Viterbo CRONACA "La Città" pubblica un video del web, in cui vengono colti momenti di gioco ed effusioni tra animali
di Zampa

 

Un cartello pende dal ramo di un albero, all’inizio del sentiero che conduce in uno dei tanti boschi del Trentino.

Recita: “Le bestie non sporcano il bosco, gli umani sì! Siete pregati di comportarvi come le bestie.”.

La Città pubblica uno dei tanti video diffusi sul web, in cui vengono colti momenti di gioco ed effusioni tra animali di razze tradizionalmente antagoniste o legate, allo stato selvaggio, da un rapporto esclusivamente predatorio.

 

Libri, articoli di giornale, video e fotografie, divulgano tenere e strabilianti storie di animali domestici ed addomesticati, di ogni razza, che assumono comportamenti umani per comunicare affettuosamente, aiutare nella disabilità o addirittura salvare, quelli che ritengono essere i propri familiari, non sapendo che molti di loro sono convinti di essere dei “padroni”.

Insomma, ci stupiamo di veder frequentemente smentita la logica del: ”…Non importa se sei leone o gazzella. Quando sorge il sole, alzati e comincia a correre!”, quando dovremmo sforzarci di interpretare i segnali trasmessi dal mondo animale, validi suggerimenti sull’antidoto che può salvare un mondo intossicato e prossimo all’autodistruzione: la solidarietà, la salvaguardia dell’ambiente e la ridistribuzione delle risorse.

Abbiamo inventato, nei millenni, filosofie, religioni, sette, correnti di pensiero, partiti politici e mafie, con l’unico scopo di stabilire a quali categorie umane spetti il ruolo di predatore e chi si debba rassegnare ad essere predato; abbiamo coniato etichette del tipo “sana aggressività”, “sano individualismo” e stabilito che gli unici motori che alimentano la vita e l’evoluzione dell’uomo, siano l’eterna guerra tra il bene e il male e l’irrefrenabile stimolo degli ormoni, finalizzato alla riproduzione.

Eppure, gli scienziati naturalisti ci hanno spiegato che Il bene inestimabile dell’intelligenza con libero arbitrio è la dotazione assegnata da madre natura all’unico animale terrestre non fornito di artigli, pelliccia, ali, corazza o particolare agilità.

Forse, l’unica giustificazione per l’esistenza dell’homo sapiens, risiedeva in una precisa funzione da svolgere: salvaguardare Gea dagli squilibri degli ecosistemi (oggi li definiremmo “bachi del software”).

La sua fragilità e il “sano istinto di conservazione” dovevano indurre l’umano, nelle sue due versioni complementari, maschile e femminile, a perseguire l’ottimizzazione dell’habitat, a sconfiggere la fame, ad evolversi per poter lavorare, all’infinito, alla ricerca dell’armonia tra tutti gli esseri viventi e i quattro elementi che alimentano la vita.

Il conseguimento del “potere” avrebbe dovuto originare un pari senso di responsabilità e di orgoglio nel proteggere i più deboli, ricevendo in cambio amore, cibo e rispetto. L’obiettivo finale poteva essere, forse, la fusione dei micro ecosistemi in un globale sistema virtuoso che riconducesse la predazione ai minimi indispensabili, favorendo un’esistenza più serena e gratificante per tutte le creature viventi.

Potevamo costruire il paradiso terrestre, invece abbiamo materializzato l’inferno terreno.

Quando ero giovane, ingenua ed innamorata del mondo, Giambattista Vico mi era antipatico. La sua documentata teoria sui “corsi e ricorsi della storia” si traduceva, nella mia anima, in una sorta di anatema che avrebbe impedito all’uomo di affrancarsi dal suo vero peccato originale: il complesso di inferiorità, sublimato in mania di superiorità o degradato in eterna frustrazione.

Penso che i grandi saggi che hanno tramandato il vecchio testamento, si siano serviti della metafora della mela della conoscenza, per segnalare questo grande difetto di costruzione, capace di guastare l’anima di quell’essere che, secondo loro, sarebbe stato creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Ricordando la Genesi, si ha l’impressione che il mitico Adamo rappresenti esclusivamente il primo “invidioso” della storia, pure vigliacco! Verificata la superiorità schiacciante dell’avversario, si è subito sottomesso e ha prudentemente neutralizzato anche la possibile concorrenza del suo clone femminile, attribuendole tutta la colpa e contrabbandando, quale punizione divina per la sua perfidia, la grande capacità di sacrificio e sopportazione del dolore fisico, iscritta nel DNA di Eva ai fini della riproduzione e della cura dei figli.

Anche molte discendenti di Eva, purtroppo, avvelenate per migliaia di generazioni dai soprusi e dalle umiliazioni, hanno alimentato in sé il germe della frustrazione che le induce al vittimismo o alla prepotenza. Eppure, in veste di madri degli uomini, avrebbero potuto far molto, educando i propri figli più all’amore e all’umiltà che alla competizione e al predominio.

