
Giuseppe Bracchi
Giornalista pubblicista – avvocato TERU Umbria
Innanzitutto ringrazio il mio anonimo – e sottolineo anonimo – interlocutore per il tempo che ha voluto dedicare alla lettura del mio articolo.
Per me è un grosso risultato. Significa che quanto ho scritto ha ottenuto ragionevolmente e non solo, i suoi effetti. Per rendersene conto, del resto, è sufficiente leggere il tono ironico della risposta. Chi è morto di Covid 19 vive nella pace del Signore. Solo gli increduli vivono nel tormento.
Tuttavia, la prima regola per un autentico dialogo, secondo me, è conoscersi. In fondo al mio articolo, come Ella ha potuto notare, c’è tanto di nome e cognome. Non ho mai avuto paura delle mie idee. Per questo quando scrivo metto volentieri la mia faccia. Il mio Direttore e collega, Mauro Galeotti, peraltro amico di lunga data, lo sa perfettamente e, per questo, mi stima.
A differenza di Ella, invece, le cui idee mancando della firma la dicono lunga sulla stessa convinzione con la quale sono state espresse, ancorché sicuramente rispettabili. Come tutti i morti viventi, però, mi sembra poco convinto di ciò che afferma. Manca di entusiasmo, si rassegna facilmente, ha poco ottimismo, come direbbero oggi gli strenui difensori di Bergoglio. Si lascia rubare facilmente la speranza.
Io non esorcizzo nulla. Sto ai fatti. Ed i fatti oggi narrano che la pandemia, almeno per quanto riguarda l’Italia, è lungamente, fortemente scemata. Non esistono più le condizioni per sequestrare sessanta milioni di italiani in casa. Né tantomeno per imporre stili di vita o condizioni assurde, ancorché illegittime, che con la pandemia non hanno nulla a che vedere. Del resto gli stessi virologi conoscono assai poco del Coronavirus e fatte le debite proporzioni, nell’attesa di tempi migliori, non possiamo certo metterci in una bara come ha cominciato a fare Ella da morto vivente.
Inoltre, mi lasci dire che da parte Sua, che conosce, tra le altre cose, così bene la regola del sabato e che, comunque, col contenuto del mio articolo centra quanto il cavolo a merenda, mi sarei aspettato di più, molto di più, che non la solita lamentazione patetica, condita di sciocco sentimentalismo, trita, ritrita, quanto inutile ai fini di un dialogo fruttuoso, come dimostra, invece, la vitalità dei nostri giovani e del resto degli italiani che, invece, vogliono giustamente tornare a vivere, vogliono vivere e che, dunque, sono lungi dal farsi rappresentare da un morto vivente – e sottolineo morto vivente – come Ella.
Continui pure, caro don Abbondio (del resto quest’abito manzoniano le sta a pennello), a marcire nel suo loculo. Io vivo e so vivere! Chi scrive ha cose molto, ma molto più importanti da fare e da scrivere. Mi raccomando, tuttavia, per Ella, ma solo per Ella, l’uso dei guanti e della mascherina, soprattutto, in chiesa. Servirà se non altro a non diffondere pubblicamente le esalazioni che salgono dall’interno del suo spirito, pieno di ossa e di putrefazione. Che, mi creda, è peggio del Coronavirus!!!!
