo tempo dopo 74 anni di esistenza. Senza scalfirne i principi fondamentali che sono e restano quelli di una Repubblica democratica, la Costituzione italiana andrebbe riscritta soprattutto per quanto riguarda le strutture portanti che dovrebbero fare della democrazia lo strumento attraverso il quale si rendono effettive la partecipazione di tutti i cittadini alla vita politica del Paese e con essa la manifestazione concreta di quei diritti inviolabili che, dopo la caduta del fascismo, riconosciuti come preesistenti allo Stato, restano invece orpello per i pronunciamenti di anime belle.
Il Parlamento espressione diretta della sovranità popolare è sempre più svuotato dei suoi naturali poteri di legiferare di fronte ad un Governo che a colpi di decreti legge è arrivato, in questi ultimi tempi, a toccare e a scalfire, con l’ausilio di una tecnoscienza dai contorni incerti e fumosi, la libertà di coscienza dei suoi cittadini e tutti quegli aspetti connaturali ed essenziali alla loro vita quotidiana, facendoli oggetto del lavaggio del cervello con l’unico scopo di seminare terrore. Prove di dittatura generale, ho già scritto in altri interventi su questo quotidiano on line. Tesi complottiste? Non ne sono convinto. In un futuro più o meno prossimo quali altri tipi di “emergenze” arriveranno a conculcare e a scalfire i diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino?
Poi c’è la vicenda Palamara, quale prova aggiuntiva, se ce ne fosse ancora bisogno, di una parte della magistratura che esula dal ruolo assegnatole dalla Costituzione e dalle leggi, con l’intento di assurgere a coscienza politica nazionale, colpendo ora questo ora quel personaggio politico e, attraverso di loro, il voto e la sovranità degli italiani.
Viviamo in tempi di anomia, come ebbe a dire il sociologo Durkeim. Mancano, cioè, quei punti di riferimento essenziali, senza i quali anche una democrazia a lungo temine è destinata a trasformarsi nel suo esatto contrario: oligarchia, la tirannia di pochi in grado di dirigere la politica, l’economia e la società secondo principi propri al loro tornaconto personale. E questo è ancora più evidente in tempi nei quali la globalizzazione ci pone difronte a sfide epocali.
Fare appello al senso di responsabilità di tutti e di ciascuno è solo vuota retorica se non si ancora saldamente ad un etica dei ruoli, come cartina di tornasole del bene comune di una popolo, di uno stato, di una nazione. Fino ad oggi il popolo italiano ha dimostrato di avere più senso di responsabilità dei suoi governanti.
Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?