L’essere umano appartiene alle specie che devono necessariamente vivere in branco. Sospetto che il complesso di inferiorità abbia inquinato anche l’interpretazione umana del concetto di “branco”

Gli animali organizzati in comunità, attuano una simbiosi che consente loro di cacciare con successo, difendere la prole e possedere un’identità, connessa al comune riconoscimento dell’appartenenza ad un gruppo ed all’assegnazione di un ruolo specifico che comporta doveri, in cambio del riconoscimento di diritti.

Per ottenere una guida sicura del branco ed il mantenimento dell’ordine, il capo deve sempre essere il più forte ed intelligente e lo deve dimostrare continuamente. Appena comincia a perdere colpi o si individua un maschio con caratteristiche superiori, lo scettro passa di mano, nell’interesse primario della comunità.

Per rispetto alla categoria femminile a cui appartengo, mi permetto di ricordare che esistono da sempre anche specie animali e tribù umane (non ancora civilizzate), in cui vige il matriarcato, con gli stessi meccanismi del branco a guida maschile. Evidentemente, nel DNA dei maschi di quelle specie, il difetto di fabbricazione è stato risolto e le femmine hanno sviluppato una competenza giudicata più utile e funzionale all’armonica gestione della vita comune. (N.d.r.: mi tremano i polsi! Quest’ultima affermazione potrebbe costarmi il divorzio.)

Mi dilungherò quel tanto necessario a chiarire quali siano i presupposti e i riscontri che mi hanno ispirato nel formulare questa riflessione, sicuramente opinabile, sull’origine del degrado dell’anima e delle azioni umane.

Ho sempre cercato una risposta alla domanda insistente che, ritengo, ci poniamo tutti fin dal momento in cui l’adorato amico d’infanzia ci ha sottratto il giocattolo nuovo che intendevamo mostrargli e l’ha calpestato furiosamente per sfogare la sua frustrazione. Con la maturità, l’esperienza di vita e la lettura di alcuni scritti dei padri della psicologia, ho ritenuto di aver trovato la mia risposta.

Sul perché, in una tranquilla giornata d’agosto, decido di propinare la mia opinione non richiesta ai lettori de La Città, potrei dire che la mia indignazione, assopita e rassegnata, è stata risvegliata dalla spaventosa enumerazione di nefandezze globali, riportata su questo giornale online dal solito “arruffapopoli” Aggì, nella 41esima puntata del vocabolario impertinente!

Mi ha fatto ricordare che, anni fa, ho trovato il mio uovo di Colombo nelle teorie di Alfred Adler (1870-1937), il medico austriaco fondatore della psicologia individuale e delle prime strutture psicopedagogiche, che per primo si oppose alla concezione libidica di Freud (oggi ci sembra evidente che se tutte le schifezze commesse dall’uomo dipendessero dall’istinto sessuale represso, basterebbe un po’ di bromuro, tutti i giorni, dopo i pasti).

Adler ha basato la concezione della psicologia sulle nozioni di: carattere, complesso di inferiorità, interesse sociale, costellazione familiare, conflitto fra la posizione reale dell’individuo e le sue aspirazioni.

In estrema sintesi: il sentimento di inferiorità nei confronti del mondo degli adulti è fisiologico dell’infanzia. In età adulta, si trasforma in complesso di inferiorità, se siano mancate le condizioni ambientali, la corretta educazione e le relazioni affettive e sociali che consentano di liberarsene durante la crescita.

Lo stile di vita di un soggetto è già molto definito all’età di 5 anni. Un bambino viziato o trascurato, svilupperà delle nevrosi in età adulta ed esagererà lo sforzo per emergere ed imporsi, tentando di superare il complesso di inferiorità.

Un buon equilibrio psichico è caratterizzato da interesse sociale e capacità di trascendere da se stessi; il disordine psicologico si manifesta attraverso il senso di inferiorità, l’egocentrismo e il senso di superiorità che si traduce nel bisogno di esercitare potere su altri individui.

Adler è forse il meno famoso tra i padri della psicologia, anche se ha decifrato per primo i grandi mali dell’anima e coniato le loro definizioni, poi entrate nel comune vocabolario. Chi avrà la mia stessa fortuna di incontrarlo per caso, a metà prezzo, sulla bancarella di un libraio ambulante, scoprirà quanto sia ancora attuale dopo un secolo e quanto ci possa aiutare a capire noi stessi e i nostri figli.

Insomma, vogliamo dare ancora una volta ragione a quello iettatore di Giambattista Vico, col suo circolo vizioso di corsi e ricorsi?

Oppure cominciamo a comportarci meglio e ad educare i nostri figli alla serena e democratica convivenza globale, per consentire loro di conquistare la salute dell’anima che può dare nuovo corso alle cose del mondo?

Scusate, squilla il telefono, rispondo un attimo e torno….

- Pronto! … sì ... so’ la mamma de Paolino... Sissignora!!! Paolino ha dato un cazzotto in faccia a chi se l’è cercato! Quea carogna d’un servaggio de su’ fijo ha zozzato er quaderno dell’angioletto mio, co’ quea robbaccia che ve magnate ar paese vostro… e nun capisco perché nun ce tornate,  invece de sta qui a rompe!   

… incivili!!!

Zampa